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Il folksinger che col suo echoplex ha creato un suono mai esistito prima

Di tutta la genìa di folksinger/cantautori usciti all’inizio degli anni 70 in Inghilterra, John Martyn è stato sicuramente il più sperimentale e il più geniale. Ha spinto molto oltre i confini del folk, il suo punto di partenza, entrando in territori diversi con assoluta originalità: jazz, rock, dub, blues, space-rock, definizione vaga per dare un vocabolo alla sua musica spaziale, atmosferica. Lo ascolti, anche per dieci secondi, e quella voce così morbida, profonda, jazzistica nel suo non rispettare metriche e spelling, con le parole che scivolano una nell’altra, non può che essere lui. Ottimo chitarrista, con la sua invenzione, l’echoplex, ha creato un suono che non esisteva, e che sarebbe stato il suo irripetibile marchio di fabbrica. 

Una personalità complessa e incontenibile che ha vissuto fra i due estremi che il titolo di un suo album definiva alla perfezione, grace and danger, aggraziato e pericoloso insieme. Pericoloso per se stesso, si intende: il suo lungo rapporto con droghe e soprattutto alcool lo ha lentamente consumato nel fisico, ma non nello spirito. Spirito gentile e violento insieme, la sua vita è stata funestata da drammi personali e fisici, mantenendo fino alla fine nel 2009 quella insaziabile voglia di vivere, di eccedere, di continuare a cercare nuovi sentieri per la sua musica, senza pentirsi mai di nulla.

In un bellissimo documentario per la BBC4 nel 2003, girato prima e dopo l’amputazione di una gamba sotto il ginocchio per evitare la setticemia indotta da una cisti, documentario in cui il suo black humour irruente e tagliente adornava una vita fatta di scelte musicali e di vita sempre eccessive, tanto quanto la sua stazza negli ultimi anni, l’ha detto con candore: «mi piace vivere sull’orlo. La vita straight, regolare, non è per me, non mi piace». E, riprendendo il titolo di un blues di Blind Willie Johnson del ’27, ’It’s Nobody’s Fault Than Mine’, ha chiosato «non è colpa di nessuno, solamente mia». 

Chris Blackwell, ancora una volta sul pezzo quando nel 1967 lo mette sotto contratto a 17 anni per la sua Island, e che ne pubblicherà i primi dieci album, ne parla con l’affetto e il rispetto di uno che ne ha visti tanti, sbagliando quasi mai sui giudizi: «È stato il primo artista solista che ho messo sotto contratto. I primi Lp non vendevano granchè, John è un musicista più che una star. La sua musica poteva essere tanto gentile quanto selvaggia. Non era difficile avere a che fare con lui perché testa matta, ma perché era erratic, incostante, di quelli che non sai mai cosa veramente tireranno fuori, perché neanche l’artista lo sa». 

Questo spingersi sempre avanti, in territori nuovi, e quindi incerti, è però il motivo per cui il suo zoccolo duro di estimatori non si è mai ridotto, sapendo benissimo che una sera dal vivo poteva essere completamente diversa da quella prima e da quella dopo. Perché il talento di John, che sul palco fra le canzoni era una raffica di battute, facce, citazioni e interazione, era immenso, e imprevedibile.  

In questo percorso di eccellenza, fatto di musica che poteva essere acusticamente dolce e intima ma anche elettricamente violenta e dura, il suo sesto album “Solid Air”, title track dedicata all’amico fraterno Nick Drake – un altro che aveva troppa grazia interiore per vivere la durezza del mondo esterno – è il capolavoro della prima fase.  Un disco prezioso in quel periodo in cui uscivano album meravigliosi che avrebbero lasciato l’impronta sulla musica, anche futura.

