Italy

Il Pd comincia a tradire una certa insoddisfazione verso Conte, finalmente

Non siamo all’8 settembre ma per esempio il Parlamento si sta squagliando, assediato dal virus chiamato Covid-19 e da un altro virus chiamato irrilevanza. Duole dirlo ma anche ieri è andato in scena un dibattito del tutto inappropriato, in una Montecitorio spettrale, falcidiata dalle assenza per malattie e tormentata dalla paura di infettarsi è andato in scena un dibattito del tutto inappropriato, con Giuseppe Conte che ha suonato il suo spartito stonato e un dibattito perfettamente dimenticabile.

Se non per l’intervento di Graziano Delrio, il capogruppo del Partito democratico, che ha rivelato una profonda insoddisfazione per come si sta (non) muovendo Conte, sia sul piano delle cose da fare sia quello più politico: nel primo caso regnano confusione e conflitti fra organi dello Stato, nel secondo latita un chiaro discorso di respiro nazionale, un appello politico a unire in qualche modo le forze dinanzi al flagello che avanza.

Non parlava certo a titolo personale, Delrio. Anche Andrea Orlando su Repubblica tradiva una certa insoddisfazione – chiamiamola così – per i ritardi del governo, e d’altra parte lui non si era fatto problemi a opporsi al ministro dell’Economia del suo stesso partito Roberto Gualtieri a proposito della rinuncia al Mes.

Al Nazareno si dice a mezza bocca che Conte non va, non parla più al Paese, sottovaluta la rabbia e le angosce degli italiani alla ricerca di un tampone e quella, mille volte più acuta, di chi sta male.

Mentre il Paese si sta chiudendo nel suo bozzolo angosciato delle quattro mura domestiche più o meno confortevoli, i ragazzi non studiano e non sorridono, si annullano Leopolde e quant’altro, non ci si fidanza né ci si sposa, e nemmeno si passeggia più, si assiste con un certo sconcerto a scelte che potevano essere fatte ben prima.

Roberto Speranza, che è il più preoccupato di tutti, adesso annuncia che i tamponi rapidi si potranno fare nelle farmacie mentre il suo super-consulente Walter Ricciardi eleva allarmi altissimi ogni ora, come se non toccasse a lui risolvere i problemi invece che sventolarli sotto il naso degli italiani.

I governanti insomma hanno l’aria di chi si è appena svegliato da una lunga notte di sonno e scoprono che in casa mancano luce e acqua e sembrano perdere di razionalità, così che pare che ormai la situazione stia sfuggendo di mano o quantomeno che manchi un minimo di senso generale nell’azione contro l’emergenza Covid.

E si vede con ingiustificato stupore che i gioielli di ieri erano fondi di bottiglia, come la Sanità nel Lazio, scampato alla prima ondata ma ora semi-sommerso dalla seconda, con i cittadini, soprattutto nella Roma nevrastenica di questo tempo, che annaspano nella paura e nei disservizi.

Nicola Zingaretti come leader del Partito democratico è insoddisfatto di Conte ma come governatore del Lazio sta facendo i conti con le magagne di una Sanità che non gira come dovrebbe. Si corre tardivamente ai ripari in una regione che si è resa conto improvvisamente di avere pochi posti letto, pochissimi e disagiatissimi luoghi dove effettuare i tamponi (le file ai drive-in che ricordano Calcutta), pochi infermieri.

Con l’assessore Alessio D’Amato che rischia di diventare il Gallera laziale e solo adesso si accorge che «se continua così reggiamo un mese». Annunciando a Repubblica una specie di svolta politico-ideologica della strategia anti-contagio: «Apriamo ai privati anche per i tamponi molecolari». Bravo, non poteva pensarci prima?

Le mosche impazzite nel bicchiere della politica, comprendendo naturalmente i campioni di una destra che si limita puerilmente a lamentarsi, dovrebbero metaforicamente fermarsi un attimo e pensare a resettare la situazione.

Chiedersi se si possa andare avanti in questo modo sbrindellato e pasticcione. Se si intenda sconnettersi definitivamente da un Paese che ha già il lockdown nella testa. C’è da augurarsi non una pietosa verifica in stile Prima Repubblica ma un momento di riflessione da parte della maggioranza per capire che è ora di cambiare marcia: e chi ci sta ci sta.

Siamo a un passaggio delicatissimo nel quale la regia del Quirinale sarebbe quanto mai opportuna perché è ormai troppo evidente che l’Avvocato del popolo da solo non ce la fa.

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