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«I bambini dimenticati in una favola»

«L’idea di mettere una figlia e una madre che ha la sua stessa età mi è venuta dal nulla». Céline Sciamma, in gara alla Berlinale con Petite Maman, continua a esplorare il pianeta femminile col suo tocco «intimo», avventurandosi stavolta nel realismo magico. Nelly ha 8 anni e ha appena perso l’amata nonna. Aiuta i genitori a ripulire la casa d’infanzia in campagna di sua madre, che sparirà. Nelly nel bosco incontra una bambina, hanno gli stessi anni, si chiama Marion, come sua madre. E come faceva lei, costruisce una casa su un tronco d’albero. Le dice: «Io sono tua madre, e tu vieni dal futuro».

«È una favola moderna», il bosco come proiezione di fantasie, archetipo di mutamento e scoperta, «una storia raccontata dal punto di vista dei bambini, che sono i grandi dimenticati della pandemia. Hanno ascoltato il mondo brontolare, era vitale includerli, guardarli. Sono sempre più sensibili degli adulti a nuove idee e storie, mentre noi abbiamo il nostro background, le nostre pressioni». Le due bambine giocano, ridono insieme. «La crescita di Nelly passa anche attraverso il lutto. Ma non è un film sul lutto, semmai c’è la perdita, l’abbandono del passato».

La sua cartografia dei sentimenti che indaga sulle grandi questioni della vita dura appena 72 minuti. Le due giovanissime protagoniste sono sorelle, Joséphine e Gabrielle Sanz, sembrano gemelle. «L’idea è semplice, l’incontro e l’amicizia tra una bambina e sua madre, come se fosse una coetanea. Ho considerato l’idea di possedere un potere magico». La regista la definisce una fantasia segreta che diventa collettiva, «è come se anche le situazioni più surreali diventassero possibili, e quella situazione potesse appartenere a tutti nello stesso tempo, in un’esperienza fisica di abolizione delle gerarchie e dei ruoli di madre e figlia».

Il tempo è qualcosa che va al di là della narrazione sulla transitorietà. «Non ho scelto un’ambientazione in una epoca precisa, quelle due bambine sono nel 2021 ma potrebbero essere anche negli anni ’50 o ’60 o ’70 del secolo scorso». Sono state scelte in un casting rapido, per legge possono lavorare 3 ore al giorno, il set doveva essere pronto. La storia le è venuta in mente dal nulla, mentre scriveva Ritratto della giovane in fiamme, premio della sceneggiatura a Cannes. «Su questo film ho rimesso la testa alla fine del primo lockdown. Mi sono chiesta: se incontrassi mia madre come se fosse una bambina, sarebbe mia madre oppure mia sorella, un’amica, o tutte queste figure insieme?». In quella vertigine e giostra oltre le leggi della natura, Céline Sciamma si è chiesta che cosa avrebbe fatto Miyazaki, il cantore dell’animazione giapponese. Un’altra fonte d’ispirazione è stata Big di Penny Marshall (1988) con Tom Hanks, dove un bambino esprime il desiderio di non esserlo più, dopo la prima umiliazione amorosa.

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