Iain David McGeachy è il nome all’anagrafe, figlio di due cantanti d’opera, l’ebrea belga Betty e lo scozzese papà Tommy. Divorziano quando ha cinque anni, e così passerà la sua giovinezza fra la riverboat a sud di Londra dove va a vivere mamma e soprattutto a Glasgow, dove vivono padre e nonna, dandogli la capacità di parlare sia con l’accento scozzese che quello inglese del sud (fate conto veneto e napoletano), cosa che per tutta la vita farà a seconda dell’ambiente e della situazione nella quale si trova. In Scozia non c’è da mantenersi come musicista, e allora scende giù a Londra, frequentando il Les Cousins, cantina folk dove si esibiscono Dylan e Joan Baez (guardando il suo finger picking gli si apre un mondo). La tecnica la impara dai suoi primi maestri, Hamish Imlach e il padre del folk inglese Davey Graham. Pubblica i primi due album, “London Conversation” e “The Tumbler”, e poi incontra Beverly Kutner, anche lei cantante folk sotto contratto con la Island. Partono insieme per l’America, Beverly va a incidere il suo primo album a Woodstock insieme ai membri della Band. In teoria John la accompagna alla chitarra, ma nel giro di poco comincia a scriverle le canzoni, ci mette la voce e alla fine “Stormbringer” (un curioso esempio di ’americana’ ante-litteram) esce a nome di entrambi e il duo si ripete su “Road To Ruin”, oramai a parti invertite. 

Beverly è una bella donna, i due sono innamorati, ma la scelta di Blackwell per quanto severa è lungimirante, il duo viene separato e John prosegue da solo. Nel 71 esce “Bless the Weather”, con quella copertina cristica, il volto iconico di John con lunghi riccioli che incorniciano una faccia da adolescente con lo sguardo che mira lontano, quasi trasparente, liquido. 

Musicalmente, è un passo avanti notevole, per almeno quattro fattori. Il primo è lo stile vocale, che è cambiato: una maniera di scivolare sulle vocali, strecciando le parole fino a farle diventare un suono, rilassato, mellifluo, evocatore di intimità e mistero. Anche le canzoni hanno tutto un altro spessore: la musica non è più folk, le canzoni ora sono più aperte, «Il folk è ripetitivo, prima strofa, seconda, poi ripeti la prima, non mi è mai veramente piaciuto, anche se ero bravo a farlo. Ma preferivo la libertà che stavo cercando». Parte di questa libertà gli viene dalla chitarra, e quella pedaliera che si è inventato come hobby casalingo, l’echoplex: in essenza, è un tape delay, gli consente di impostare una linea ritmica, trasformarla in loop, e poi espanderla con una seconda e una terza linea di chitarra, con effetti che la trasformano in qualcosa di molto diverso da una seicorde, diciamo in uno strumento che non esiste. Ricordiamo che siamo ancora in tempi analogici. Questa, e la sua tecnica di slap, colpetto ritmico che scandisce il fingerpicking, creano un universo sonoro assolutamente inedito.

Infine, è il primo album in cui John ha in studio una band, e che band: sono praticamente i Fairport Convention, con l’aggiunta al contrabbasso di quello che sarà il suo accompagnatore fisso per molti anni, Danny Thompson. Viene dai Pentangle (il gruppo principe del folk-jazz inglese), ed è uno strumentista eccellente: John non è un musicista disciplinato», commenta Blackwell, siano canzoni a 12 battute o a 8 battute, John cambia quando lo sente, come faceva John Lee Hooker. Per suonare con lui ci vuole un musicista molto intuitivo, un musicista jazz, che può muoversi molto velocemente e seguire i salti di Marty». Sono un duo perfetto, sanno stare sempre sull’orlo, sperimentali, imprevedibili, folli. È l’album che crea il suono ’alla Martyn’, e diventa il modello per tutto quello che verrà dopo.

Le innovazioni di “Bless The Weather” su “Solid Air” vengono portate a perfezione grazie a una qualità di scrittura e di invenzione musicale che lasciano a bocca aperta. L’apertura di ’Solid Air’ è un manifesto programmatico, il ritmo che nasce lento, sospeso, portato dal contrabbasso e arricchito da qualche tocco di piano elettrico, poi entra l’arpeggio e la voce che si unisce: si è trasportati altrove, in una dimensione onirica, delicatezza per raccontare dell’amico delicato come un cristallo. Arriva poi un sax leggero e fluttuante che aggiunge ancora emozione alla magìa di un’aria solida attraverso la quale muoversi:

«Ti sei preso il tempo che ti serviva
Vivendo nell’aria solida
Hai camminato sul filo, vivendo di aria solida
Non sai cosa sta succedendo dentro
E posso dirti che è difficile da nascondere
Quando vivi nell’aria solida
Ti conosco, ti amo
Posso essere il tuo amico
Posso seguirti ovunque
Anche nell’aria solida…»

È un messaggio toccante per Nick, a cui non rimane che un anno da vivere, anche lui maestro di emozioni tenui e fragilissime, proprio come la sua psiche. E se questa è un abbraccio, “Go Down Easy”, anche se è dedicata a una donna, sembra -come ritmo e introversione- uscita dal canzoniere di Drake, con quel girare in cerchio fino a scendere sempre più nel profondo.

