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Italy

Genova, la ricostruzione del ponte Morandi corre senza burocrazia

Anche oggi verrà montata una trave da cinquanta metri, tempo permettendo. Ma cosa vuoi che sia, in fondo si tratta solo dell’impalcato sulle pile 16 e 17, al principio del lato di levante, poco visibile, poco scenografico. Poi è lungo appena la metà di quello che giovedì alle 14 in punto è stato issato a quaranta metri d’altezza, sopra il pilone numero 9, proprio quello che il 14 agosto di due anni fa si sbriciolò come un grissino trascinando sotto alle sue macerie le vite di 43 persone. Quindi, se ne parlerà poco o nulla, così come sta passando sotto silenzio l’imminente completamento delle diciotto arcate di calcestruzzo alte novanta metri dalle fondamenta. Alle cose fatte bene ci si abitua in fretta. Così la costruzione del nuovo ponte di Genova e il costante avanzamento dei lavori stanno diventando una normalità inedita ma non per questo meno piacevole. Alla quale fa da contrappunto la cassa di risonanza che deriva dalle occasioni speciali, come la posa delle tre travi da cento metri che messe una in fila all’altra restituiranno a Genova il filo dell’orizzonte sparito in quella piovosa e tragica mattina di mezza estate. Già ieri faceva una certa impressione passare da via Fillak, la strada che scorreva sotto il ponte Morandi, e rivedere dal basso non più il cielo, ma di nuovo una striscia di asfalto e cemento armato. Non è vero che tutto deve per forza cambiare sempre, a volte è più bello quando le cose tornano come erano prima.

Inizio di marzo

La seconda trave sarà decisiva. Perché è quella che attraversa il Polcevera, che ricongiunge il levante al ponente e riempie lo spazio vuoto. L’appuntamento è per l’inizio di marzo. Quasi una soglia psicologica. La metà esatta dell’opera, che segna l’attraversamento del luogo del disastro, del greto del fiume pieno di macerie così enormi che sembravano piramidi. In quel momento, quando l’impalcato verrà fissato in alto, il ponte «sarà di nuovo», come dice Francesco Poma, il direttore dei lavori, dopo una assenza che tutti pensavano sarebbe durata molto di più. Per quanto in corso d’opera, questa impresa forse può già raccontare qualcosa che riguarda tutti noi. Dopo la fase dell’utopia, e degli slogan buoni per i social network, i protagonisti di questa storia hanno intrapreso una strada diversa, che prevede poche parole e molti fatti. Ancora lo scorso ottobre, qui era tutto un annuncio. «Inaugurazione entro marzo 2020!» «Traffico aperto alle auto per fine gennaio» «Posa definitiva dei 1067 metri di impalcato entro Natale 2019!» Per fortuna di tutti, si sono spente le luci dei riflettori, che solleticano le vanità e inducono a lanciare promesse impossibili da mantenere. Anche se quella di Marco Bucci sulla primavera del 2020 come termine ultimo rimane ancora in piedi.

Tagli promozionali

Quando la polvere delle celebrazioni e dei troppi tagli di nastro a scopo auto promozionale si è invece posata, non è rimasto altro che sfruttare al meglio una legislazione che più speciale di così non poteva essere. Il celebre decreto-Genova, diventato legge dello Stato il 15 novembre 2018 dopo 77 modifiche, cambi di cifre, riscritture di articoli interi, rappresenta davvero un unicum, una specie di Gronchi rosa dei poteri speciali affidati in ultima istanza a una sola persona, il commissario alla ricostruzione. Nemmeno per i terremoti sono state concesse tante e tali deroghe alle procedure ordinarie. Non è questa la sede per stabilire se davvero si tratta di un caso di ultra-liberismo legislativo entrato nel nostro ordinamento a cavallo dell’onda emotiva generata dalla tragedia del ponte Morandi. Ma il taglio di ogni burocrazia si è rivelato lo strumento più importante per fare in fretta un’opera che doveva essere fatta in fretta, oltre che bene. All’epoca della sua nomina nessuno poteva immaginare che Marco Bucci si rivelasse la persona perfetta per un incarico così gravoso. Il commissario nonché sindaco di Genova è davvero uno dei primi post-politici italiani. Nel senso che di politica, e di diplomazia, non ne sa nulla. In una delle sue prime uscite dopo l’elezione, ebbe un vistoso momento di imbarazzo quando gli venne chiesto cosa pensasse di Paolo Emilio Taviani, che è stato solo il più importante uomo politico genovese dal dopoguerra a oggi. Non lo conosceva.

Di scuola americana

A Bucci sfugge il significato di tutto quello che alimenta il dibattito pubblico e in tal senso è davvero una specie di alieno. Si considera un manager, di scuola americana. La fissità del suo sguardo rivela spesso una determinazione che qualcuno trova ottusa, ma nel caso di specie funziona. In questi mesi ha condotto un pressing esasperante sul Consorzio PerGenova. Le sfuriate del sindaco che grida, come lo chiamano i dipendenti di palazzo Tursi, si sono abbattute anche sulle aziende incaricate della ricostruzione. L’uomo che dietro le spalle veniva etichettato come un vincitore per caso, un mister Magoo della politica, è diventato un Re Mida osannato dall’entourage leghista e da Giovanni Toti il presidente regionale uscente che lo ha «inventato» commissario e ora si gioca la riconferma a colpi di selfie in sua compagnia. Perché conta solo il ponte, niente altro. Il 65 per cento dei liguri lo considera la cosa più importante. E comunque la primavera finisce il 21 giugno.

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