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Giorgio Armani: sfilata e docu-film su La7. «Ho iniziato per caso. Ma ho capito che potevo vincere»

«È un puro caso se mi sono occupato di moda, ma quando ho capito che potevo diventare qualcuno, ce l’ho messa tutta»: Giorgio Armani in parole sue sta tutto in questa frase che Pierfrancesco Favino legge mentre scorrono le immagini di una vita che non ha bisogno di sottotitoli. Ieri 26 settembre 2020, per la prima volta una sfilata in tv in prima serata su La7 diventa un docu-film emozionante, toccante, sincero. Il racconto di una carriera e poi lo show. L’uomo e lo stilista, il pensiero e gli abiti, umanità e professionalità. Da dove cominciare? Impossibile scegliere. Analisi e consapevolezza si rincorrono nella vita e nel lavoro di Armani: «La capacità di leggere il presente e la forza del segno fanno si che di lui ci si ricordi la persona», scandisce con una voce magnetica l’attore. Già. E scorrono le copertine di 40 anni di successi e le immagini di sfilate memorabili e i video e gli audio di interviste che sono la storia: «Mi guardavo attorno e vedevo tutto quello che stava succedendo (la lavorazione del documentario era cominciata nel giugno 2020, ndr) ed ero perplesso. Mi sembrava di essere un esibizionista. Ma poi ho pensato che tanta gente non aveva mai visto tutto quello che c’è dietro al mio lavoro. E sono andato avanti. Stringendo i denti».

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Giorgio Armani: il senso della misura
Genio&Discrezione

E se lo scorrere del passato va veloce, lo show va in slow-mo e ogni dettaglio, piega, movimento e colore bucano lo schermo e arrivano diretti al telespettatore in prima fila sul “divano”. «Ho dato troppo gas c’era bisogno di rallentare», scherza lo stilista riportando alla memoria le parole di critica a una moda andata oltre. «Un modo per dire — aggiunge — e ora godetevi questo vestito». E la collezione è una sintesi dello stile, un’osmosi fra ieri e oggi, una citazione e un suggerimento, preciso. Esplode il greige per primo, il colore armaniano per eccellenza, per lui e per lei, perché lo show è dedicato ad entrambi: «In futuro vedremo. Dipende da come c’è la caveremo col virus». Ma il dialogo fra i due guardaroba è perfetto e si ritrova nella scelta dei coordinati. Certo il maschile è più sintetico: le giacche decostruite (con revers o alla coreana) si portano sulla pelle nuda o con il gilet e sui pantaloni morbidi in una variante infinita di sfumature di grigio e blu e giocando con le contraddizioni (il check con le stampe) e sugli accessori (le pantofole). Al femminile; le lunghe tuniche etniche, le giacchette grafiche, le bluse, i top, le tute di seta, gli spolverini e la sera in cristalli sirena ma anche sporty (felpa e gym). Lo stilista non esce a raccogliere l’audience: «Mi sembrava più rispettoso così, con l’immagine finale della modella». Genio&discrezione.

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