Ma “Solid Air”, pur mantenendo un mood molto particolare, omogeneo, è un album musicalmente molto eclettico: ’Over The Hill’ è puro folk, chitarra e il mandolino di Richard Thompson che duettano, un canto allegro, quasi scanzonato, “Hey Hey Hey, sto tornando a casa, dall’altra parte della collina”. L’atmosfera dilatata, liquida dell’inizio la ritroviamo invece in ’Don’t Wanna Know’: “Non voglio sapere del male, voglio sapere solo dell’amore”.

Arriva poi il brano più potente come suono dell’album. È una rivisitazione di un blues di Skip James, grande bluesman degli anni 30, ’Devil Got My Woman’: il titolo muta in ’I’d Rather Be the Devil’, e viene da pensare quanto le due nature, il volto ancora fanciullesco incorniciato dai riccioli, si confonda nella vita reale con la diabolica natura autodistruttiva dell’altra sua parte. Il brano parla di una dona contesa fra due uomini:

«Preferirei essere il diavolo che l’uomo della mia donna
Perché solo il diavolo conosce la mia donna
Solo il diavolo sa cosa ci sia nella sua mente
Mi sono sdraiato ieri notte, cercando di riposarmi
Ma la mia mente ha cominciato a vagare
Come le oche selvagge nel west
Sì, la donna che amo è sempre cattiva
La donna che amo l’ho rubata al mio migliore amico
Ma so che la fortuna girerà, e lui se la riprenderà»

Ma è il suono quello che colpisce: prima un funk che si sviluppa sulle linee dell’echoplex, minaccioso e incalzante, per poi fermarsi ed esplorare altre galassie interiori, contrabbasso e chitarra che si intrecciano entrando e uscendo dal ritmo che riappare e riscompare. È folk jazz cosmico, lontano parente dei viaggi interstellari che in quegli anni sta sperimentando dall’altra parte dell’oceano Tim Buckley (con vocalità peraltro molto lontana da quella di Martin).  

Se volete sapere come potrebbero essere i Weather Report nell’impersonificazione di una band cantautorale, c’è ’Dreams By The Sea’, un jazz-rock leggero, senza nessuna violenza o impennata, anche qui un flusso di basso, piano elettrico ed echoplex, fino a quando il sax arriva a portare via. Del resto sono proprio gli anni in cui la band di Joe Zawinul e Wayne Shorter allarga la dimensione del jazz ma, come vedete, non solo i soli a farlo. Anche qui il tono è cupo, quasi un incubo:

«No no no, non può essere vero
No no no tu non sei così
Cattivi sogni per me, vicino al mare
Sognando che hai un amante
E che anch’io ne ho una
Sognando che c’è un killer nei tuoi occhi
Sognando un posto di ombre
Sognando l’asso di picche
Sognando che le cose stanno andando troppo oltre
No no no non può essere vero…»

’May You Never’ invece è un altro mondo, confortevole, caldo, una cura per animi feriti.  La melodia accarezza e la voce accoglie e conforta. Le dita di John creano prodigi, ritmica e fingerpicking insieme, il suo slapping leggero sulle corde e la voce che sale e scende ti gira intorno con delicatezza, seduttiva quanto può essere una voce che esce dal cuore. Parole semplici e così oneste e calde che il brivido è veramente inevitabile. E dato che non c’è nulla di più difficile della semplicità, è una canzone che prima di trovare una dimensione definitiva ha richiesto molti passaggi. L’ultimo, dopo aver gettato via la versione già pronta per il disco, alle due di notte, da solo, il fido produttore John Wood in regia:

«Che tu non possa mai poggiare la testa
Senza una mano da stringere
Che tu non debba mai fare il letto fuori nel freddo
Sei come un mio fratello grande e forte
Sai che ti amo davvero
E non sparlerai mai alle mie spalle
E so che ci sono quelli che lo fanno

