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Il fantasma di Lysenko e il vaccino di Trump (e di Putin)

Sarà un effetto collaterale della pandemia, o dell’infodemia da coronavirus, ma da un po’ di tempo ho un pensiero fisso, un nome che continua a ronzarmi nella testa: Lysenko. Non faccio che pensare a lui. Mi ritorna in mente, il caro vecchio Trofim, quando Rick Bright, capo dell’agenzia americana per il vaccino anti-Covid, viene silurato da Trump per il solo fatto di aver osato mettere in dubbio la sua infallibilità sul fronte della pandemia.

O quando lo stesso Trump dà uno schiaffone a Robert Redfield, direttore dei Center for Disease Control and Prevention, colpevole di aver detto che un vaccino non arriverà prima di metà 2021, e nel frattempo è meglio indossare tutti la mascherina.

Penso a lui quando Anthony Fauci si azzarda a pronosticare che prima di Natale dell’anno prossimo non potremo tornare alla vita normale, e The Donald lo zittisce subito: informazione scorretta, “fake news”, gli States «stanno voltando pagina», per le elezioni di novembre ogni cittadino avrà in dono la sua fialetta di Rna modificato e il “virus cinese” sarà spazzato via insieme agli immigrati clandestini, ai sovversivi di Black Lives Matter e alle mascherine care ai democratici.

Ed è ancora lui, il fantasma di Lysenko, che sento svolazzare intorno quando scopro che perfino tra i virologi russi si levano voci critiche sulla validità di Sputnik V, il vaccino di Putin. Vergogna, compagni: lui non l’avrebbe mai fatto, anzi si sarebbe schierato impavido a difesa del Cremlino contro quella banda di disfattisti.

Trofim Denisovič Lysenko (1898-1976) si potrebbe definire il Fauci di Stalin in campo agricolo, se non fosse che con Fauci non ha niente in comune, a partire dal curriculum. È un agronomo di umili origini e di scarsa cultura, ma abbastanza presuntuoso da sfidare i capisaldi della scienza occidentale: nega che i geni siano portatori del codice ereditario, disprezza la genetica molecolare in quanto dottrina reazionaria e bolla i suoi fondatori come «falsificatori borghesi».

Teorizza l’ereditarietà delle caratteristiche acquisite, l’idea che le modificazioni che un organismo vivente in rapporto all’ambiente possano essere trasmesse alla progenie (la famosa giraffa di Lamarck, che allunga il collo per raggiungere le foglie degli alberi, e i suoi figli poi nascono col collo lungo). Negli anni delle purghe il lysenkoismo diventa una vera e propria ideologia consacrata dal regime. Trofim denuncia i maggiori genetisti accademici come traditori della causa sovietica, controrivoluzionari e agenti stranieri che lavorano attivamente per sabotare l’agricoltura nazionale. Stalin applaude: «Bravo, compagno Lysenko, bravo». E prontamente la polizia segreta si mette a dare la caccia agli scienziati dissidenti in tutta l’Unione Sovietica.

Alcuni vengono fucilati, tanti altri finiscono in Siberia. Tra questi il principale avversario di Lysenko, Nikolai Vavilov, che muore di stenti in un gulag. Del resto era un privilegiato, uno dell’élite dei “competenti” che aveva studiato in Inghilterra e in America, e perciò odiatissimo dai bolscevichi più fanatici. Mentre Trofim è uno del popolo, lo “scienziato scalzo” cresciuto all’università della zolla.

Lysenko è fermamente convinto di poter “educare” le colture a germogliare in stagioni diverse, per esempio immergendole in acqua gelida. Col risultato di distruggerle o di farle marcire. Questi metodi vengono applicati su larga scala nelle campagne dell’Urss, dando un poderoso contributo alle carestie che stermineranno sette milioni di persone negli anni Trenta, e in seguito nella Cina comunista, dove le vittime toccheranno i 30 milioni, con la gente ridotta a mangiare cortecce d’albero, sterco di uccelli e all’occorrenza qualche bambino.

Il paradosso è che ora, nella Russia di Putin, molti stanno rivalutando il compagno Trofim, visto come un precursore dell’epigenetica: della teoria, cioè, secondo cui modificazioni della molecola del Dna che non ne alterano la sequenza possono essere influenzate dall’ambiente e, in certi casi, venire trasmesse alle generazioni successive.

Uno sviluppo recente della biologia molecolare che fa litigare gli studiosi, e comunque ha ben poco a che vedere con il lysenkoismo. Ma scalda i cuori di quelli che «Stalin ha fatto anche cose buone». E intanto il veleno sottile del servilismo corrompe il mondo della ricerca: come ha detto il biologo Alexey Chumakov, che ha lavorato a lungo negli States, il ministero della Salute di Mosca «non ricerca l’opinione della comunità scientifica», come fa la Fda americana. Procede per la sua strada attenendosi alle direttive del Cremlino. «E non molte persone sono ansiose di dire qualcosa contro corrente».

Se tutti i ricercatori che lavorano al vaccino anti-Covid19 fossero dei cloni di Lysenko, staremmo davvero freschi. Una multinazionale come AstraZeneca sospende i test in presenza di una “reazione anomala” anche in uno solo dei pazienti. Sa bene che se non lo facesse, e il vaccino si dimostrasse poco sicuro o inefficace, la legge e il mercato la punirebbero, facendo crollare le sue azioni in Borsa.

Quando però a decidere non è un Amministratore delegato qualsiasi ma il Comandante in capo, e quando l’obiettivo è polverizzare Biden e restare altri quattro anni alla Casa Bianca, o quando il presidente è uno zar in carica fino al 2036 ma in crisi di consensi, che importanza può avere qualche “reazione anomala”? Quel che conta è arrivare primi al mondo, foss’anche con un intruglio che magari fa più vittime del virus.

Per fortuna, in America e non solo, ci sono i Bright, i Redfield e i Fauci. Gente che non è disposta a tacere e ad applaudire il tiranno di turno, e neanche a farsi applaudire da lui come il compagno Lysenko.

Perché gli scienziati “scomodi”, quelli che danno veramente fastidio al potere, non sono i Gunter Pauli (peraltro consulente del nostro premier) che collegano la pandemia al 5G o curano il virus con la vitamina C, e men che meno i geni misconosciuti dei social («Ce lo vogliono tenere nascosto! È un complotto di Big Pharma!»), ma i ricercatori seri che si ribellano ai diktat degli autocrati e dei leader populisti. Quelli che in nome della libertà e dignità della scienza resistono alle pressioni della politica.

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