Piazza San Carlo, Torino nel cuore della notte. Sotto i portici della piazza a rubare l’attenzione di Domenico Calopresti, regista e attore, c’è un’immagine tristemente comune nel pieno centro di Torino. Vicino ad una delle eleganti colonne della piazza c’è una sistemazione di fortuna tra coperte, ombrelli e un cartello. «Ho perso casa, grazie a chi mi aiuta» c’è scritto sui cartoni posti di fronte a lui. 

È un clochard, uno dei tanti che hanno affollato le vie del centro città. E lo scatto di Domenico Calopresti condiviso online denuncia la situazione, puntando sull’immagine alle spalle della situazione di fortuna del clochard. Sulla colonna campeggia una pubblicità di Chanel, brand di lusso, che il regista segnala con una didascalia «Pubblicità e realtà». Una denuncia sulla città che non è passata inosservata. Una scena che si ripete, in città, rendendolo un dramma quotidiano. 

Mimmo (Domenico) Calopresti conosce bene Torino, dove arrivò dalla Calabria a otto anni di età insieme alla famiglia. Il padre, all’inizio degli anni Sessanta, si trasferì con la famiglia nel capoluogo piemontese per fare l’operaio alla Fiat. Calopresti, una laurea mai presa in Lettere e Filosofia, fu uno dei protagonisti della grande stagione dei documentaristi torinesi che negli anni Ottanta raccontarono il mondo operaio, le contraddizioni sociali, lo scontro politico di quel periodo. Film premiati nei festival del cinema indipendente, come quelli di Salsomaggiore, Torino, Bellaria per poi raggiungere le rassegne internazionali di Madrid, Stoccarda, Monaco, Barcellona. Il trentenne Calopresti, per l'Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, realizzò nel 1985 “A proposito di sbavature”, vincitore del Festival Cinema Giovani di Torino. Prima di cambiare genere, la regia di due documentari sulle lotte operaie negli anni della guerra: “1943 La scelta” e “Pane pace e libertà 1943-1945”. Proprio per il suo impegno nel raccontare le realtà difficili di Torino, la foto postata sui social da Calopresti assume un valore particolare. Queste parole, tratte dal cd “Torino città del cinema” di Davide Bracco, sembrano la naturale didascalia a quella foto: “Amo questo contrasto: Torino è una città dura, la città della fabbrica, la città delle cose che mi piacciono meno della vita. Ma è anche una città a cui sono molto legato dal punto di vista personale, umano e anche professionale, visto che il mio lavoro con il cinema parte da Torino, dal suo fermento culturale e politico, dal suo festival, da tutte le persone con cui ho realizzato cortometraggi, documentari, iniziative, in una sorta di proseguimento ideale di quello che si chiamava “cinema militante”, realizzato da militanti politici che facevano autonomamente cinema come pratica politica, girando davanti alla fabbrica, dando voce agli operai, discutendo nelle riunioni i materiali girati. Noi videomaker, ad anni di distanza, abbiamo assorbito qualcosa di quel mondo e anche se i nostri lavori erano completamente diversi partivamo dalla stessa idea: la possibilità di intervenire nella realtà”.