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Il Nepal saluta Ang Rita, il re dell’Everest

Ci fu un’era, non troppi decenni fa, in cui gli alpinisti occidentali consideravano per lo più gli sherpa e portatori d’alta quota in Himalaya come semplici appendici delle loro imprese. Insegnavano loro i rudimenti per l’uso di corda, picca e ramponi, li rifornivano con vestiti e scarponi portati di riserva (e poco contava che magari fossero troppo grandi o andassero stretti) e li utilizzavano per trasportare a spalla tende e cibo necessari per allestire i campi alti. Quella concezione delle grandi salite agli «Ottomila» del Pianeta è ormai esaurita. E la morte per malattia lunedì scorso a Kathmandu del 72enne Ang Rita Sherpa racconta la storia della progressiva emancipazione dei nepalesi, e in generale delle popolazioni residenti sulle pendici dei giganti della Terra, sino a diventare essi stessi alpinisti provetti, in molti casi ben più forti ed esperti dei visitatori che arrivano dall’estero.

«Portatore d’alta quota»

Ang Rita è stato era uno che certamente non stava dietro a nessuno. Nato e cresciuto tra i tre e quattromila metri, aveva i polmoni e il fisico allenati. Tanto che sin da bambino era stato assoldato per accompagnare le spedizioni ai circa cinquemila metri del campo base dell’Everest. Presto si era impratichito per diventare «portatore d’alta quota», che significa in pratica salire sino agli 8.848 metri del «Tetto del Mondo» portando in spalla anche le bombole d’ossigeno dei clienti, ma soprattutto accudirli, seguirli, attenderli. Un lavoro faticoso, pericoloso, comporta mettere la vita degli altri di fronte alla propria, prodigarsi ad aiutare oltre quella che viene chiamata la «soglia della morte», sopra agli ottomila, dove il tasso dell’ossigeno nell’aria è meno della metà che a livello del mare e attardarsi troppo prima della discesa può comportare la fine per il freddo, l’embolia cerebrale o polmonare, oppure semplicemente la stanchezza. Lui c’era portato. Era nel suo elemento. Tanto che tra il 1983 — 30 anni dopo la prima salita da parte dell’australiano Edmund Hillary assieme allo sherpa Tenzing Norgay — e il suo ritiro dall’attività nel 1996 era arrivato in cima ben dieci volte senza bombole d’ossigeno. Un record per quel periodo, ma ancora valido, che gli è valso il soprannome di «leopardo delle nevi».

Si muoveva agile e veloce come un leopardo

Il suo nome era un mito, un esempio. Dirigeva la scuola per le nuove generazioni di sherpa. La sua morte è stata descritta come una grave perdita per l’intero Nepal che lo aveva anche premiato. «Ang si muoveva veloce e agile come un leopardo delle nevi ed era unico, più forte di tutti» ha detto nel suo elogio funebre il presidente delle guide nepalesi, Ang Teshring Sherpa. Oggi un suo collega più giovane, Kami Rita, è salito ben 24 volte usando però anche l’ossigeno, tutti i manager delle compagnie specializzate nel portare clienti in vetta se lo contendono. Ma Ang Rita ha rappresentato appunto l’anello di passaggio dal periodo pionieristico a quello delle spedizioni commerciali. Per l’economia del Nepal una vera manna. L’Everest ormai costituisce un’industria che frutta da sola alle povere casse del Paese oltre 300 milioni di dollari all’anno. L’indotto è cresciuto a dismisura. A Kathmandu ci sono hotel, negozi specializzati, compagnie di viaggio, uffici guide pronti ad accogliere gli stranieri.

Una meta ambita

Nel 2020 Nepal e Cina hanno chiuso i permessi causa emergenza pandemia. Ma sino alla stagione del 2019 il mercato era fiorente e in crescita. Un permesso individuale per tentare la salita costa come minimo 11 mila dollari. Per ogni alpinista la spesa complessiva varia dai 70 a 100 mila dollari. La presenza degli sherpa ha contribuito a ridurre il tasso di mortalità, che dal 1990 è intorno all’uno per cento. Secondo un recente studio della Washington University of California, tra il 1990 e 2005 almeno 2.500 persone hanno provato la salita oltre il campo base. Nel quindicennio seguente sono state più di 3.600. Oltre due terzi sono arrivate in cima. Il tasso di presenza delle donne alpiniste è passato in tre decenni dal 9 al 15 per cento. Oggi un sessantenne allenato ha le stesse possibilità di arrivare in cima che un quarantenne nel 1990.

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