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Giornata mondiale delle donne nella matematica in ricordo di Maryam Mirzakhani, la scienziata che giocava con i numeri

Oggi, 12 maggio, si celebra in tutto il mondo la giornata internazionale delle donne nella matematica. Una ricorrenza di fresca istituzione: è nata nel 2018, ed è tanto giovane che neanche Google le ha dedicato un doodle, ma confidiamo se lo ricordi l’anno prossimo. Giovane perché è dedicata a una grande scienziata, Maryam Mirzakhani, morta da poco, nel 2017, e troppo presto, a 40 anni, per un cancro al seno. Maryam, che era iraniana e si era lauerata a Teheran, insegnava matematica alla Stanford University ed era considerata una delle massime esperte mondiali di geometria e sistemi dinamici. «I suoi grandi risultati, la sua vita e la sua carriera sono un’ispirazione per tutti, uomini e donne, che vogliono inseguire i propri sogni» si legge nel sito dell’organizzazione a lei dedicata. Mirzakhani è stata la prima donna (e per ora l’unica) a vincere la medaglia Field, quella che viene considerata il Nobel della matematica e che viene assegnato ogni 4 anni ai più grandi ricercatori under 40. Così oggi, in tante università e centri di ricerca del mondo, si tengono eventi, convegni, lezioni dedicati alle Donne nella Matematica. Che non sono molte.

Matematica? «è come perdersi in una giungla»

Maryam da bambina voleva fare la scrittrice ma poi scoprì, come diceva lei, la gioia di giocare con la matematica:«È come perdersi in una giungla, raccogliere tutte le conoscenze a tua disposizione e cercare di usarle per inventarti qualche trucchetto. Con un po’ di fortuna, te la puoi cavare» diceva raccontando la sua storia di “ragazza fortunata” perché era riuscita a realizzare i suoi sogni. Steven Kerckhoff, suo collaboratore e professore a Stanford per spiegare in cosa era speciale disse: «a differenza dagli altri ricercatori aveva una capacità unica di mettere insieme pezzi disparati in maniera del tutto originale». Equando ricevette la medaglia Stem Maryam disse «Spero che questo incoraggi giovani scienziate e matematiche donne. Sono sicura che nei prossimi anni molte altre donne vinceranno questo tipo di premi». Se riusciranno a dedicarsi alla ricerca senza che le cattedre vadano ai colleghi maschi, verrebbe da aggiungere.

Il soffito di cristallo negli atenei

A proposito di donne e carriere in ambito Stem (Science, Technology, Engineering e Mathematics), in Italia non siamo messi bene: è vero che lo studio delle materie Stem appassiona sempre più ragazze e che il numero delle iscritte cresce di anno in anno ma restiamo comunque al di sotto della media europea (28% mentre noi siamo al 25%). Ma il grosso problema è ancora quello che succede “dopo” l’università, ovvero le carriere delle donne negli atenei, nei centri di ricerca e all’interno delle aziende che si occupano di innovazione. Insomma, il soffitto di cristallo che fatica a rompersi.
Basta guardare, per esempio, il grafico sulla parità di genere all’interno degli atenei italiani, ovvero sul rapporto tra docenti maschi e femmine. I più virtuosi? L’università Iuav di Venezia (Architettura, design , teatro, moda e scienze visive) e il Sissa di Trieste (Scuola superiore di Studi avanzati in fisica, neuroscience e matematica), insomma la culla delle Stem: qui il rapporto è 1 a 1, quindi paritario. Seguiti dall’Università dell’Insubria e quella di Milano Bicocca. Gli istituti meno paritari? Il Gran Sasso Science Institute (una donns ogni 3,4 uomini), l’Università Foro Italico (3,3), quella della Basilicata (3,2) e la Scuola Normale Superiore di Pisa (2,7).
Peccato che proprio il Sissa, culla delle Stem, non presenti neppure una donna nella composizione del suo Senato accademico. Ci spiegano dal prestigioso centro di formazione che i componenti del Senato sono elettivi, non sono scelti dal direttore, mentre la composizione del corpo docente è paritaria.

Tante dottorande Stem, ma poi niente cattedra

Nel 2019 la Conferenza dei Rettori presentò le linee guida per il Bilancio di genere negli Atene italiani: le donne rappresentavano solo il 20 % dei professori ordinari e il 7% dei rettori. Una forbice inspiegabile se si considera la percentuale delle donne laureate in Italia (nel 2018 erano il 57%) e anche l’alta percentuale delle donne che ottengono il dottorato di ricerca. Anche nelle materie Stem, dove, incredibilmente, superiamo la media europea (siamo al 38%): le donne in Italia concludono con successo il percorso di dottorato di ricerca anche nelle aree Stem, ma poi non fanno carriera in ambito accademico. È il così detto “tubo che perde”, spiegano dal Crui (Conferenza dei rettori): «al progredire della carriera universitaria, il numero di donne diminuisce e l’Università perde le relative risorse. La diseguaglianza di genere causa dunque un problema di perdita di capacità e cattivo utilizzo di risorse pubbliche». Basteranno le intenzioni presentate all’interno del Piano nazionale di ripresa e resilienza a “riparare il tubo?”

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