Italy

Il discorso di Conte alla Camera, oggi (che non sarà un processo a Renzi)

Non sarà un j’accuse. L’avvocato non userà toni da processo, non tratterà Matteo Renzi come un imputato. E nell’aula di Montecitorio ammetterà di aver «fatto errori», magari anche tanti, ma non tali da giustificare una crisi al buio e la caduta del governo, mentre arriva la terza ondata del virus. «C’è in gioco il Paese» è il filo conduttore del discorso con cui Giuseppe Conte, alla prova decisiva del suo doppio mandato, spera di agguantare la maggioranza assoluta oggi alla Camera e di conquistare, domani al Senato, una fiducia che si avvicini il più possibile ai 161 voti.

Per vincere ne basta uno in più, ma il numero della maggioranza assoluta è la soglia politica e simbolica a cui il fondatore di Italia viva ha appeso le sorti del rivale: «Se non li ha è un arrocco». Sfida che il presidente del Consiglio proverà a vincere con un «discorso alto», limato fino a notte con maniacale cura per sbianchettare i passaggi più taglienti. Qualche pietruzza dalle scarpe Conte se la vuol togliere, ma non gli sembra il caso di riservare a Renzi lo stesso trattamento inflitto a Matteo Salvini il 20 agosto del 2019, dopo lo «schiaffo» del Papeete. L’aula anche domani sarà quella di Palazzo Madama, ma in un anno è mezzo è cambiato il mondo.

L’Italia piange oltre 82 mila morti di Covid e aspetta come una manna dal cielo i soldi del Recovery. Scenario che non permette polemiche sterili, però richiede chiarezza. Uscire dal governo dopo aver «posto «condizioni irrealizzabili» come il Mes è stata «una scelta grave» e il premier inviterà il leader di Italia viva ad «assumersi le sue responsabilità». Ma se bacchetterà Renzi per aver «compromesso gli interessi del Paese» in favore degli interessi politici del suo piccolo partito, ai parlamentari di Italia viva spalancherà porte e finestre.

La vigilia l’ha passata in casa, a soppesare e lucidare fino a notte ogni vocabolo del suo ecumenico appello agli italiani e a tutte (o quasi) le anime del Parlamento. Trasparenza, responsabilità, valori, «nuovo Umanesimo». E poi il ruolo dell’Europa, lo sviluppo sostenibile, la scuola, i cantieri... La riforma del fisco e quella della giustizia. A tutti, salvo ai sovranisti di Salvini e Meloni, il Conte «federatore» offrirà un «patto di legislatura». Agli europeisti, ai moderati, a chi ha creduto in Renzi e potrebbe pentirsi, ai liberali di Berlusconi, ai i 5 Stelle cacciati o usciti dal Movimento, fino al più irriducibile dei socialisti: immancabile la strizzatina d’occhio al senatore Riccardo Nencini, che può portargli in dote il simbolo del Psi.

Per reclutare deputati e senatori dirà in sostanza che il governo ideale non esiste: «Questo non sarà il migliore dei governi possibili, ma chi vi dice che un esecutivo tecnico farebbe meglio?». Ricorderà le «tante riforme realizzate» e quelle che spera di poter fare se incasserà la fiducia, quindi farà leva sulle urgenze che non consentono un vuoto di poteri: Recovery plan come «occasione storica», scostamento di bilancio, decreto Ristori, vaccini, presidenza del G20. «I cittadini e l’Europa ci guardano». Un passaggio netto Conte lo dedicherà ai già democristiani dell’Udc, proprietari di quel simbolo legato al Ppe su cui Conte ha messo gli occhi, come casa dei «costruttori» e prima pietra del suo progetto politico. Il pressing di Lega e FDI per trattenere Lorenzo Cesa e i senatori Saccone, Binetti e De Poli è energico, eppure a Conte qualcuno ha detto che l’accordo è «quasi chiuso». A Cesa è stato offerto il ministero della Famiglia e nella cerchia del premier sono fiduciosi: «È il momento di ricostruire il Paese. Se i costruttori non arrivano adesso, verranno da qui a una decina di giorni». E dunque avanti, verso un governo di maggioranza relativa o di minoranza, che col tempo, questo il piano, «riuscirà a costruire un’alleanza più solida». Perché il premier a dare le dimissioni pare proprio che non ci pensi. «Il Conte ter adesso non si può fare — resiste il professore — Lo faremo quando la maggioranza si sarà consolidata». Messaggio che serve a placare i dirigenti del Pd e del M5S che aspettano quel rimpasto corposo che Conte ha sempre schivato.

Avrebbe una gran voglia di rinfacciare al senatore di Rignano il suo 2,4% nei sondaggi, ma forse si morderà la lingua. Indietro però non si torna, anche se Renzi dovesse prodursi nella ardimentosa retromarcia a cui Gianfranco Rotondi di Forza Italia spera di assistere: «Voterà la fiducia all’ultimo minuto di gioco, come Berlusconi con Letta».

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