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Ferrarotti: “Covid come la guerra ma speriamo in uno scatto di vitalità”

Per Franco Ferrarotti, il padre della sociologia in Italia di cui l’editore Marietti ha appena pubblicato tutte le opere più importanti in 6 volumi per un totale di 5 mila pagine, la pandemia è un po’ come l’ultima guerra mondiale (“Però la guerra al virus genera più angoscia perchè il nemico è misterioso”) ma, come avvenne nel dopoguerra, “la speranza è che l’Italia trovi, come allora, uno scatto di vitalità e le energie per ripartire”.

Intervistare Ferrarotti è un grande privilegio perché ogni colloquio con lui è un po’ come un viaggio nella storia dell’umanità ma con gli occhi rivolti al futuro. Gli effetti della pandemia e le nuove diseguaglianze, i rischi di ripiegamento nell’individualismo ma anche il ritorno alla riflessione interiore, i nuovi rapporti tra scienza, tecnologia e società, l’importanza dei vaccini (“vaccinarsi è un obbligo civile”), i conflitti intergenerazionali (“I giovani rischiano di essere le maggiori vittime della pandemia”) e la speranza che alla fine si sappia “fare un buon uso della crisi”, che al di là della tragedia ha anche aspetti positivi, tra cui spiccano il risveglio dell’Europa e la grande occasione del Recovery Plan. Di tutto questo, con la saggezza del grande studioso e la consueta vivacità intellettuale, Ferrarotti parla in questa intervista esclusiva a FIRSTonline. Ascoltiamolo.

Professor Ferrarotti, è passato un anno dall’inizio della pandemia: com’è cambiata l’Italia e come sono cambiati gli italiani dall’arrivo e dalla diffusione del Covid-19?

“Il carattere nazionale di un popolo non cambia in un solo anno, ma la persistenza del Coronavirus sta purtroppo avendo un’influenza drastica sulla quotidianità e le abitudini degli italiani sono certamente cambiate e stanno cambiando sotto il peso dell’isolamento in casa e della solitudine. Il ripiegamento nell’individualismo è evidente”.

In effetti, la diffusione dell’informatica e di Internet, come lei ha scritto in un pamphlet in anni recenti, aveva già accentuato la tendenza all’individualismo nella società moderna, ma il distanziamento sociale gli ha dà un’altra spinta prepotente: che effetti può avere la pandemia sulla coesione della società e sarà realmente possibile, dopo il trauma del Covid, tornare a una nuova normalità delle relazioni sociali?

“La tendenza all’individualismo c’era già prima della pandemia, indotta dalla possibilità di collegarsi attraverso il web ai luoghi più lontani del pianeta in una sorta di villaggio globale che è certamente una novità importante della nostra epoca ma che è stata ed è spesso vissuta in modo autoreferenziale. L’individualismo disaggrega la società e la solitudine costringe a ripiegarsi su se stessi scoraggiando la formazione dei gruppi: il declino dei partiti politici nasce anche da qui. Naturalmente, pur con questi grandi limiti, non tutto il presente è da buttare e l’individualismo, imposto dalle circostanze, obbliga a ripensare se stessi e fa riscoprire la vita interiore dopo un’epoca di grande apertura al mondo”.

In passato lei realizzò una ricerca sociologica molto importante sul sacro nella società contemporanea: pensa che la pandemia possa aumentare la religiosità?

“In un certo senso sì. Il concetto di sacro è opposto a quello di profano e va inteso come valore che trascende i valori più strumentali rispetto a quelli del mercato, che sono del tutto legittimi ma che non possono appropriarsi di funzioni che non appartengono al mercato. In un sistema capitalistico l’economia di mercato non ha alternative ma bisogna fare attenzione a non trasformarla in una società di mercato nella quale i rapporti utilitari prevalgono sui rapporti interpersonali. In questo senso il sacro è importante anche nella società contemporanea perchè ci fa capire che occorre una sponda, una base d’appoggio, un punto di riferimento sottratto al puro tornaconto”.

Professore, lei ha vissuto la seconda guerra mondiale e il dopoguerra: che differenza c’è tra quella Italia e questa che sta vivendo la pandemia?

“Sì, ho vissuto di persona la Seconda guerra mondiale ma anche la guerra civile e la Resistenza antifascista. Ricordo bene quegli anni e se penso all’Italia della pandemia non posso non vedere il parallelismo con gli anni della guerra: siamo di fronte a due situazioni di crisi e di emergenza che in larga parte coincidono, anche se – a differenza di allora – la guerra al virus genera più angoscia perchè il nemico è misterioso e il campo di battaglia è meno chiaro. La mia speranza è che si sappia fare un buon uso della crisi e che l’Italia, come avvenne nell’ultimo dopoguerra, sappia trovare anche dopo la pandemia uno scatto di vitalità e l’energia per ripartire non solo sul piano economico e sociale ma anche demografico”.

