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Governo Draghi, i sottosegretari scelti col Cencelli e il bilancino (più dei ministri). I berlusconiani si prendono Editoria e Giustizia. Ai Servizi va Gabrielli

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Governo Draghi, i sottosegretari scelti col Cencelli e il bilancino (più dei ministri). I berlusconiani si prendono Editoria e Giustizia. Ai Servizi va Gabrielli

Ancora una volta vince - anzi stravince - l’equilibrio della bilancia di precisione: 11 sottosegretari al M5s, 9 alla Lega, 6 per Pd (5 donne) e Forza Italia. Nel M5s non ci sono Fraccaro e Buffagni ma quattro news entry (tutte donne), il leghista Molteni torna al ministero dell’Interno. I berlusconiani piazzano uno dei loro all'Editoria e Sisto alla Giustizia (ma anche Mulè alla Difesa), Renzi ottiene di far rientrare Bellanova e Scalfarotto. Spazio anche per Tabacci e Della Vedova

Peggio dei ministri, almeno di quelli politici. E d’altra parte questa volta le scelte erano tutte in mano ai partiti. Se esistesse qualcosa di più partitocratico dell’ormai mitologico manuale Cencelli di sicuro sarebbe stato utilizzato per nominare i sottosegretari di Mario Draghi. Già quando aveva letto la lista dei suoi ministri le scelte dell’ex presidente della Bce avevano deluso chi da settimane parlava del “governo dei migliori“. Niente da dire, fino alla prova dei fatti, sugli otto tecnici piazzati nei dicasteri chiave. Musica molto diversa sulle 15 poltrone divise col bilancino tra la maggioranza a larghe intese che appoggia il governo. Stesso spartito per le lista dei 39 sottosegretari, arrivata a dieci giorni dal giuramento: 11 poltrone vanno ai 5 stelle, primo gruppo in Parlamento, 9 alla Lega, 6 per il Pd e 6 per Forza Italia, due per Italia viva. Un incarico a testa per i partiti piccoli e quindi Leu, +Europa (con Benedetto Della Vedova), Centro democratico (Bruno Tabacci) e perfino Noi con l’Italia, quella che alle politiche del 2018 doveva essere “la quarta gamba” del centrodestra e poi è sparita dai radar. Ricompare con la nomina di Andrea Costa, consigliere regionale, alla Salute. Non ha un seggio in Parlamento anche Alessandra Sartore, assessore al Bilancio in Regione Lazio che Nicola Zingaretti ha promosso al governo per sopperire alla contestatissima mancanza di donne del Pd al governo. Alla fine su sei posti per i dem, questa volta solo uno va ad un uomo.

Una lista composta col bilancino dell’orafo – Anche sul fronte delle quote genere la lista dei sottosegretari del governo Draghi è stata stilata mixando il Cencelli e il bilancino di precisione dell’orafo. Alla fine su 39 incarichi (sei da viceministro) le donne sono una leggerissima maggioranza: 20 contro 19 uomini. Tra questi ultimi rientra anche l’unico tecnico della partita: Franco Gabrielli lascia l’incarico di capo della Polizia per prendere la delega ai servizi segreti. Lo stesso cursus honorum seguito a suo tempo da Gianni De Gennaro che però tra il vertice della Polizia e l’incarico di governo guidò il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza. Gabrielli, invece, cambia veste in 24 ore e prende la delega contestata da Matteo Renzi quando a reggerla era Giuseppe Conte. Precisione finissima è stata poi utilizzata per quanto riguarda gli schierementi: per ogni delega ci sono sempre almeno due componenti, uno della ex maggioranza del governo Conte 2 e uno della vecchia opposizione. Resta da capire come faranno a lavorare insieme persone che fino a due settimane fa non se le mandavano a dire. E anche ultimamente non si sono trattenute. Bilancino e sostanziale pareggio anche per le provenienze geografiche (anche se tra i ministri c’era un’ampia maggioranza di “nordisti”): i sottosegretari provenienti dal Sud e dalle isole sono in totale 16 (6 solo dalla Puglia). In sette sono originari dalle Regioni del Centro Italia, mentre altri 16 provengono dalle Regioni settentrionali (7 sono lombardi).

Ai berlusconiani Editoria e Giustizia – Per il resto fa rumore lo scippo dei berlusconiani che riescono a mettere le mani sulla delega all’Editoria, fondamentale per i destini dell’impero di Arcore. Forza Italia avrebbe voluto piazzare lì addirittura Giorgio Mulè, berlusconianissimo ex direttore di Panorama: i 5 stelle e il Pd hanno fatto muro, provocando a un certo punto la sospensione del Consiglio dei ministri. Alla fine la quadra è stata trovata spostando Mulè alla Difesa, ma mantenendo la preziosissima delega a giornali e informazione: finisce a Giuseppe Moles, non un pretoriano ma comunque berlusconiano della prima ora. Ex assistente di Antonio Martino all’università e poi nel primo governo Berlusconi, è alla seconda legislatura in Parlamento. È al quinto giro, invece Francesco Paolo Sisto, una sorta uomo-immagine della giustizia made in Arcore: l’avvocato pugliese fu uno degli scudi umani del capo durante la legislatura delle leggi ad personam e delle nipoti di Mubarak. Negli ultimi tempi non è cambiato. Quando per esempio il leghista Armando Siri dovette dimettersi perché era indagato per corruzione, Sisto tuonò in Parlamento: “Il Paese è nelle mani della magistratura. Le Procure decidono la composizioni del governo, questo è un attacco alle istituzioni. Ce ne rendiamo conto? Sveglia, sveglia”. Dove poteva finire oggi? Ovviamente alla giustizia. Tenterà, con ogni probabilità, di bombardare in ogni modo le riforme anticorruzione e sulla prescrizione del Movimento 5 stelle.

