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Ezio Greggio: «Papà mi voleva in banca, ma ho resistito undici mesi. Rifiutai perfino Sanremo»

Ezio Greggio si racconta con la solita aria da simpatico goliarda. È un’apparenza. Dietro ci sono la gavetta alla dura arte della risata, la disciplina piemontese e una simpatia contagiosa.

Come ricorda la sua adolescenza a Cossato?
«Meravigliosa, in una cittadina è tutto più concentrato, la scuola, l’oratorio, due cinema e stop, la squadra di calcio locale. Il mio sogno era di diventare giocatore. Nascere in provincia è stato utile per la costruzione del mio futuro, per la voglia di cercare nuovi lidi».

Che studi ha fatto?
«Ragioneria. Poi università a Torino e Milano, ma ho iniziato presto con i primi spettacoli di cabaret. A casa da giovanissimo facevo imitazioni e piccoli sketch. Ho preso da mio padre, fu prigioniero dei tedeschi durante la guerra e allietava i compagni di disavventura. Papà mi voleva in banca: vi rimasi undici mesi, era più forte di me, volevo lavorare nello spettacolo. Avevo visto tutte le commedie di Macario, andavo a salutarlo in camerino, lui mi prendeva affettuosamente per le guance».

Primo vero impiego?
«Con Peppo Sacchi, che inventò Telebiella, uno dei carbonari delle tv private. Avevo 18 anni. Lo studio era una scuola in disuso, c’era un cavo penzolante che fuoriusciva dalla finestra. Il ministro delle Poste e Telecomunicazioni lo fece tagliare e noi il giorno dopo lo ricucimmo. Era l’epoca della battaglia per liberalizzare radio e tv».

E poi?
«Poi inaugurai Radio Piemonte e, a 24 anni, mi ritrovai alla Rai per La sberla, dove conobbi Gianfranco D’Angelo con cui lavorai anche a Drive In».

Il mitico «Drive In».
«Berlusconi ci chiese un programma tradizionale, tipo Domenica In. Noi confezionammo una puntata zero che era l’opposto di quello che ci aveva chiesto. La guardammo nel suo enorme ufficio, lui ogni tanto si voltava verso di noi con l’aria di dire, cosa avete combinato? Alla fine gli dissi: Cavaliere, è stato un piacere, arrivederci. E lui: ma dove vai, non è esattamente quello che avevo in mente ma funzionerà. Siamo andati avanti per cinque anni».

In quel programma conobbe Faletti.
«Un giorno andammo a giocare a calcio per beneficenza, il gruppo di Drive In contro ex calciatori della Nazionale. Giorgio, che era cabarettista e pilota, arrivò allo Stadio su una Lancia Stratos, per parcheggiare sbagliò le misure, fece una derapata e andò a schiantarsi. Uscì dall’auto baldanzoso facendo il ganassa... Eh, Giorgio è rimasto nel mio cuore».

D’Angelo lo ritrovò a «Striscia la notizia».
«Sì, nel debutto del 1988, con quattro veline che scendevano da un tubo. Il primo polverone fu con Alberto La Volpe, allora direttore del Tg2, mostrammo la coda di una volpe e si arrabbiò. Antonio Ricci da sempre nuota nell’oceano delle polemiche. Le querele, le abbiamo vinte tutte».

Un tg satirico non era così scontato farlo...
«In Italia poi... Non abbiamo avuto timori di correre rischi. Emozioni, tante».

Una cantonata e una battaglia di cui è orgoglioso?
«Cantonate direi che non ne abbiamo prese. Sono orgoglioso di un mare di inchieste, le banche, l’uranio impoverito, i moduli abitativi fermi sulle rotaie di Pizzighettone e partiti solo in seguito a un nostro servizio verso le zone terremotate in Umbria e nelle Marche».

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Vi sentite orfani di qualche politico?
«Un Andreotti dove lo ritrovi... Erano animali politici che ispiravano i grandi attori di cinema, Sordi, Gassman, Tognazzi. Quelli di oggi li chiami politici? Abbiamo mandato in onda Di Maio che un giorno dice fuori dall’euro e il giorno dopo dichiara di non averlo mai detto e che sono tutte invenzioni dei media».

Ricci era autore di Beppe Grillo: evitate di punzecchiarlo?
«Si vede che non conosce bene Ricci. I primi a massacrare i 5 Stelle siamo noi. Chi c’è c’è, riserviamo a tutti lo stesso trattamento. Anche Berlusconi lo pizzichiamo continuamente».

Enzo Iacchetti è il suo alter ego?
«Prima di tutto è un amico. Chi viene dai laghi ha quella vena tenera e surreale che ricorda Pozzetto, Jannacci, Piero Chiara. Ricci mi mandò a incontrarlo a Roma, eravamo in un ristorante all’aperto, io gli parlavo e Enzo si guardava intorno. Era convinto che ci fosse una telecamera nascosta, che fosse uno scherzo. Dopo il suo esordio corse in camerino per telefonare a sua madre. Mi abbracciò: le sono piaciuto, ora ho capito che sono arrivato a Striscia».

