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Il razzismo generazionale come autobiografia politica della nazione

Dovremo forse ringraziare la pandemia se la riforma Fornero potrà entrare quasi a regime a partire dal prossimo anno, come abbiamo dovuto ringraziare il quasi default del 2011 per avere consentito all’esecutivo di Mario Monti di rimettere con i piedi per terra un sistema pensionistico a gambe all’aria, che nel corso dei decenni aveva istituito una forma di vero e proprio razzismo generazionale.

Le stucchevoli querimonie politico-sindacali sul triste destino dei giovani impoveriti, più che agli sconquassi dell’economia e della demografia planetaria, in Italia andrebbero interamente ritorte contro le scelte compiute proprio da partiti e sindacati, in ossequio a un’ideale sociale di emancipazione “dal lavoro” e non “del lavoro”, e dunque al ridisegno del sistema di welfare su accomodamenti parassitari, pensionistici e para-pensionistici.

La spesa previdenziale in Italia è la vera autobiografia politica della nazione, la fotografia esatta di quello che le classi dirigenti politico-sindacali pensavano (e tuttora pensano) debba essere una società giusta, che è per l’appunto l’ideologia nazionale dell’Italia sbagliata, in cui si è per decenni teorizzato, facendone addirittura dottrina, che i problemi di sostenibilità finanziaria non fossero, in primo luogo, problemi di equità intergenerazionale, ma vincoli astratti e recessivi rispetto al “primato della politica”, cioè al voto di scambio via spesa pubblica, messo in conto alle generazioni future.

Come tutti i sistemi economicamente schiavisti, la previdenza italiana ha imposto corollari ideologicamente razzisti. Le nuove generazioni non solo dovevano pagare infinitamente di più per avere infinitamente di meno, accollandosi tutto il costo del deterioramento demografico della popolazione, ma i loro diritti dovevano essere misurati e riconosciuti secondo un metro diverso da quello dei loro padroni.

Quindi, non solo i giovani dovevano vedersi aumentate le aliquote contributive, perché i meno giovani non si vedessero aumentata l’età pensionabile, ma i primi si trovarono per legge riconosciuti diritti ridotti e diversi. E l’iniquità, cioè lo schiavismo e il razzismo generazionale, si è naturalmente espanso dalla previdenza ad altri capitoli del welfare e della spesa pubblica.

C’è una coerenza morale, non solo matematica, insomma, tra il gradino più alto del podio europeo per la spesa pensionistica e l’ultimo per l’istruzione universitaria, in cui l’Italia spende meno della metà della media europea.

Abbiamo, insomma, avuto bisogno prima di un quasi disastro nazionale e poi di una sciagura planetaria per ripristinare l’equilibrio economico e morale del sistema pensionistico, perché l’Italia politicamente reale, nel cambio delle Repubbliche, non è sostanzialmente cambiata ed è rimasta quella che pose le basi del proprio declino facendo contestualmente esplodere, dalla metà degli anni ’70, debito pubblico e spesa previdenziale, e continuando a inseguire le conseguenze nefaste della propria irresponsabilità politica e finanziaria.

Cgil, Cisl e Uil non sono affatto, come appaiono dalle cronache, gli ultimi giapponesi di una guerra finita e perduta, ma solo le guarnigioni rimaste allo scoperto in una guerra temporaneamente sospesa e destinata a riprendere appena Draghi se ne andrà da Palazzo Chigi e l’Italia avrà l’impressione – anche solo l’impressione – di non essere più legata ai respiratori della Banca centrale europea e della Commissione europea.

Se al momento non sembra esserci alcun partito disposto a sbarrare la strada al presidente del Consiglio, la verità è che non c’è nessun partito, tra quelli che accreditati nei sondaggi in doppia cifra o vicini alla doppia cifra, disposto a condividere la filosofia politico-morale, che porta a denunciare e correggere lo scandalo di una previdenza razzista.

Successe la stessa cosa con la riforma Fornero, che nessuno dei partiti allora al governo ebbe la forza di contestare con lo spread sopra quota 500, ma appena tornò un simulacro di finta normalità tutti si ingegnarono non ad aggiustare, ma a smontare. Chi coi toni e modi squadristici di Salvini, chi con quelli gesuitici e finto-solidaristici della sinistra politica e sindacale.

Adesso nella trattativa con un Draghi sempre più solo, cioè isolato, e spazientito si aprirà a sinistra e destra la solita commedia di poliziotti buoni e cattivi, di scioperi generali e di mediazioni particolari, nel tentativo di fare rientrare dalla finestra un po’ del ciarpame, che la legge di bilancio proverà a buttare fuori dalla porta.

Ottimisticamente c’è da credere che Draghi e il governo reggeranno: la posta in gioco del Piano nazionale di ripresa e resilienza è troppo alta perché qualcuno faccia saltare il banco.

C’è da mettere in conto qualche miliardo in più come prezzo del compromesso. Ma c’è soprattutto da mettere in conto che per il “dopo Draghi” si ripartirà da capo, finché l’Italia non avrà un sistema politico diverso da quello che ha, incapace di funzionare e prosperare su qualcosa che non sia l’autodepredazione del futuro in nome delle necessità del presente.