I 5 stelle tra new entry e uscenti blindati. Ma non ci sono Fraccaro e Buffagni – Toccherà alla grillina Anna Macina provare a neutralizzare Sisto. Pure lei legale originaria della Puglia, è firmataria della legge sul conflitto di interessi (uno dei provvedimenti più importanti per il M5s), siede in commissione Affari costituzionali e nella Giunta per il regolamento. A ottobre 2019 era in corsa per diventare capogruppo, ma finì nel tritacarne dei veti incrociati (era un nome gradito a Di Maio) e decise di ritirarsi. Macina è una delle deputate alla prima legislatura su cui i 5 stelle cercano di puntare per ricomporre un gruppo massacrato da polemiche e guerre interne. È lo stesso caso di Rossella Accoto, fino a oggi capogruppo in commissione bilancio del Senato (molto attiva sul fronte Ristori) e da domani sottosegretaria al Lavoro: cercherà di preservare l’influenza 5 stelle in un dicastero in cui sono passati prima Di Maio e poi Nunzia Catalfo. Tra i nuovi ingressi: Barbara Floridia all’Istruzione, senatrice che già l’ex capo politico aveva scelto per il suo “team del futuro” come facilitatrice per l’area “formazione e personale”; Ilaria Fontana, deputata laziale conosciuta nel Movimento per le sue battaglie su ambiente ed economia circolare: sarà sottosegretaria del nuovo superministero alla Transizione ecologica. Primo incarico al governo, ma seconda legislatura, per Dalila Nesci: calabrese, neo sottosegretaria al Sud. E’ considerata vicina a Roberto Fico, ma soprattutto è la principale esponente della corrente Parole guerriere (come Gallo e Brescia) e tra le prime a spingere per il sostegno al governo Draghi. Confermata dal precedente esecutivo la presenza di Giancarlo Cancelleri ai Trasporti (il siciliano era viceministro, ora sarà sottosegretario), Giampaolo Sileri alla Salute e Alessandra Todde allo Sviluppo Economico. Sono al terzo incarico (facevano parte anche del Conte 1) Laura Castelli all’Economia, Carlo Sibilia agli Interni e Manlio Di Stefano agli Esteri. In particolare su Castelli, Di Stefano e Cancelleri sarebbe arrivata la blindatura di Di Maio, ma in generale i registi delle trattative sono stati il capo politico reggente e i due capigruppo (tutti e tre per scelta esclusi dalle nomine). Fuori dal governo, invece, resta Riccardo Fraccaro, sottosegretario alla presidente con Conte, considerato molto vicino all’ex premier. E pure Stefano Buffagni: rumors raccontano che sull’ex sottosegretario lombardo sia calato il veto di Vito Crimi, ma anche la Lega rivendica la sua esclusione come un successo del Carroccio.

Il ritorno dei leghisti e dei renziani – Dopo l’esperienza gialloverde il partito di Matteo Salvini riporta al governo Claudio Durigon al Lavoro, Vannia Gava alla Transizione ecologica e Lucia Borgonzoni ai Beni culturali: nel 2018, quando venne nominata per la prima volta, disse di non leggere un libro da tre anni. Chissà se nel frattempo ha migliorato la sua media. L’anno scorso fu protagonista della campagna elettorale per le Regionali in Emilia-Romagna: dopo aver giurato che anche in caso di sconfitta sarebbe rimasta in Regione, perse le elezioni contro Stefano Bonaccini ritornò in Senato. Ma non è il tasto più dolente: è ancora consigliera comunale a Bologna e nel 2020 ha disertato tutte le sedute (anche se erano da remoto). Rientra all’ultimo agli Interni Nicola Molteni, co -firmatario dei decreti Sicurezza di Salvini, sul quale era stato posto un veto del Pd: senza successo a quanto pare. Inascoltata pare sia stata la richiesta di Stefano Patuanelli che non voleva come sottosegretario all’Agricoltura Gian Marco Centinaio. Tra i leghisti sarà il primo giuramento invece per Alessandro Morelli, ex presidente della commissione Trasporti, ex direttore di Radio Padania e attuale numero uno del giornale online Il Populista: è considerato molto vicino all’uomo del Carroccio a Mosca, Gianluca Savoini. Esordio al governo pure per Stefania Pucciarelli, piazzata alla Difesa: una volta mentre viaggiava in treno ci tenne a sottolineare di essere “l’unica italiana in un vagone pieno di stranieri, tutti di colore. Tutti sprovvisti di biglietto”. Aneddoto simile per Rossano Sasso, all’Istruzione: anni fa organizzò un flash mob per una violenza sessuale in spiaggia chiamando “bastardo irregolare” il presunto violentatore, che però si è poi rivelato innocente. Squadra completamente confermata, invece, per Italia viva: dopo la ministra Elena Bonetti, tornano al governo Teresa Bellanova e Ivan Scalfarotto, che questa volta si occuperanno – rispettivamente da viceministra e sottosegretario – di Trasporti e Interni. Sono praticamente le stesse persone che facevano parte del governo Conte e che lo fecero cadere dimettendosi. Per settimane Matteo Renzi si è vantato urbi et orbi che per lui “non era una questione di posti”, che il suo partito era l’unico ad aver “fatto dimettere i propri ministri”. Quaranta giorni dopo le dimissioni sono di nuovo lì.

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