Italy

Il fisico del Cern Ugo Amaldi: «Investimenti insufficienti. Rischi per la crescita futura»

Il professor Ugo Amaldi del Cern spiega perché gli investimenti in ricerca del Pnrr sono insufficienti

di Massimo Sideri

«Gli investimenti in ricerca del Pnrr? Assolutamente insufficienti». Il professor Ugo Amaldi del Cern, un nome che ha accompagnato milioni di studenti verso la conoscenza della fisica con gli omonimi manuali, si è speso personalmente sul tema diventandone il portavoce.

Nel Pnrr tutti gli investimenti chiamati «Dalla ricerca all’impresa» ammontano a 11,44 miliardi. Si tratta, in media, di 1,6 miliardi l’anno, lo 0,1% del Pil. Obiettivo molto meno ambizioso rispetto alla proposta chiamata con il suo nome...
«E non soltanto rispetto alla proposta che un anno fa ho avanzato nel pamphlet “Pandemia e resilienza” dando le ragioni per le quali l’Italia, per garantirsi un futuro a lunga scadenza, dovrebbe raggiungere, nei finanziamenti in ricerca pubblica, in tre anni la Francia e in sei anni la Germania, passando dall’attuale 0,5% del Pil prima allo 0,75% e poi all’1%. Per sostenere questo aumento drastico dei finanziamenti, Federico Ronchetti, fisico dell’INFN, ha subito lanciato una petizione che ha raccolto 34mila firme. In ottobre, poi, Cinzia Caporale e Luciano Maiani, grande fisico teorico e manager della scienza, hanno argomentato che un tale piano è troppo ambizioso e costoso; hanno perciò proposto il raggiungimento della Francia, cioè dello 0,75% del Pil, in 5 anni, cominciando con l’aggiungere 1 miliardo al bilancio del 2021 e continuando così nei quattro anni successivi in modo che nel 2026 il bilancio annuale sia di 14 miliardi anziché di 9 miliardi. Questo è lo scopo della proposta Amaldi-Maiani, come l’ha chiamata il Presidente dei Lincei Giorgio Parisi, uno dei 14 firmatari delle molte lettere aperte e appelli ai Premier Conte e Draghi e ai ministri competenti che abbiamo inviato in questi mesi, con le priorità di spesa, e che hanno lanciato un ampio dibattito pubblico nel quale il Corriere è intervenuto molte volte».

Non si è domandato come mai il governo Draghi non abbia approfittato di un piano già pronto all’uso?
«L’unica motivazione che posso immaginare è che alla ricerca pubblica, che pur porta a nuovi lavori e prodotti innovativi, sia stata data bassa priorità rispetto alla risoluzione dei nostri atavici problemi, che sono all’origine di enormi diseguaglianze sociali e frenano la crescita: l’inefficienza della Pubblica Amministrazioni, la lentezza della Giustizia, il mancato sostegno alle famiglie con figli, la bassa occupazione femminile, i trasporti da sempre trascurati, i ritardi nella transizione ecologica e digitale, la mancanza di competenze nelle discipline scientifiche e tecniche, etc. Ma, a questo proposito, è necessario sottolineare con forza che, anche se questi problemi fossero tutti risolti per effetto delle misure contenute nel Pnrr, tra 10-20 anni l’economia italiana non si svilupperebbe come quella tedesca, e nemmeno come quella francese, perché la nostra società non sarebbe ancora fondata sul “triangolo della conoscenza” che ha, come base, l’Istruzione e, come lati, la Ricerca e l’Innovazione».

Troppi fondi alla transizione ecologica e digitale?
«Per l’Innovazione sono previste, anche sotto l’impulso dell’Ue, molte risorse e questo è un fatto positivo perché anche qui, e in particolare nel trasferimento delle conoscenze scientifiche alle imprese, siamo in ritardo. Ma gli altri due lati del triangolo della conoscenza, Istruzione e Ricerca, sono talmente sotto finanziati che una diversa divisione dei fondi, magari facendo ricorso al Fondo complementare di 30 miliardi, sarebbe stata, a mio giudizio, necessaria. Per giustificarla, in modo ancora più efficace che citando le percentuali del Pil, si può dire che, per ogni cittadino, l’Italia spende oggi per la Ricerca pubblica 150 euro l’anno, la Francia 250 e la Germania 400. Questa situazione, che vale anche per l’Istruzione anche se in modo meno grave, è evidentemente inaccettabile per lo sviluppo a lunga scadenza dell’Italia, tenuto anche conto del fatto che è certo che ulteriori fondi distribuiti con criteri meritocratici sarebbero ben spesi dato che già oggi un ricercatore italiano è, in media, più produttivo dei lavori eccellenti di un francese o tedesco».

Un’occasione persa anche per le ricercatrici donne?
«In questo quadro desolante la ricerca italiana ha un atout molto positivo: la percentuale di ricercatrici è del 38% da confrontare con il 25% di Francia e Germania. Un investimento in ricerca pubblica è quindi anche un investimento che, partendo da una buona base, permetterebbe di investire sulle donne. Anche questo è un argomento per continuare ad insistere».

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