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Il Recovery Fund (o found) non esiste, il NextGenerationEu e il recovery plan sì, ma non tutti hanno capito la differenza

Pepp, Mes, Sure, Bei, recovery fund, recovery found, nextgenerationeu, recovery plan. L’Unione europea ha risposto più in fretta del solito alla crisi economica dovuta alla pandemia di coronavirus, ma lo ha fatto con la solita sequenza di acronimi astrusi che dietro di sé portano milioni di euro per i cittadini e i governi europei ma sono masticati male e digeriti peggio dalle bocche di giornalisti e politici.

Facciamo ordine: prima è arrivato il Pepp, il programma di acquisto titoli della Banca Centrale Europea, che durerà almeno fino a giugno 2021 ed è già stato praticamente raddoppiato. Poi è stata attivata la linea di credito speciale del Mes (siamo tutti esausti, noi ripetiamo le stesse cose almeno da marzo) affiancata dai prestiti del fondo Sure e della Bei, la Banca Europea per gli Investimenti. Infine il 21 luglio il Consiglio Europeo (l’organo che raduna tutti i capi di stato dell’UE) ha approvato il NextGenerationEu, il piano di aiuti da 750 miliardi di euro. Come saranno finanziati? Attraverso debito comune, raccolto sui mercati attraverso titoli europei: in altre parole, un’espansione del bilancio europeo e l’inizio una nuova stagione di politica fiscale per le istituzioni dell’UE.

E il Recovery fund di cui parlano queste settimane tutti i giornali? Non esiste. In realtà, quello che chiamiamo Recovery Fund (o found per i meno anglofili) non è che una parte di un progetto più grande: il Next Generation EU, i cui contenuti sono ben definiti, ma che non esiste ancora come strumento giuridico che si farà prestare i soldi dai mercati per poi distribuirli agli stati membri.

Che cos’è il Next Generation EU?
Il 21 luglio, il Consiglio Europeo ha approvato la proposta della Commissione per istituire un fondo temporaneo da 750 miliardi di euro che sarà operativo dal 2021 al 2024. Il fondo affiancherà il budget pluriennale approvato per il 2021-2027, che varrà complessivamente 1100 miliardi di euro. Ma la proposta deve essere ancora approvata da Parlamento Europeo e Consiglio dell’UE (ossia il Consiglio che raccoglie tutti i ministri dell’Unione), che stanno ancora discutendo. Infine, il piano andrà poi convertito in legge in tutti i parlamenti nazionali.
Tutto quello che sappiamo si basa quindi solo sulla proposta della Commissione, ma che verosimilmente cambierà di poco. Il Next Generation EU prevede tre pilastri: sostenere la ripresa degli Stati membri, rilanciare l’economia e sostenere gli investimenti privati e trarre insegnamenti dalla crisi. Ciascun pilastro prevede diversi canali di finanziamento, per un totale di dieci. Insieme si arriva ai famosi 750 miliardi, che sono ancora da dividere esattamente in sussidi e garanzie. La proposta della Commissione prevede 250 miliardi in prestiti a tasso agevolato e 500 in sussidi – in altre parole, trasferimenti a fondo perduto. Quasi sicuramente cambieranno, difficilmente ci saranno meno di 400 miliardi in sussidi.

Perché usiamo ancora il termine Recovery fund. 
Il più corposo dei canali di finanziamento è Dispositivo per la ripresa e la resilienza, che in inglese si chiama Recovery and Resilience Facility (Rff) : ecco perché lo chiamiamo Recovery Fund. Entro il 2026 distribuirà circa 310 miliardi di euro di sussidi e 250 miliardi di prestiti a tasso agevolato, per un totale di 560 miliardi. C’è ancora un po’ di confusione a riguardo, perché qui la Commissione spiega che in realtà si tratta di 672,5 miliardi, di cui 312,5 in sussidi e 360 in prestiti: attenderemo l’esito dei negoziati tra Parlamento e Consiglio. Una cosa che si dice da molto, però, è che l’Italia sarà uno il maggiore beneficiario della Rff e del Next Generation EU. Secondo una stima diffusa dal governo italiano, al nostro paese saranno distribuiti 81,4 miliardi di sussidi e 127,4 di prestiti, per un totale di 209.

Quando arrivano i soldi?
In teoria, già dal primo gennaio, assieme al nuovo bilancio pluriennale. In realtà, tutto dipende dalla trafila burocratica. Entro il 30 aprile 2021, infatti, tutti i paesi dovranno presentare un piano nazionale di ripresa e resilienza, che dovrà essere approvato dal Consiglio Europeo a maggioranza qualificata. Ogni piano dovrà essere implementato entro il 2026 e prevedere il 20% di investimenti nel digitale e il 37% in spese collegate al clima e alla sostenibilità (in linea con lo European Green Deal e la nuova legge sul clima).

Per sbrigarsi, però, la Commissione ha invitato i governi a presentare una bozza entro il 15 ottobre 2020. La Commissione dialogherà con i governi fino alla scadenza e fornirà non più tardi di due mesi dall’invio della versione definitiva un parere sul piano di ripresa e resilienza, che verrà approvato al più tardi un mese dopo.

I fondi, però, saranno solo stanziati: verranno erogati in base al raggiungimento di particolari obiettivi, specificati nel piano. Non è una truffa: è la prassi del funzionamento dei finanziamenti europei e del Fondo Monetario Internazionale. A monitorare i progressi sarà la task force RECOVER (Recovery and Resiliency Task Force) istituita dalla Commissione ad agosto.
Insomma, difficilmente si avranno il 70% dei fondi entro il 2023. Nell’ultimo Nadef, (questa volta l’acronimo è tutto italiano) la Nota di aggiornamento al Documento dell’economia e delle finanze prodotto dal governo italiano, si stima che nel 2021 riceveremo 21 miliardi dal Rff, 10 in sussidi e 11 in prestiti, più 4 dagli altri canali. Non sono noccioline: si tratta praticamente di una manovra economica di quelle che si fanno ogni anno. Per gli anni successivi, si stimano più di 30 miliardi l’anno, con un massimale di 43 nel 2023. Usiamoli bene.

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