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Il nuovo Pd deve essere digitale e vicino fisicamente

Caro Direttore,

provo a dialogare con Mauro Calise rispetto ai temi che ha affrontato su questo giornale sulla sinistra digitale. Lo faccio da semplice operaio della politica da un po’ di anni (da due anni e mezzo ormai a capo dell’organizzazione del PD) avendolo letto e studiato in precedenza, cosi come in un passato recente, quando assieme a Maurizio Martina nel 2019 lo abbiamo ascoltato mentre procedevamo alla modifica dello Statuto del Partito Democratico, la prima nella sua storia degna di questo nome.

Il Pd è di fatto, nonostante i limiti veri che tu descrivi, il più grande partito politico esistente in Italia e forse in Europa (412.000 iscritti), con la più vasta rete di circoli e presidi sul territorio (5.215). Lo è rimasto, si potrebbe dire, dopo aver subito due scissioni, passato la sbornia leaderistica dell’uomo solo al comando, resistito allo tsunami dei 5Stelle, e dopo che in questi ultimi anni, ad aver perso di significato non è stata soltanto e solamente la politica. A svuotarsi di senso, è stata la sostanza del discorso pubblico quanto la forma con cui questa si organizza. La crisi della rappresentanza e dei corpi intermedi è direttamente sovrapponibile alla crisi delle forme della partecipazione. E la sinistra su questo non ci ha capito mai tanto, pensando soltanto all’ombelico di qualcuno anziché provare ad unire le forze e a investire seriamente su un nuovo pensiero critico e a misurarsi seriamente con il digitale.

A Bologna, esattamente nel novembre di due anni fa, capita la lezione del voto del 2018, il Pd di Zingaretti promosse un appuntamento di ascolto e confronto con la società italiana che coinvolse in due giorni migliaia di persone anche online e che diede vita poi al progetto della Costituente delle Idee, fermato dall’avvento della pandemia. Era il tentativo di tenere assieme un confronto nel Paese per costruire il programma del futuro centro sinistra, con l’uso di una nuova piattaforma digitale con tanto di volontari formati a supporto, in grado di raccogliere le idee e le disponibilità a condividere questo percorso. Ora ci sono le Agorà democratiche a raccogliere, innovandola, quella sfida, con luoghi aperti, fisici e virtuali, nei quali le persone si spogliano delle loro appartenenze e si incontrano, discutono, si confrontano tra di loro sulle grandi questioni fondamentali che riguardano la vita delle persone.

Se la parola “partito”, cioè la forma principe di organizzazione della politica continua ancora ad essere posizionato in fondo alle classifiche di gradimento dei cittadini, tutti a sinistra abbiamo un problema. Se lo strumento atto a coagulare consenso, definire le modalità in cui si incanala e sprigiona la partecipazione, la selezione delle classi dirigenti, lo sviluppo della discussione degli iscritti di un’organizzazione, non è anche il luogo in cui le ansie, le voglie, i pensieri, le vite delle persone dovrebbero abitare per trasformarsi poi in azione politica individuale e collettiva, tutti a sinistra abbiamo un problema. E il Pd più degli altri perché è la forza più grande in grado di costruire l’alternativa alla destra.

Il punto è quindi come costruire una forma partito che sia un luogo in cui ci sia dinamismo delle idee e “contendibilità” delle proposte, perché proprio la competizione permette di allargare i confini dello spazio politico. Se fuori dai partiti esistono persone che si impegnano in associazioni, volontariato, comitati, attente alla vita pubblica e dunque potenzialmente militanti, iscritti o semplici interessati a una formazione politica, questi devono poter incidere sulle scelte. E lo devono poter fare anche online attraverso “un canale funzionale intelligente” che, come scrive Calise, provi a far esprimere la ricchezza che si può trovare in rete.

Ecco perché serve un grande investimento sul digitale, inteso come infrastruttura di collegamento interno per la gestione dei dati e delle informazioni, nonché di relazioni esterne al partito sulla comunicazione, ovvero come nuova alfabetizzazione del gruppo dirigente diffuso. E non possono essere più le ragioni di soldi e la scarsa convinzione politica a fermarci. Come è successo sulla App e altre scelte sul digitale. Abbiamo misurato durante il lockdown cosa ha significato esserci ripensati in poco tempo come partito digitale, visto che quello delle persone che era la nostra forza non potevamo metterlo in campo.

Un partito di tipo nuovo deve essere digitale certo, ma con luoghi di prossimità accoglienti con i piedi saldamente ancorati nel presente. Serve democrazia digitale e rigenerazione, nelle pratiche, nelle storie e negli strumenti.

Stefano Vaccari è membro della segreteria nazionale Pd e responsabile organizzazione