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I passi avanti fatti dell’Italia verso la transizione ecologica

Qual è lo stato della green economy in Italia? Pare promettente per diversi aspetti, stando a quanto riportato nel report annuale “GreenItaly 2021 – Un’economia a misura d’uomo per il futuro dell’Europa” di Fondazione Symbola e Unioncamere.

Questo approfondimento di dati, che come ha sottolineato il presidente della Fondazione Symbola Ermete Realacci rileva una «un’accelerazione verso un’economia più a misura d’uomo che punta sulla sostenibilità, sull’innovazione, sulle comunità e sui territori», ci ricorda come attualmente l’economia verde in Italia fornisca lavoro a 3 milioni e 141mila persone (il 13,7% degli occupati) e come, negli ultimi 5 anni, abbia impegnato oltre 441mila imprese: il 31,9% nei settori di industria e servizi e il 36,3% nella manifattura.

Sfidare la pandemia
Tra i dati più interessanti emersi dal documento, arrivato alla sua dodicesima edizione, merita attenzione quello relativo ai nuovi contratti di lavoro, che nel 2020 si attesta sul 35,7%. Una percentuale che conferma, tanto negli investimenti quanto nell’occupazione verdi, le già buone performance del 2019, anche in un momento particolarmente difficile come quello pandemico.

«Il Covid non ha fermato gli investimenti green, perché sempre più imprenditori sono consapevoli dei vantaggi competitivi derivanti dalla transizione ecologica. Ma ancora oltre la metà delle imprese manifatturiere percepisce questo passaggio più come un vincolo che come una opportunità», ha spiegato il presidente di Unioncamere Andrea Prete, che ha aggiunto: «per dare ulteriore impulso alla transizione ecologica occorre intervenire sulla carenza di competenze attraverso percorsi di formazione adeguati, sulla diffusione di una cultura d’impresa più sostenibile, sull’accesso al credito bancario per facilitare il reperimento di risorse destinate a investimenti ambientali. E, ancora, sulle norme e sulla fiscalità, semplificando le procedure amministrative oltre a incentivi e agevolazioni, sulla creazione di mercati per la sostenibilità (come il Green Public Procurement) e sull’affiancamento da parte delle istituzioni alle imprese, sia nelle problematiche di carattere tecnico e tecnologico, sia di assistenza all’accesso a risorse e servizi».

La sostenibilità, oltre ad essere necessaria per affrontare la crisi climatica, è in grado di ridurre i profili di rischio per le imprese e per la società, stimolare l’innovazione e l’imprenditorialità e rendere più competitive le filiere produttive. D’altra parte, come ha ricordato Realacci di Symbola: «c’è un’Italia che può essere protagonista alla Cop26 di Glasgow ed è quella che fa della transizione verde un’opportunità per innovare».

Filiere sostenibili
La sostenibilità è oggi presente nelle strategie industriali di tutti i settori dell’economia italiana. Ad esempio, nella filiera del legno d’arredo, il 95% della materia prima utilizzata per produrre pannelli per l’arredo viene riciclata, garantendo un risparmio nel consumo di anidride carbonica pari a quasi 2 milioni di tonnellate l’anno.

Anche il mondo dell’edilizia si muove in questa direzione, forte degli incentivi statali per l’efficientamento degli edifici. «Un percorso – chiarisce il report – che sta avendo effetti benefici anche sull’occupazione del settore, cresciuta di oltre 132mila unità fra il 2019 e il 2021, di cui oltre 90mila a tempo indeterminato».

Parallelamente, il settore tessile e della moda, grazie all’impegno dimostrato nel monitoraggio della sicurezza chimica dei processi e nell’eliminazione delle sostanze più pericolose, può affrontare le nuove sfide sollecitate dall’economia circolare.

Rifiuti ed economia circolare
Il rapporto celebra l’Italia come leader in Europa per l’economia circolare, con il 79,4% di riciclo sul totale dei rifiuti (urbani e speciali): un risultato superiore alla media europea (49%), così come a quello raggiunto da Germania (69%), Francia (66%) e Regno Unito (57%).

È una performance che garantisce al nostro Paese un risparmio annuale di 23 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio e 63 milioni di tonnellate equivalenti di CO2 nelle emissioni (2018) grazie alla sostituzione di materia seconda nell’economia. Un altro primato è il quarto posto al mondo come produttore di biogas – da frazione organica, fanghi di depurazione e settore agricolo – dopo Germania, Cina e Stati Uniti.

Invece, nei settori di acciaio e alluminio, i rifiuti prodotti non sono sufficienti a sostenere la produzione nel nostro Paese, che è quindi ancora costretto a fare affidamento sull’importazione di materia seconda dall’estero.

Energia rinnovabile
Il 2020 ha mostrato nuovi record di potenza elettrica rinnovabile installata nel mondo, pari all’83% della crescita dell’intero settore elettrico.

Nello stesso anno in Italia, con una produzione di circa 116 TWh, il 37,6% dei consumi elettrici (41,7% della produzione nazionale netta) è stato soddisfatto da fonti rinnovabili, contro il 35% del 2019. Si tratta di un dato positivo ma ancora troppo distante dai target di neutralità climatica previsti per il 2030, soprattutto considerando che a fine 2020 in Italia risultano in esercizio circa 950mila impianti di produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, per una potenza complessiva di oltre 56 Gw. Di questi impianti, quasi 936mila sono fotovoltaici, circa 5.700 eolici, mentre i restanti sono alimentati dalle altre fonti (idraulica, geotermica, bioenergie).

«I recenti aumenti delle bollette elettriche dovuti essenzialmente all’aumento del prezzo del gas dimostrano – chiarisce il report – quanto sia importante accelerare sulle rinnovabili anche per salvaguardare l’indipendenza e la competitività della nostra economia».

Per raggiungere gli obiettivi del 2030 dovremo installare circa 70 Gw di rinnovabili nei prossimi 10 anni, dunque 7 Gw l’anno. Tuttavia, nel 2020 il dato si è fermato a 0,9 Gw. «E le sei aste del Gse (Gestore servizi energetici) definite dal decreto ministeriale del 4 luglio 2019, proprio per incrementare la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, sono andate semideserte totalizzando offerte per appena 3.127 Mw rispetto ai 5.660 Mw previsti, poco più del 50%.

Un insuccesso – chiarisce GreenItaly – che evidenzia ancora una volta antichi mali del nostro Paese quali l’eccessiva burocrazia, opposizioni largamente ingiustificate e tempi lunghissimi per il rilascio delle autorizzazioni per la costruzione di impianti che scoraggiano gli investimenti e fanno lievitare i costi. Un rischio gravissimo che riguarda molte azioni del Piano nazionale di ripresa e resilienza».