Italy

«Giustizia per Marco,  il nostro bimbo ucciso  due anni fa mentre eravamo in vacanza in Sicilia»

Il piccolo investito in Sicilia: il processo è a rischio prescrizione. Le udienze fissate a ottobre e novembre sono state rinviate a marzo del prossimo anno

di Anna Campaniello

Un braccio appoggiato sulla spalla della mamma, l’altro su quella del papà, l’immagine più eloquente di quello che la famiglia Castelli non è più. Antonella e Gualtiero hanno consumato con gli occhi quella foto, rivivendo ogni istante dei sette anni trascorsi con il figlio Marco. Fino a Ferragosto del 2018: il mare della Sicilia, la spiaggia, la felicità autentica di un giorno di vacanza, il rientro verso casa sulla provinciale tra Menfi e Sciacca, l’auto che «salta» lo stop e travolge la macchina della famiglia comasca. Marco è morto a quell’incrocio. Ora però, il futuro spezzato di un bambino di soli sette anni rischia di restare senza giustizia. «Niente ci restituirà nostro figlio — dice papà Gualtiero dalla casa di Turate in cui ogni giorno, con Antonella, convive con la mancanza di Marco —. Ma è doveroso che ci sia almeno giustizia. Chiediamo che ci sia un processo corretto e in tempi ragionevoli». La morte di Marco non è stata una fatalità, ma il risultato di una catena di fattori: la precedenza non data; la segnaletica stradale carente, che potrebbe aver favorito lo stop mancato; la scarsa manutenzione delle barriere poste a lato della strada provinciale 50, con quei «tubi innocenti arrugginiti» che sono entrati nell’abitacolo della macchina della famiglia Castelli e non hanno lasciato scampo a Marco, che pure era seduto nel seggiolino, con la cintura di sicurezza perfettamente posizionata.

Dopo l’incidente, sei persone sono state iscritte sul registro degli indagati: il conducente della Ford Mondeo che ha travolto la Nissan Qashqai della famiglia Castelli, il capo cantoniere che non avrebbe predisposto adeguata segnaletica, l’agente della polizia municipale incaricato del controllo della segnaletica, i responsabili della manutenzione della strada e quindi del parapetto rotto e arrugginito che ha ucciso Marco.

Il processo in Sicilia non è ancora iniziato. La perizia finale sull’incidente è stata depositata oltre un anno dopo, nel settembre del 2019, e alle lungaggini burocratiche si sono aggiunti rinvii per l’emergenza Covid. Nel gennaio scorso, la procura di Sciacca ha chiesto l’archiviazione per quattro degli indagati. Contro la richiesta ha presentato ricorso la famiglia Castelli, assistita dai legali Carlo Piatti e Gianni Caracci. Le udienze fissate a ottobre e novembre sono state rinviate a marzo del prossimo anno e il procedimento rischia di partire in ritardo e con la certezza che, almeno per alcuni degli anelli della catena degli errori che hanno portato alla morte di Marco non ci potranno essere colpevoli. «Se venissero archiviate le posizioni della Provincia e quindi di chi doveva occuparsi di quel parapetto che è stato il maggiore responsabile della morte di nostro figlio, non ci sarebbe giustizia — dice Gualtiero Castelli —. Chiediamo che per tutti i presunti responsabili ci sia un processo e che non ci siano altre lungaggini, perché si prospetta lo spettro della prescrizione, sarebbe una beffa. La strada è stata sistemata solo in parte dopo quasi tre anni, c’erano già stati incidenti prima e altri potrebbero esserci. Non vogliamo vendette, non ci aspettiamo che qualcuno vada in carcere. Per noi non cambia nulla, ma chiediamo almeno che venga riconosciuto chi ha sbagliato. È il minimo per la morte ingiusta di un bambino vittima dell’incuria e della leggerezza degli adulti. Un bambino di sette anni che rischia di essere vittima due volte».

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