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I casi in Italia di variante Delta: per combatterla va sequenziata

In Italia si susseguono le segnalazioni di casi di variante Delta (ex indiana) e da lontano preoccupa vedere che in Gran Bretagna, dove l’80 per cento degli adulti è vaccinato, i nuovi casi sono tornati ai livelli di quattro mesi fa (tra i giovani).

La soglia del 5%

Secondo l’ultimo rapporto sulla «Prevalenza e distribuzione delle varianti» in Italia, pubblicato l’11 giugno dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS) la Delta raggiunge solo l’1% di diffusione, contro il 7,3% della variante Gamma (ex brasiliana) e l’88,1% della Alfa (ex inglese), ormai dominante. Ma la fotografia della distribuzione e diffusione delle varianti dipende dai sequenziamenti effettuati sui tamponi positivi al SARS-CoV-2, che in Italia, in percentuale, sono ancora bassi. La soglia minima di sequenziamenti richiesta dal Centro europeo per la Prevenzione e Controllo delle Malattie (ECDC) è del 5%, soglia che la stessa agenzia di monitoraggio europea caldeggia possa salire fino al 10%. Esempio virtuoso in questo senso è quello del Regno Unito, che ha fatto da apripista nell’individuare e monitorare le «varianti di preoccupazione» (VOC) su cui è concentrata l’attenzione di tutto il mondo e che è arrivato a sequenziare più dell’80% dei casi (tra sequenziamento dell’intero genoma e test PCR di genotipizzazione).

In Italia i numeri variano

«In Italia siamo arrivati a una quota pari quasi al 5% di sequenziamenti a livello nazionale – dichiara Arnaldo Caruso, Presidente della Società Italiana di Virologia (SIV) e Docente di Microbiologia all’Università di Brescia – non è l’obiettivo finale, ma come primo approccio della nostra storia, è abbastanza soddisfacente. Adesso, con i casi che decrescono e i tamponi con bassa carica virale, è molto più complesso per molte Regioni raggiungere i numeri di sequenze assegnati». Nell’ultimo rapporto ISS che arriva al 6 giugno si legge: «Sono stati segnalati al Sistema di Sorveglianza Integrata Covid un totale di 28.426 casi di infezione da virus SARS-CoV-2 con genotipizzazione, su un totale di 2.144.055 casi notificati, pari all’1,3%». Un numero che varia da Regione a Regione.

Quali casi si devono sequenziare?

L’operazione di sequenziamento viene svolta dai centri di riferimento regionali che lavorano in coordinamento con il Ministero della Salute e le Regioni di appartenenza. Ma come decidono quali e quanti tamponi sequenziare? Non esiste una percentuale fissa da raggiungere come target minimo a livello nazionale: il ministero della Salute ha indicato alcuni criteri di analisi e si occupa di raccogliere i dati per l’indagine nazionale mensile. «Il ministero chiede il sequenziamento di tutti i casi di positività a SARS-CoV-2 che riguardino: vaccinati, reinfezioni, rientri dall’estero e focolai con un’incidenza elevata – spiega Beatrice Boniotti, responsabile del laboratorio Covid-19, dell’Istituto zooprofilattico sperimentale della Lombardia ed Emilia Romagna con sede a Brescia - . L’indagine mensile invece viene fatta su base nazionale. Permette di rilevare prevalenze anche basse delle varianti: in una determinata giornata ogni laboratorio ha il compito di sequenziare un tot di tamponi, in base a un calcolo statistico che dipende anche dall’incidenza del virus in quel momento in quella Regione».

La Lombardia sequenzia tutti i minori e i nuovi positivi

Ci sono poi le richieste dei Governatori, in Lombardia quali sono? «L’indicazione è di sequenziare il 10% dei tamponi che contengono la variante inglese e, da un mese, tutti i casi di positività in giovani Under 19. In più, quelli in cui è presente la mutazione del gene S, comune alle varianti più preoccupanti, come brasiliana, sudafricana e altre (non la Delta). Il nostro laboratorio, infine, ha deciso anche di analizzare tutte le prime (nuove) positività». La quota del 5% di sequenziamenti è un target difficile da raggiungere soprattutto quando l’ondata del virus è in crescita: «Fino a qualche mese fa non avremmo potuto fare di più – dice Boniotti - perché i contagi erano molto elevati. Servirebbero investimenti, sia di personale che di strumentazione».

Il Consorzio mai nato: «Scelta miope»

«Abbiamo ancora un certo margine, ma non arriveremo mai ai livelli di altri Paesi – osserva il Presidente SIV -. In vista dell’autunno non siamo affatto soddisfatti: ero tra i promotori dell’istituzione di un Consorzio di sorveglianza viro-immunologica che andasse al di là del puro sequenziamento: un centro studi che potesse anche “caratterizzare” le varianti, valutare le caratteristiche di aggressività, diffusibilità, trasmissione, resistenza agli anticorpi. La proposta era inclusiva di tutti i laboratori che fossero stati in grado di fare questo tipo di lavoro». La nascita del Consorzio era stata annunciata già il 28 gennaio da parte dei vertici dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) e ISS, ma non si è mai concretizzata. «Forse con il cambio di governo è mancata la volontà di andare avanti. La ritengo una scelta miope, perché ci porta a dover subire ulteriori infezioni senza poterle monitorare, mi sembra il solito atteggiamento italiano che ci porta ad agire solo in caso di emergenza».

Affrontare la variante Delta

Adesso siamo attrezzati per seguire e far fronte alla variante Delta? «Finché i casi restano pochi lo siamo», risponde la dottoressa Boniotti e conclude Caruso: «È entrata in Italia entrata attraverso viaggiatori che sono sfuggiti ai controlli e alle quarantene e si sta diffondendo tramite piccoli focolai, molte volte in ambito familiare. Al momento non abbiamo grosse evidenze che possa diffondersi oltre. Se avrà la forza di resistere alla variante Alfa e all’estate potremmo ritrovarcela nel prossimo autunno».

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