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Giorgio Panariello: «I miei nonni erano il Ba’ e la Ma’. A Carràmba! temevo di trovare mio padre»

Giorgio Panariello, chi era il Ba’?
«Il Babbo, mio nonno Raffaello, l’uomo che mi ha fatto da padre. Un napoletano dal carattere difficile, spigoloso, che aveva con me un rapporto di assoluto amore. Era un marinaio di stanza in Versilia quando conobbe la Ma’».

Chi era la Ma’?
«Mia nonna Bonaventura, la Mamma, quella che ancora adesso nella mia testa è mia madre. Era una donna piccola e gentile, la mia prima fan, quella che ha cucito i primi vestiti quando facevo le imitazioni di Renato Zero, quella che agli spettacolini diceva tronfia: “Quello è mio nipote”».

E invece chi era Raffaella?
«È la madre ufficiale, ma è solo un sostantivo. È stata una donna assente che ha abbandonato me e mio fratello dalla sera alla mattina. La vedevo per le feste quando veniva a portarci i regali accompagnata a un uomo sempre diverso, infatti come nel gioco delle tre carte ci ha nascosto i nostri veri padri. Non posso dire di non volerle bene, perché alla fine è sempre mia madre, ma non è nulla in confronto all’amore che porto per la Bona».

E chi era Franco?
«È difficile descrivere Franchino in poche parole. Per me è stato gioia e dolore. Nella prima parte dell’infanzia, era un fratello ogni tanto. Poi è venuto a vivere con noi ed è diventato un fratello a tutti gli effetti. Condividevamo la stanza da letto, mi rubava le camicie, quelle cose che si fanno tra fratelli. Dopo è diventato la mia zavorra. Lo considero un ragazzo sfortunato. Ha avuto anzitutto la sfortuna di nascere un anno dopo di me, per cui i miei nonni non hanno potuto tenere anche lui in casa ed è stato affidato a un istituto. Franchino è un’anima perduta che però alla fine si era ritrovata».

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Giorgio Panariello a Forte dei Marmi con la fidanzata Claudia (che somiglia a Belen)

Oggi la sua famiglia sarebbe considerata disfunzionale. Ai suoi tempi poteva sembrare un po’ bislacca.
«Bislacca è un eufemismo: era una famiglia strana veramente. Accorgersi quando avevo 8-9 anni che niente era come sembrava , nessuno al suo posto, quelli che pensavo fossero i miei fratelli in realtà erano i miei zii, i miei genitori i miei nonni, la signora che veniva ogni tanto mia madre, mio padre mai visto... Insomma bislacca mi sembra riduttivo. Era un Circo Barnum, che ha creato problemi al carattere debole di Franchino e a me ha dato questo spirito di riscatto che mi ha permesso di fare un mestiere che potesse sdrammatizzare».

Le è rimasta la curiosità di conoscere suo padre biologico?
«Sì, sono curioso, ne ho fatto anche un monologo televisivo. In realtà non sono uno che ha l’ansia di sapere, ormai ho 60 anni e lui non ci sarà neanche più. Ma ricordo che ai primi tempi in cui facevo tivù, ogni volta che Raffaella mi chiamava a Carràmba! Che sorpresa oppure Maria De Filippi a C’è posta per te, io avevo l’ansia che veramente avessero trovato mio padre».

Ma se un genio uscisse dalla lampada e le chiedesse di esprimere tre desideri, questo sarebbe uno?
«Sì, sarebbe uno dei desideri, ma proprio per togliermi la soddisfazione di capire perché non si è mai fatto vedere, magari non lo sa nemmeno. Credo che sia stato uno di quegli incidenti di percorso che capitano».

È attore, regista, comico, imitatore, scrittore. Dei suoi tanti successi, quale avrebbe voluto farlo vedere a Bonaventura?
«Lei si è persa tutto, mi ha visto solo agli esordi e già era orgogliosa. Quando trovai un piccolo ingaggio televisivo a Stasera mi butto e le dissi: “Nonna, mi hanno preso alla Rai”, replicò: “Ho fatto un sugo buono, me lo porti un po’ a Pippo Baudo?”. Per lei la Rai era una grande famiglia, era convinta che andassi a vivere con Pippo e Raffaella Carrà».

Quello del sugo è uno dei «sapori» presenti nel suo libro «Io sono mio fratello» (Mondadori), dedicato a Franchino. Ma se le dico penne panna e prosciutto?
«Era il piatto preferito di Raffaello. Mia nonna cucinava in una maniera... Penso che tutti noi cerchiamo in giro per il mondo i sapori di cosa ci preparava nostra madre, e restiamo delusi quando mangiamo una lasagna perché non sarà mai come quella che faceva lei».

E l’odore della banana matura?
«Banana matura e cuoio. La dimenticavo nella cartella dei libri. Se potessi ricreare un profumo sceglierei quello, basta una spruzzatina e si torna indietro negli anni. Quando ho condotto Sanremo, nel 2006, mi vestì Armani e mi fece lui gli ultimi ritocchi con gli spilli in bocca. Ogni tanto tirava fuori questo profumo e se lo spruzzava, era molto incensato e gli chiesi come mai lo usasse in continuazione. Rispose: “Guarda, quando lavoro lo uso sempre perché mi ricorda mia mamma e l’odore dello scialle quando tornavamo dalla chiesa: l’incenso restava nel foulard”».