Lei e il cinema. Ha recitato in 20 film, manca quello col morso: è un rimpianto?
«Con le serie arriviamo a quaranta. Va bene così, non ho rimpianti. Yuppies è diventato un cult, ho fatto Infelici e contenti con Pozzetto, Selvaggi di Vanzina è un ritratto dell’Italia scontrosa tra Berlusconi e i comunisti. A Pupi Avati quando mi ha chiamato per Il papà di Giovanna, ruolo drammatico, gli ho detto che ero disposto a interpretare anche Giovanna pur di lavorare con lui. Il mio filmIl silenzio dei prosciuttiè, insieme con La vita è bella di Benigni, il titolo più venduto nella classifica di Amazon Italia, ora è uscito in Dvd e il fatto che dopo 26 anni venga riscoperto dai giovani, alla mia veneranda età, mi riempie di felicità. Negli Anni ’80 sono andato a Los Angeles e ho lavorato con Mel Brooks: l’ho visto e mi sono inginocchiato, lui ha sorriso e ha fatto lo stesso con me, poi ha bofonchiato le parole italiane che conosce grazie alla moglie, Anne Bancroft, lei era di origini lucane».

Ma gli autori di cinema le hanno fatto pagare la notorietà tv?
«No, da 18 anni organizzo il Festival della commedia a Montecarlo che ho aperto con Mario Monicelli, ho avuto Ettore Scola come presidente di giuria... Ho anche qualche progetto futuro. Tante volte ho detto no a cose tristanzuole, per mia volontà. Ricordo il principe Ranieri quando gli proposi il Festival: d’accordo, mi disse sorridendo, purché diventi più importante di Cannes».

Si favoleggia di una sua famosa cena con Berlusconi e Mike Bongiorno.
«Ne ho fatte tante con Silvio, ne ricordo una, dopo aver comprato il Milan mi chiese: tu sei un nostro tifoso? Sono piemontese, non cambio casacca. E lui: ho trovato la soluzione: compro anche la Juventus».

Tra la Vecchia Signora e una giovane fidanzata chi sceglie?
«La Vecchia Signora è giovanissima... Però scelgo tutt’e due. Non guardo mai l’anagrafe di una compagna, e poi si può avere una compagna più matura dell’età che ha».

Lei ha due figli.
«Giacomo ha 30 anni, si occupa di finanza a Londra e di energia alternativa; Gabriele ne ha 26 e ha scelto di fare l’attore. Ha studiato a New York e a Londra, ha recitato da poco un piccolo ruolo accanto a Sergio Castellitto».

Ha detto che quando vedeva Raffaella Carrà a «Canzonissima» si addormentava.
«Raffaella è un’amica, mi ha fatto conoscere Jerry Lewis, un comico e un uomo straordinario che aiutò economicamente Stan Laurel, finito povero. Non mi sono mai piaciuti i varietà tradizionali. Ricordo le interviste di Alberto Lupo che duravano due giorni... Io ero pazzo della tv di Raimondo Vianello, veloce, ogni volta una gag diversa».

Perché in Italia non c’è mai stato un David Letterman?
«Tocca un nervo scoperto. Un anno e mezzo fa ho fatto un numero zero, l’Ezio Greggio Show, destinato a Canale 5. C’erano la scrivania, il pubblico, la musica live. L’impianto di Letterman. Ospiti Paolo Bonolis e Antonella Clerici, Rocco Hunt cantava e il povero Matteo Troiano stonava. Lo mostrammo a Mediaset, tutti entusiasti. Mai andato in onda. Ho chiesto lumi e non ho capito perché non si è fatto. Prima o poi, da qualche parte, lo porterò».

La Rai l’ha mai cercata?
«Occasioni ci sono state, ricordo un approccio pesante per condurre Sanremo. Ma ho contratti con Mediaset che si rinnovano e diventa difficile fare trattative. Io di Striscia non mi stancherei mai, con Ricci ci capiamo senza parlare, ma a questo punto della carriera vorrei aggiungere anche altre esperienze».

Il tormentone «è lui o non è lui», è una sua invenzione?
«Sì, è nato a Drive In, una parodia delle televendite in cui, accanto alle mutande di Spadolini e alle giacche da poker di Emilio Fede, si metteva all’asta un quadro kitsch di un pittore inesistente, tale Teomondo Scrofalo».

Paolo Villaggio disse: sostituire Greggio a «Striscia» è come sostituire Pertini al Colle.
«L’ho incorniciata quella battuta. Ricordo quando premiai Villaggio al mio Festival. Mi chiamò allarmatissimo: sono obbligato a mettere lo smoking? Sì, risposi. Replicò, mandami una sarta e un esperto di fiamma ossidrica per poterlo indossare. Sul palco, alla serata di gala, camminava come un pinguino».

Sanremo senza pubblico?
«Le regole devono valere per tutti. Aver chiuso cinema e teatri quando non era stato accertato un solo caso di Covid al loro interno, giusto per non assumersi responsabilità, è stato un errore imperdonabile. Come si può non fare un programma che porta milioni di fatturato? Mi chiedo come riusciranno Amadeus e Fiorello a prendere i tempi comici: si calcolano sempre sulla risposta degli spettatori in sala».

Com’è stato il suo lockdown?
«Come quello di tutti. Per fortuna a Montecarlo l’aria è buona. Portavo due mascherine, il berretto, i guanti e gli occhiali. Eppure mi salutavano tutti per strada: Bonjour, monsieur Greggio. Sono sicuro che è stato per via del nasone, il mio emblema».

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