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I fattori responsabili della caduta dei capelli (lockdown compreso )

Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie. Parafrasando il poeta Ungaretti, i nostri capelli potrebbero dichiarare a ragione di sentirsi un po’ pericolanti, quando le giornate si accorciano e si avvicina l’inverno: è questo, infatti, il momento dell’anno in cui ne perdiamo di più. Lo ha decretato uno studio pubblicato sul British Journal of Dermatology, che ha esplorato la stagionalità della perdita di capelli utilizzando anche i dati di Google Trends provenienti da otto diversi Paesi: c’è effettivamente un ciclo della capigliatura che si dipana durante l’anno e come spiega Shawn Kwatra della Johns Hopkins University School of Medicine, autore dello studio, «Non sappiamo se sia legato alle variazioni climatiche o altro, ma di certo esiste. L’estate e l’autunno sono i momenti in cui la perdita di capelli è più copiosa, senza differenze geografiche fra i due emisferi. Altri studi segnalano che agosto e settembre sono i mesi in cui il problema è più sentito e che in estate è massima la proporzione di capelli in fase Telogen; in inverno, invece, i capelli in questa fase sono al minimo».

Le due fasi

La fase Telogen è quella in cui il capello è ancora in sede nel follicolo ma le sue attività vitali sono praticamente concluse, di fatto non cresce più e a breve finirà per cadere: in estate, quindi, la percentuale di capelli destinati a esser persi nel giro di poche settimane è massima mentre in inverno è ridotta, segno che per un po’ la capigliatura resterà com’è. La fase anagen è invece quella in cui i capelli crescono e si allungano di circa un millimetro ogni tre giorni (ogni due in alcune donne): il numero massimo di capelli in questa fase c’è in primavera, momento in cui la chioma si infoltisce.

Stress da pandemia

Norma Cameli dell’Istituto Dermatologico San Gallicano di Roma aggiunge: «In autunno si perdono più capelli anche perché l’esposizione estiva al sole crea un’infiammazione del cuoio capelluto che favorisce la caduta nelle settimane successive». Il fenomeno quest’anno potrebbe essere di portata ancora maggiore perché lo stress da pandemia può aver indebolito ulteriormente la capigliatura, come specifica Pietro Tesauro, presidente della Società Italiana di Tricologia (SITri): «Essere sotto pressione “sincronizza” i cicli dei follicoli e li accelera, fino a dare una perdita di capelli consistente, più abbondante e insolita: dopo il lockdown c’è stato un incremento di casi e il motivo è il Telogen effluvium, una forma di caduta dovuta spesso proprio allo stress. I cicli dei capelli accelerano ed entrano in fase Telogen, la perdita è omogenea: se si interviene subito e il problema non diventa cronico, si può risolvere».

La diagnosi

Come capire se stiamo perdendo davvero troppi capelli o se è tutto normale? «Non è il caso di contare quelli che restano nella doccia o sul pettine tutti i giorni, aumenta l’ansia e non è un metodo affidabile», risponde Tesauro. «Meglio un test più preciso: il primo di ogni mese si fa lo shampoo per tre giorni consecutivi per eliminare i capelli che cadrebbero naturalmente, il quarto giorno si pettinano per un minuto contando quelli che restano sul pettine. In questo modo si può anche stimare se e come cambia la caduta da un mese all’altro».

Perdita fisiologia e patologica

Di norma perdiamo cinquanta, sessanta capelli al giorno senza accorgercene per il normale ricambio, la questione inizia a diventare anomala se entro sera ne restano nel lavandino più di cento per un periodo di alcune settimane. A quel punto può essere opportuno interrogarsi sulla causa, anche prima di apprezzare a occhio un diradamento: se si riesce a intravedere il cuoio capelluto, significa che in quella zona potremmo già averne persi un terzo o che si sono pericolosamente assottigliati.