Il Covid-19 ha rimesso in discussione alcune grandi questioni del nostro tempo come il rapporto tra scienza, tecnologia e società e ha inciso fortemente, oltre che sulla sanità, sul lavoro (per chi ce l’ha) e sulla scuola con lo smart working e la didattica a distanza: queste nuove modalità di lavorare e di studiare sono passi avanti o indietro e in parte resteranno anche dopo la pandemia?

“Smart working e didattica a distanza sono rimedi imposti dall’emergenza rispetto a cui non valgono le obiezioni di principio ma che non vanno considerati eterni. Come ha giustamente ricordato un grande musicista come Nicola Piovani non ci si può abituare a fare musica solo sul web. Però, se sindacati e imprenditori avranno la necessaria agilità mentale, lo smart working può rappresentare una via d’uscita anche dopo la pandemia rispetto all’eccessivo assembramento urbano. Personalmente mantengo tuttavia riserve verso forme di comunicazione, al lavoro come a scuola, così distanti, che annullano la presenza fisica e il linguaggio del corpo soprattutto in un popolo, come il nostro, che ha inventato lo struscio come grande patto sociale, e che è abituato a parlare con le mani. Intendiamoci: nulla contro la tecnica e la tecnologia ma ricordiamoci che la tecnica è un valore strumentale e non finale e deve essere governata democraticamente”.

Vuol dire che, se non ben gestite, smart working e didattica a distanza possono aumentare le diseguaglianze sociali?

“Se c’è un aspetto positivo emerso dalla tragedia della crisi è proprio il fatto he la crisi ha rivelato le tremende disparità e diseguaglianze sociali da cui siamo circondati. Si fa presto a pensare alla didattica a distanza ma che si fa se nelle famiglie più povere i figli non hanno un computer? E come si fa a lavorare a casa quando si abita in appartamenti angusti? Le crisi vanno utilizzate bene e prendere atto delle diseguaglianze deve essere il primo passo per accorciarle”.

Il tanto atteso arrivo dei vaccini anti-Covid appare come una grande vittoria della scienza al servizio della società ma non è finora bastato a cancellare i pregiudizi ideologici dei No Vax: non crede che, almeno per il personale sanitario e per i dipendenti pubblici che lavorano nelle scuole o sui mezzi di trasporto, la prioritaria difesa della salute di tutti possa e debba indurre all’obbligatorietà delle vaccinazioni?

“Il Paese ha di fronte un grande compito educativo per spiegare e convincere anche i dubbiosi sull’utilità del vaccino di fronte alla mentalità cospiratoria dei No Vax rafforzata dalla misteriosità del Covid. Bisogna far capire a tutti che i diritti della comunità devono prevalere su quelli dei singoli. La vaccinazione è un obbligo civile e non è un’eresia pensare alla sua obbligatorietà. Sono invece contrario all’introduzione dei patentini sanitari perchè distinguere i cittadini tra vaccinati e non vaccinati non mi pare una scelta saggia”.

La pandemia e le vaccinazioni hanno anche portato alla luce un conflitto intergenerazionale tra giovani e anziani che era già latente ma che rischia di divenire esplosivo di fronte alla crudeltà della domanda, affiorata in alcuni ospedali svizzeri, su chi salvare prima di fronte all’aggressività del Covid e all’insufficienza del sistema sanitario: quali sono le sue riflessioni in proposito?

“Il conflitto intergenerazionale è in parte fisiologico perchè la formazione dei giovani avviene naturalmente contro la generazione precedente. Ma la consapevolezza civile dovrebbe aiutare a gestire i processi di ricambio generazionale e ad evitare che i conflitti divengano insanabili. Il rispetto e il sostegno degli anziani non possono essere disgiunti dalla considerazione che le nuove generazioni rischiano di essere le maggiori vittime della pandemia perchè pagano il prezzo di un precariato senza fine e ora anche quello dell’isolamento sociale imposto dalle circostanze”.

Professore, prima abbiamo confrontato la crisi da pandemia con la crisi bellica ma anche oggi come nel dopoguerra – allora con il Piano Marshall e oggi con il Recovery Fund – l’Italia si trova di fronte a una straordinaria e irripetibile occasione di rinascita economica e sociale: riusciremo a sfruttarla malgrado la debolezza della classe politica e dell’attuale tecnostruttura?

“Il risveglio dell’Europa, che da club di Paesi litigiosi si è fatta patria e ha rilanciato l’autentico spirito europeo, è un altro degli aspetti positivi della crisi che si contrappongono alla tragedia della pandemia che a sua volta, nella sua dimensione planetaria, ha spinto a riscoprire il valore della famiglia umana. Il Recovery Plan e la politica monetaria espansiva della Bce sono frutti molti importanti di questa stagione drammatica. Sarebbe un delitto per l’Italia non cogliere l’occasione che ha di fronte ma occorre che la classe dirigente e non solo quella politica trovi coraggio, determinazione, visione e capacità di sfruttare al meglio le competenze. E’ tempo di uscire dai veti e controveti e dall’immobilismo che bloccano il Paese e l’occasione giusta per farlo è questa. Scegliere è difficile ma i problemi non si risolvono rinviandoli”.

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