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Il Papa in Iraq, tra i cristiani che sognano la fuga: «Grazie Francesco per il coraggio»

DAL NOSTRO INVIATO
QARAQOSH\ERBIL
«Per noi cristiani la paura dei rapimenti iniziò molto presto. Già pochi mesi dopo l’invasione americana del marzo 2003 bande criminali si organizzarono nel mercato dei riscatti. Agli inizi del 2004 sequestrarono mio padre a Bagdad per un mese. Ci mandarono i video delle torture. Alla fine, pagammo 12.000 dollari, lo liberammo e scappammo a Zakho, nel nord curdo. In quel periodo almeno una decina di miei conoscenti, tutti caldei, vennero rapiti con le stesse modalità», racconta la trentenne Marina Khairy, incontrata ieri a Erbil sugli spalti dello stadio Franso Hariri (guarda caso in memoria di un notabile cristiano assiro assassinato nel 2001 da estremisti islamici) mentre il Papa celebrava l’ultima messa del suo tour iracheno.

Vicino a lei il 58enne Emmanuel Danka, proprietario della catena di supermercati «Warda», ammette che proprio per evitare i rapimenti ha mandato sua moglie e i figli a vivere a Beirut. «Io giro armato e con guardie del corpo. Questo rimane un Paese estremamente pericoloso», ci spiega sbandierando i volantini di benvenuto a papa Francesco.

Ma sono soprattutto i racconti di coloro che hanno perso case e proprietà nei villaggi della piana di Niniveh e Mosul che aiutano a comprendere il significato della visita del Papa. Ieri la sua tappa è stata il pellegrinaggio del dolore: Mosul, l’ex capitale del Califfato; Qaraqosh uno dei villaggi devastati; Erbil la città curda rifugio dei cristiani in fuga. «Ci siamo salvati per il rotto della cuffia. La sera dell’8 agosto 2014 i militari curdi hanno abbandonato le prime linee senza avvisarci. L’Isis aveva sfondato. Uno dei soldati cristiani passò a dirci trafelato che avevamo meno di due ore di tempo. Dopodiché Qaraqosh sarebbe stata catturata dai tagliagole», ricorda Rafet Daho, 58enne venditore di spezie, che due anni fa è tornato trovando la sua abitazione completamente saccheggiata e bruciata.

La sua è la storia di tutti: centinaia di migliaia di famiglie hanno dovuto fuggire, terrorizzate da un’orda di fanatici decisi a derubarli e persino ucciderli in nome di Allah. In questa luce, le parole di Francesco ricordano molto da vicino quelle «lettere» degli Apostoli alle comunità dei «confratelli perseguitati» che tanto fortemente segnarono i primi anni della storia della Chiesa.

Di fronte a vicende così drammatiche passano in secondo piano le preoccupazioni di chi in Occidente mette in guardia contro il rischio pandemia o di attentati. In oltre due settimane non abbiamo trovato una sola critica, o anche solo velata preoccupazione, in questo senso tra i cristiani locali. Tutto il contrario. «Grazie Papa, grazie Francesco per il tuo coraggio, per la generosità e per l’attenzione dedicata alle nostre comunità che soffrono», cantano in ringraziamento.

Discordano tuttavia le valutazioni sul risultato del tour papale. «L’Isis è sconfitto. Il Papa ha fatto benissimo ad incontrare l’ayatollah Sistani, perché ciò faciliterà la nostra convivenza con gli sciiti. Ho fiducia in un futuro di pace. Non ho alcuna intenzione di andarmene», dice ferma Dalia, una trentenne madre di due bambine, sposata con un poliziotto della caserma di Mosul e residente presso la basilica di Qaraqosh. Ma sembra una delle poche a dimostrarsi ottimista. Tre suore domenicane dell’Ordine di Santa Caterina da Siena elencano le loro chiese, scuole e cliniche devastate. «Spesso gli arabi musulmani trattano i cristiani come agenti dell’Occidente. Non sanno che noi eravamo qui prima di loro», osservano.

Tanti non nascondono le proprie paure e il desiderio di emigrare alla prima opportunità. «Il fanatismo islamico è stato sconfitto, però non battuto per sempre. Mosul rimane un centro di jihadisti agguerriti. Torneranno ad aggredire i cristiani, magari con un altro nome, però cercheranno di mandarci via. Ci stanno riuscendo. A Qaraqosh eravamo in 50.000 cristiani nel 2013, ora neppure 15.000», dicono Feraz Barbaui e Adra Durdur, due fidanzati trentenni che stanno cercando di raggiungere le famiglie già emigrate in Australia.

Attorno gli amici concordano. Non solo resta forte la paura per i radicali islamici. Ma soprattutto la crisi economica e la corruzione imperanti spingono a cercare una vita migliore all’estero.

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