Visita dermatologica e tricoscopia

Andare da un dermatologo specializzato o un tricologo è importante perché,come specifica Cameli: «Una diagnosi corretta è indispensabile , solo così si può scegliere una terapia efficace: le cause della caduta di capelli sono numerose e richiedono approcci diversi. Per la diagnosi oltre a un’attenta anamnesi (per capire per esempio se ci sia una predisposizione familiare, uno stile di vita scorretto, un livello eccessivo di stress, errori grossolani dal parrucchiere, ndr) è raccomandabile la tricoscopia, un metodo non invasivo con cui si analizza il cuoio capelluto; possono servire anche biopsia del capello e, soprattutto nelle donne, esami del sangue per valutare se vi siano carenze in alcune vitamine come la B12 o la D, alterazioni della ferritina o degli ormoni tiroidei, livelli eccessivi di androgeni.

Farmaci topici

In quest’ultimo caso la paziente potrebbe soffrire di alopecia androgenetica e allora è opportuna un’ecografia pelvica, perché spesso il problema si associa a una sindrome dell’ovaio policistico». L’alopecia androgenetica, assieme al Telogen effluvium, è uno dei motivi più frequenti di perdita dei capelli ; la terapia non è per forza il trapianto, come sottolinea Tesauro: «Possono essere utili farmaci topici a base di minoxidil, un vasodilatatore che agisce sul follicolo prolungando il ciclo di vita del capello e che si può trovare da solo o combinato a sostanze che ne potenziano l’effetto; per via topica si possono impiegare anche farmaci anti-androgenici, come il progesterone, o antinfiammatori, come l’idrocortisone butirrato. Se c’è un’infiammazione peri-follicolare infatti le cellule del bulbo del capello muoiono di più e in genere si hanno anche sintomi come forfora, dolore e prurito al cuoio capelluto».

Finasteride e laser

La finasteride, un inibitore dell’enzima che converte il testosterone in un analogo ancora più attivo, è impiegata da anni in caso di alopecia androgenetica ma vengono temuti effetti collaterali sulla virilità. «È un farmaco per il quale è opportuno scegliere dosi basse, prevedendo analisi di routine degli spermatozoi nei pazienti più giovani», osserva Tesauro. «Esistono anche altri trattamenti, per esempio l’applicazione di laser a specifiche lunghezze d’onda con spazzole o “cappelli” che emettono i raggi; tuttavia per funzionare vanno applicati sempre (gli “elmetti” per esempio 30 minuti tre volte a settimana o un po’ meno ma tutti i giorni, ndr) e quindi tanti dopo un po’ rinunciano.

Cellule staminali e plasma

Esistono poi terapie iniettive con le cellule staminali da tessuto adiposo, da sole o con le cellule adipose stesse in caso ci sia necessità di ricreare un cuoio capelluto normale se per esempio ci sono cicatrici; si può anche iniettare il plasma ricco di piastrine, che dà una risposta nel 60-70 per cento dei casi ma senza che sia possibile individuare prima chi avrà buoni risultati. Sono interventi costosi (sette, ottocento euro contro circa seicento per un anno di trattamento medico sistemico o topico, ndr) ed è bene essere chiari con i pazienti, si tratta di una scommessa: una terapia iniettiva non va scelta come primo rimedio alla caduta dei capelli, semmai come “spinta” in più dopo aver ottenuto il massimo dalle altre cure».

Tatuaggi e polveri di microfibre

Per chi non vuole farmaci o non risponde alle terapie esistono comunque possibilità di intervento, come specifica Cameli: «C’è il dermocamouflage, ovvero il tatuaggio, oppure prodotti a base di polveri di microfibre che fanno sembrare i capelli più folti ma vanno riapplicati ogni volta che si lavano i capelli perché se ne vanno con lo shampoo. Senza dimenticare le epitesi: non chiamiamoli parrucchini, sono vere protesi in cui vengono inseriti capelli su calotte polimeriche che possono essere conformate in modo preciso alla zona da rinfoltire».

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