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Il direttore di Banca Intesa per Toscana e Umbria: «Pronti a investire se lo fa anche chi fa impresa»

Luca Severini è direttore regionale Toscana e Umbria di banca Intesa Sanpaolo che a partire dal prossimo 12 aprile, quando sarà completata e pienamente operativa l’integrazione di Ubi Banca, guiderà circa 500 filiali sul territorio.

Direttore Severini, quando ne usciremo?

«La ripresa economica post pandemia sarà nell’ultimo trimestre del 2021, se risolviamo la crisi pandemica. Altrimenti questa stima dovrà essere aggiornata. Il fatto certo è che non si può parlare di ripresa economica se non si risolve la crisi pandemica».

Nonostante gli intoppi, toscani e nazionali, proviamo ad essere fiduciosi nella campagna vaccinale e a prendere per buono l’ultimo trimestre dell’anno: come si fa ad agganciarla questa ripresa?

«L’obiettivo primario è che il Paese e il suo sistema produttivo la aggancino prima possibile e nel miglior modo».

Sì, ma con quali strumenti?

«Per accompagnare le imprese sulla strada della ripresa, le banche devono trovare nuovi strumenti di medio e lungo termine per rafforzare il posizionamento finanziario. Nel corso del 2020 l’obiettivo principale della nostra azione a sostegno delle imprese è stata la liquidità. Nel 2021 l’obiettivo è rifinanziare le aziende allungando la durata dei piani di ammortamento per ricostruire il cash flow e rafforzare la capacità di credito delle imprese per fare gli investimenti che servono alla ripresa. Mettiamo a disposizione delle Pmi nuove soluzioni come l’allungamento dei finanziamenti fino a 15 anni, con due anni di preammortamento e la garanzia del fondo centrale all’80%».

Basterà allungare la durata dei prestiti?

«Ovviamente no. Il piano Motore Italia, che mette a disposizione oltre 4 miliardi di nuovo credito per le imprese toscane, punta su cinque aree di intervento: oltre al sostegno finanziario c’è la spinta agli investimenti per la transizione 4,0, per la crescita e la digitalizzazione, per la sostenibilità e per le operazioni di finanza straordinaria. A quest’ultimo proposito, ci siamo dotati di una struttura specialistica che segue le Pmi in tutto il percorso da fare per acquisizioni o cessioni oppure per l’accesso alla Borsa o a nuovi mercati, una consulenza completa come avviene per le imprese più grandi».

Quante imprese e famiglie hanno chiesto la moratoria sui prestiti nel 2020?

«Abbiamo concesso 38 mila moratorie alle imprese per un debito residuo di 6,6 miliardi e erogato 5,4 miliardi di finanziamenti a medio-lungo termine. Per i privati le moratorie sono state oltre 30 mila per un debito residuo di circa 2 miliardi».

Secondo le vostre stime, quanti di questi soldi non riuscirete a recuperare?

«I finanziamenti sono stati concessi seguendo tutti i criteri della bancabilità, quindi credo che il rischio potenziale possa essere stimato fra il 5 e il 10%, ovvero un tasso fisiologico, nonostante tutto».

Come sarà la ripresa economica post pandemia?

«Nel quarto trimestre dell’anno ci sarà una ripresa a “U” trainata da una forte ripresa delle esportazioni: attualmente stanno andando bene solo il farmaceutico e l’agroalimentare, mentre tutti gli altri settori sperimentano contrazioni di fatturato che vanno dal 25 al 50% e sarà la ripresa di questi comparti ad innescare l’andamento inverso nell’ultima parte del 2021. Poi la ripresa si stabilizzerà per tornare ad essere ordinaria a partire dal secondo trimestre del 2022».

Quali saranno le aziende che non riusciranno a rialzarsi da questa crisi innescata dalla pandemia?

«Quelle che erano già in difficoltà prima della crisi: questo criterio vale per tutte, anche per il settore turistico che è quello più colpito. Chi era in difficoltà già prima ha preso il colpo di grazia. Per questo motivo adesso gli imprenditori devono fare scelte importanti come acquisizioni, cessioni, riconversioni per evitare di affrontare la chiusura. La situazione pre Covid non tornerà più e dobbiamo essere bravi a conservare gli insegnamenti che abbiamo avuto dalla pandemia».

Cambieranno anche le regole per l’accesso al credito?

«Cambierà il quadro di valutazione del merito creditizio: ci saranno aziende che vedranno il loro rating calare da una fino a due o tre tacche e quindi chi partiva da una situazione già critica avrà dei problemi nell’accesso al credito. Ripeto: tutto dipende da come si partiva, da quale era la situazione dell’impresa già prima della crisi».

Cosa valuta la banca per stabilire se concedere credito ad un’impresa in questa fase così complessa?

«Ovviamente non possiamo guardare solo i numeri che sono per forza impattati dalla situazione. Nella nostra valutazione l’aspetto qualitativo ha pari importanza rispetto a quello quantitativo».

Cosa intende per aspetto qualitativo? A cosa guardate per dare soldi?

«Ad esempio guardiamo al peso dell’export, alla storicità dell’azienda, alla qualità del management e dell’organizzazione, al settore di appartenenza, all’eventuale sostegno del quadro normativo vigente: tutti questi elementi saranno determinanti nella valutazione del merito di credito, il cui peggioramento in termini strettamente economico-finanziari è inevitabile».

Tenuto conto di questi criteri, come sono messe le aziende familiari?

«Hanno più problemi delle altre perché piccolo è bello non funziona più. Spesso sono focalizzate solo sul prodotto e trascurano la solidità della struttura economico-finanziaria e patrimoniale. Le imprese familiari oggi si devono occupare, tardivamente, della crescita dimensionale e del rafforzamento patrimoniale».

Darebbe oggi un prestito per aprire un piccolo negozio di vicinato?

«Sì, ma dipende da quanto è disposto a investirci l’imprenditore: io ci metto il doppio di quello che mette lui e se il progetto ha una struttura economico-finanziaria che rende bancabile il progetto».

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