Italy

I piani urgenti che mancano e le «possibili minacce». La stretta intorno al premier Conte

Forse non era tutto sbagliato, ma è tutto da rifare. Conte da mesi parlava ormai solo di «ricostruzione» e invece il Paese è precipitato di nuovo nelle restrizioni: il virus ha travolto i suoi piani e nel governo non si discute più di Recovery fund ma di come evitare le conseguenze di un altro lockdown. Al momento il tema più delicato non è la tenuta del quadro politico ma la gestione ordinata dell’emergenza sanitaria ed economica nel Paese. Nei giorni scorsi — come rivelano più fonti autorevoli e qualificate — i vertici dei servizi hanno evidenziato ai ministri competenti «possibili minacce» segnalate nell’«area antagonista» e nella «criminalità organizzata», che con obiettivi diversi hanno interesse a sfruttare la difficile situazione. L’informativa è sul tavolo del premier, che ha la delega in materia, ma è anche a conoscenza dei maggiorenti della coalizione.

Non dev’essere un caso quindi se il titolare del Viminale, Lamorgese, ha spiegato ieri che chiudere di nuovo l’Italia «avrebbe conseguenze di carattere sociale anche con riflessi sull’ordine pubblico». Se il leader del Pd Zingaretti ha chiesto di «fare attenzione perché il livello di stress economico e psicologico della popolazione è altissimo». Se il sottosegretario Martella ha aggiunto che nel prossimo futuro «potremmo avere un quadro sociale non più coeso». E se il dem Bettini si è spinto fino a un sibillino «qualcosa bolle in pentola»: «Non so cosa, ma non sento nella società un clima sufficientemente compatto».

Allora il pressing su Conte — operato per la prima volta contemporaneamente da Di Maio, Zingaretti e Renzi — è un segnale che travalica i rituali giochi di Palazzo. La richiesta di «cambiare passo» è un modo per spiegare al premier che non regge più la tattica di tranquillizzare l’opinione pubblica attraverso gli annunci, magari dicendo che «a fine anno arriverà il vaccino» ma senza specificare che serviranno mesi prima di poterlo somministrare ai cittadini. C’è un’urgenza dinnanzi all’emergenza: serve il piano sanitario nazionale, serve un sistema per compensare i ritardi nella scuola e nei trasporti, è necessario supplire «all’inadeguatezza di alcuni ministri chiave», come ha detto alla direzione del Pd Orfini, a cui Conte sembra «un prefetto non un premier».

Non è un problema di rimpasti o di sondaggi, il tema — per usare l’espressione di un dirigente dem — è che «il metadone del debito pubblico non basta più, e i prossimi mesi saranno ancor più duri, quando per esempio finirà il blocco dei licenziamenti». Per quanto possa apparire paradossale, persino la questione del Mes passa in secondo piano. C’è da cambiare linea, siccome «la luna di miele con il Paese è finita», come ha sostenuto Delrio durante una riunione al gruppo del Pd: «E va definitivamente superata quella forma di negazionismo strisciante che nel governo è servita quasi come una rimozione psicologica della seconda ondata del virus».

Certo, sono valide le ragioni che inducono Conte a tentare di scongiurare un altro lockdown: «Vorrebbe dire un altro colpo all’economia. E poi — ha commentato con un ministro — non sarebbe facile rialzarsi». Ma il Paese sta già progressivamente chiudendo, perciò l’interlocutore ha invitato il premier a «intervenire subito» per dare un indirizzo nazionale. Il quieta non movere che è stato il tratto distintivo di palazzo Chigi, d’un colpo è fuori moda e il presidente del Consiglio rischia di pagare anche per inadempienze non sue. Il virus sta provocando un’accelerazione politica per certi versi inattesa, se è vero che l’idea di istituire un «tavolo parlamentare permanente sulla crisi» tra maggioranza e opposizione è stata condivisa ieri dal vice segretario del Pd Orlando con il capo della Lega Salvini. È un evento che è stato notato a livello istituzionale. È una rete, non si sa quanto solida e duratura, che viene stesa a garanzia del sistema. E che potrebbe produrre a breve anche effetti legislativi bipartisan. Compresa l’autonomia differenziata.

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