Sei come una buona sorella vicina per me
Sai che ti amo davvero
E non porti mai una lama per pugnalarmi alle spalle
E sai che ce ne sono che lo farebbero 

Per favore, per favore
Tienilo a mente
L’amore è una lezione da imparare in questo momento
Ora per favore, per favore
Tienilo a mente per me

Che non ti saltino mai i nervi
Se ti ritrovi in una rissa da bar
Che tu non perda mai la tua donna in una notte sola”

Melodia irresistibile e indimenticabile, non a caso diventerà la signature song di John, il suo superclassico, una delle poche canzoni che non mancherà mai nei suoi concerti in tutti gli anni a seguire. Una di quelle canzoni che potresti ascoltare all’infinito e non stancarti mai, perché hanno un potere di sciogliere il sangre dent’evvene, come cantava un altro poeta che aveva questo potere. 

Rimangono due brani sull’Lp originale (la riedizione deluxe contiene anche brani dal vivo e alternate takes). ’The Man In The Station’, che ha il sapore del folk jazz, forse di una bossa nova rallentata e un poco rokkeggiante, in cui il piano di John ’Rabbitt’ Bundrick, session man di extralusso, duetta con la chitarra di Martyn e dà un’altra dimostrazione ancora di come in questo disco le sue dita abbiano portato tanto alla sofisticatezza dell’insieme. In una stazione piovosa due stranieri si sfiorano, prima che la vita li conduca altrove:

«C’è un uomo in stazione e un treno nella pioggia
C’è un volto nello specchio che mostra la tensione
C’è una donna nel buio che sta per conto suo
C’è amore nell’uomo e gli sta spaccando il cuore
Ma va bene, sto per prendere il prossimo treno verso casa…»

E, infine, ’The Easy Blues’, che si compone stranamente di due pezzi distinti, un blues abbastanza verace e un brano jazzato più disteso. Chiude un album in cui dolore interiore e serenità esteriore si alternano, a volte coincidono. 

Un album che si eleva anche grazie al talento dei suoi accompagnatori, musicisti di prim’ordine, empatici nella ricerca di fraseggi eleganti, mai scontati. Il flusso è così naturale che sembrano insieme da una vita, o arrivati fin là con prove su prove, ma questo non era il modo di lavorare di Martyn, che amava improvvisare. Ne aveva lo spirito e la competenza: dava il senso del pezzo, l’atmosfera che voleva ottenere, e via. Dave Mattacks, il batterista, ricordando la title track ha detto: «Era quasi come una grande jam session. Ognuno prendeva lo strumento e cominciava a suonare, poi entravano gli altri, finchè tutto andava al suo posto. John non chiedeva mai di suonare una cosa o un’altra, era come se ognuno dovesse trovare il suo spazio. E quando sentiva qualcosa che gli piaceva particolarmente, sorrideva». «Se vieni in primo piano quando stai suonando con buoni musicisti, affermi il tuo ego», diceva Martyn, «la mia idea è che ognuno deve lasciare la sua personalità sul suono finale». 

Il percorso di quest’uomo, «tanto facile da amare quanto facile da odiare», come diceva la moglie Beverly, il grande amore della vita, continuerà toccando altri momenti eccellenti. Quando i due si separeranno, pochi anni e due figli dopo, facendo precipitare John in un periodo buio, autodistruttivo, il risultato sarà però creativamente sublime: il tormento della separazione darà vita nel 1980 a “Grace And Danger”, un album così intenso, personale e onesto che Blackwell per pudore lo pubblicherà solo un anno più tardi, dopo che John lo pregherà in ogni maniera, dicendogli che per lui quella era l’unica maniera di concepire un disco: quando la fragilità e la sincerità è il tuo amico e il tuo nemico allo stesso tempo.

Credo ormai pochi dischi si facciano così, forse quelli di jazz. “Solid Air” rimane a testimonianza della magia che la sinergia fra musicisti può creare, ma anche di un grande talento che per quanto vivesse sulle montagne russe emotive, era in grado di fare un disco dopo l’altro sempre a livello stratosferico. Eric Clapton, che in “Slowhand” farà una cover proprio di ’May You Never’, metterà ilsigillo: «Martyn è talmente avanti in tutto che è quasi inconcepibile».

70 (continua). Qui le altre puntate.

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