Italy

Il peschereccio travolto da una portacontainer finito in fondo al mare e tutti i naufragi delle navi Jolly

Le immagini del relitto del Giovanni Padre e la storia del suo affondamento raccontata dal libro «Pescirossi e pescicani»

di di Antonio Castaldo

La mattina dell’11 luglio 2011, poco dopo le 8.30, il portacontainer Jolly Grigio della Linea Messina è da poco uscito dal porto di Napoli e attraversava il golfo diretto a Marsiglia. All’altezza dell’isola di Ischia il terzo ufficiale, in quel momento al comando, ordina una correzione di rotta di 3 gradi per evitare una zona di pesca nei pressi dell’isola di Ischia inibita al traffico merci. Ma i calcoli erano sbagliati, la rotta andava corretta di 10 o anche 20 gradi.
In quel momento un peschereccio di Torre del Greco, il Giovanni Padre, è impegnato nella pesca del gambero. I marinai vedono arrivare l’enorme nave merci, ma sono certi che accosterà, come si fa di solito. Quando l’impatto è ormai inevitabile, dal Jolly Grigio arriveranno segnali d’allarme e manovre d’emergenza. Tutto inutile, nell’impatto il Giovanni Padre colerà a picco trascinando con sé le vite di due marinai, Vincenzo e Alfonso Guida, padre e figlio di 42 e 18 anni, che in quel momento riposavano in cabina. Il comandante, Vincenzo Birra, si salverà grazie a una bolla d’aria.

«Pescirossi e pescicani» è un libro di Sandro Di Domenico (Minimum fax)
«Pescirossi e pescicani» è un libro di Sandro Di Domenico (Minimum fax)
Il muro arancione

«L’ultima cosa che ricordo è un muro arancione, poi l’acqua e il pensiero di affogare. Avevo sempre pensato che così non volevo morire. Tutto, ma non affogare». Birra ha raccontato la storia del naufragio del suo peschereccio a Sandro Di Domenico, che ha appena pubblicato per Minimum Fax «Pescirossi e pescicani», un libro che è allo stesso tempo un’inchiesta sull’opaco mondo del trasporto merci navale e un romanzo di formazione giornalistica, che evidenzia contraddizioni e miserie di una realtà editoriale in grave crisi, nei confronti della quale neanche l’autentica passione per la verità può molto.

I colori del Jolly

Di Domenico è un giornalista che si è innamorato di una storia. E ha continuato a scavare, a raccogliere dati e informazioni. Ha provato a tirarne fuori un documentario, adesso l’avventura della sua ricerca è finita in un libro. Che parte come un racconto, con divertenti bozzetti delle redazioni locali in cui Di Domenico ha lavorato, per diventare poi un’indagine sui principali naufragi che, nel corso degli ultimi 30 anni, hanno visto come protagonisti navi della stessa compagnia navale, la Linea Messina. Il primo caso risale proprio al 1990, con la Jolly Rosso, carica anche di rifiuti tossici, che si arenò sulla spiaggia di Amantea, in Calabria. A questa vicenda è collegata la morte del capitano Natale De Grazia, mai chiarita fino in fondo, che indagava sulle cosiddette «navi a perdere», vecchie carrette del mare usate per lo smaltimento dei rifiuti. Ma i Jolly coinvolti in incidenti sono diversi. Il 10 settembre 2002 toccò alla Rubino subire un incendio vicino alle coste del Sudafrica, con conseguente affondamento della nave. La Jolly Amaranto è finita invece per arenarsi all’ingresso del porto di Alessandria, la Jolly Blu a Livorno. Fino al tragico crollo della torre piloti del porto di Genova, che il 7 maggio 2013 costò la vita a 9 persone. In quel caso è stata la Jolly Nero che con un motore in avaria non è riuscita ad arrestare una rovinosa manovra in retromarcia.

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