Visto che ha citato Sanremo del 2006, lo ricondurrebbe? Non fu un trionfo...
«È qualcosa che ricordo con sentimenti contrastanti. Secondo me quel Sanremo lì era un po’ troppo avanti. L’eliminazione dei fiori, della scala..., probabilmente lo vedremo così tra molti anni, semplice, pochi fronzoli. Però lo rifarei, ovviamente con lo sguardo di oggi, la maturità e la scaltrezza di adesso. Ero andato lì pensando che fosse non dico una passeggiata, ma un lavoro d’unione tra la rete e i giornali, che fossimo tutti insieme...».

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Conti, Pieraccioni e Panariello insieme per l'ultimo addio al comico e amico Niki Giustini

Tra tutte le cose che ha fatto, quale l’ha divertita di più?
«Oltre alla televisione, che è sempre da mettere come base nel discorso perché è quella che mi ha dato tutto, la cosa che ricordo con maggior divertimento e impegno è Il borghese gentiluomo di Molière. Quando il regista Giampiero Solari me lo propose lo guardai pensando scherzasse e invece ho ricevuto grandi complimenti da personaggi come il povero Gigi Proietti, Martone, i grandi del teatro che sono venuti a vederci».

E della tivù cosa le è rimasto nel cuore?
«I miei ricordi più belli sono legati al primo anno di Torno sabato, quello itinerante, perché ho capito che insieme con noi girava l’Italia. Avevo una compagnia che era veramente una famiglia, dove si sono sposati cameraman e ballerine. L’ultima grande soddisfazione, invece, è stata portare in tv lo spettacolo dei miei fratellini Leonardo Pieraccioni e Carlo Conti, dopo che avevamo fatto un botto di date nei Palasport. Ecco, queste due cose con Molière mi rimarranno per tutta la vita».

Cosa le piacerebbe fare, che non ha fatto?
«La commedia musicale, come quelle di Garinei e Giovannini, che in realtà ho sfiorato».

Racconti.
«Stavo lavorando al Parioli di Roma quando venne Garinei, mi chiamò e disse con la sua bella voce autoritaria: “Panariello, io vorrei che lei rappresentasse per noi in teatro al Sistina la commedia preferita di Giovannini Aggiungi un posto a tavola”. E io: “Magari! Dove c’è da firmare?”. Ma poi uscì la terza edizione di Torno sabato e non ho potuto farlo. È un grande rammarico. Oggi la commedia musicale la farei ovviamente moderna. Ci sono tanti autori bravissimi, penso a Giuliano dei Negramaro, Biagio, Diodato, che potrebbero comporre delle canzoni per una commedia divertente».

L’ha gia scritta?
«Ci sto pensando, ho un’idea che mi frulla in testa».

È vero che ha preso il primo aereo a trent’anni?
«Sì, per andare in Sardegna. Quando atterrai a Elmas venne a prendermi l’impresario che stava andando a Iglesias per uno spettacolo di Benito Urgu. “Chi è?”, chiesi. “È un comico bravissimo, qui in Sardegna impazziscono per lui”. Quando gli vidi fare la signora Desolina Vacca, Giorgetto da Pirri, Tore Mitraglia, il maresciallo Serpis, decisi di tirare fuori dal cassetto i miei personaggi e scrivere i testi. Fino a quel momento avevo fatto solo imitazioni di personaggi famosi».

Torniamo a Franco. Come mai fu Carlo Conti ad avvisarla che suo fratello era morto? Per ipotermia, accertò l’autopsia.
«Quando hanno portato Franco all’obitorio, lì c’era una poliziotta che era la moglie di un nostro amico che fa il comico, Graziano Salvadori. Non avevano il mio numero e non erano sicuri che quel Francesco Panariello fosse mio fratello, lo conoscevano come Franco. Nel dubbio chiamarono Carlo e lui chiamò me».

E in quel momento?
«Fu un fulmine a ciel sereno. L’avevo visto pochi giorni prima, era a posto. Me lo avessero detto quei tempi là me lo potevo aspettare, ma così no. Andai di corsa pensando è lui?, non è lui? Non so descrivere la sensazione, un contrasto di sofferenza e rammarico. E se non l’avessi fatto andare via?».

Il senso di colpa attraversa tutto il libro che ha scritto per lui, ma Franco ha sempre scelto.
«Lo so, non voglio far passare me per un santo né Franco per una persona che dava sempre la colpa agli altri. Ma bisogna tenere conto che non era lucido, aveva vissuto in collegio reietto, poi in un garage... Se lo avessero adottato a 7 anni sarebbe stato diverso».

Abbiamo iniziato con un nome, chiudiamo con un altro. Chi è Claudia?
«È la mia fidanzata, una persona straordinaria. Ha 25 anni meno di me, ma è molto matura. Mi dà tranquillità, serenità, amore. La stimo e mi stima».

La sposa o no?
«Io e lei non ne parliamo mai. Ce lo chiedono solo gli altri».

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