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Il successo e il Covid nella nuova stagione: dietro le quinte di «DOC – Nelle tue mani»

È il 2017 quando Francesco Arlanch e Viola Rispoli ricevono una proposta che, lì per lì, accolgono con malcelata resistenza: «Vi piacerebbe mettervi al lavoro su un medical?». «Eravamo spaventati all’idea di confrontarci con una tabù della televisione italiana, visto che il filone del medical non aveva mai decollato» spiega Viola al telefono dalla sua casa di Roma. «Eravamo un po’ nel panico, ma poi ci sono venuti in mente i look dei medical italiani che, fino a quel momento, erano sempre ambientati in ex scuole e in ex ospedali in disuso.

Stavolta potevamo fare di più, tant’è che la ricostruzione del reparto in studio come succede in America è stata una vera e propria svolta» interviene Francesco dal suo paese in provincia di Bergamo. Siamo tutti e tre collegati su Whatsapp per parlare del successo più maestoso di questa stagione televisiva, ossia DOC – Nelle tue mani, la serie prodotta da Lux Vide con Luca Argentero – protagonista della cover di Vanity Fair di questa settimana – che, nell’ultima puntata del 19 novembre, numeri che Raiuno accoglie con infinita gratitudine lavorando a pieno regime sulla seconda stagione che, con molta probabilità, vedremo tra la fine del 2021 e l’inizio del 2022.

Siamo seri: ve lo aspettavate questo successo straordinario?
Viola Rispoli: «Non certo così. È stato inaspettato, anche se ci contavamo molto. Nonostante la paura iniziale, quando abbiamo avuto il prodotto tra le mani ci soddisfaceva. Una risposta così travolgente, però, era difficile da immaginare».
Francesco Arlanch: «Senza contare il periodo in cui siamo andati in onda: il 26 marzo era un momento nerissimo della pandemia. Ci eravamo detti: ma ora, tra ospedali e medici, chi avrà voglia di guardare una serie medica? Invece, il pubblico ci ha sorpreso in positivo: DOC era il tipo di medico che gli italiani volevano vedere rappresentato».

Secondo voi cos’ha funzionato davvero di DOC?
F.A.: «Tanti ingredienti insieme, anche se pensiamo di aver lavorato molto bene sulle storie perché siamo stati messi nelle condizioni migliori per farlo. Abbiamo passato due settimane nei reparti del Policlinico Gemelli di Roma, vestiti come due dottori, per capire come funzionavano le dinamiche e per ascoltare i consulenti che ci aiutavano a costruire i casi: tutti quelli presenti in DOC sono stati raccontati, infatti, in modo corretto e fondato»
V.R.: «A influire è stato anche esserci poggiati su un personaggio molto forte, una dicotomia tra l’empatia del presente e la non empatia che lo caratterizzava prima dell’incidente. Abbiamo centrato un tema che, alla fine, ha funzionato».

Vi siete confrontati direttamente con Pierdante Piccioni, il medico che ha ispirato il personaggio di Andrea Fanti?
V.R:: «Sì, ed è stato travolgente. Ci ha influenzato nella messa a punto del personaggio e ci ha subito fatto capire che, al di là del dramma terribile che doveva affrontare, avremmo dovuto soffermarci anche sull’ottimismo e sul riscatto che anima il suo spirito».
F.A: «Pierdante ci ha insegnato, infatti, a raccontare la malattia come un’occasione».

Dicevate prima di aver trascorso del tempo al Gemelli per studiare. Com’è andata?
F.A.: «Dopo aver letto il libro di Piccioni, abbiamo capito che volevamo cambiare il fatto che il protagonista fosse il primario di un pronto soccorso: volevamo raccontare il rapporto medico-paziente e ci siamo chiesti quale fosse il reparto migliore su cui soffermarci. Dopo aver incontrato svariati primari e aver colto da ognuno di loro uno stile diverso, abbiamo scelto di partire da quello di Medicina Interna guidato dal Professor Landolfi, con il quale abbiamo avuto un rapporto osmotico».
V.R:: «È stato molto disponibile e ci ha coinvolto nella sua squadra, nelle dinamiche tra i medici e gli specializzandi, incluse le varie discussioni sul brainstorming diagnostico, sulle ipotesi in ballo scritte sulla lavagna: sono tutte cose vere. Landolfi è diventato il consulente fisso, è venuto nei nostri uffici e ci ha aiutato a costruire i singoli casi».

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Affrontiamo l’elefante nella stanza: di medical di successo negli Stati Uniti ce ne sono stati a bizzeffe, da E.R. a Grey’s Anatomy, da Dr. House a The Good Doctor. Come vi siete rapportati con questi prodotti prima di lavorare su DOC?
V.R: «Ogni volta che ti approcci a un lavoro nuovo fa sempre bene riguardare quello che è stato già fatto di buono, perché può essere una fonte di ispirazione che può portare a dei ragionamenti su quelle stesse tematiche. Le serie americane ce le siamo riguardate un po’ tutte, da E.R. a New Amsterdam. Al di là di questo, però, i personaggi nascono un po’ da sé, trovavano la loro strada e la loro personalità ed è proprio quello che è successo con Andrea Fanti».
F.A.: «Ci siamo chiesti: perché questo genere in Italia non funziona e in America sì? Abbiamo cercato di capire quale fosse la ricetta comune a tutte queste serie e, una volta trovata, abbiamo tradotto la lezione americana nei codici italiani, pur cercando di rimanere all’altezza degli standard internazionali. Quando abbiamo saputo che la Sony ha comprato il format per rifare DOC negli Stati Uniti è stato un po’ come se il cerchio si fosse chiuso».

Che effetto vi ha fatto la notizia dei diritti di DOC acquistati negli USA?
V.R: «Una soddisfazione immensa, la conferma che abbiamo centrato il modo giusto di fare un medical con un’impronta particolare. Se fosse stato uguale agli altri, d’altronde, non lo rifarebbero».

Le riprese della prima stagione sono state interrotte a causa dell’emergenza. Avete apportato delle modifiche alla sceneggiatura prima della riapertura del set?
F.A.: «No, il contenuto è rimasto lo stesso anche perché mancavano solo 10 giorni di riprese per completare la serie. Ci sono state delle modifiche nelle dinamiche interna delle scena, tipo la riduzione di abbracci e contatti fisici stretti, quello sì».

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Qualcuno dice che DOC potrebbe essere il nuovo Moltabano di Raiuno: una paragone che vi spaventa o vi inorgoglisce?
F.A: «Per noi Camilleri è un maestro, quindi certi paragoni sono anche un po’ imbarazzanti: Montabano è in onda da 20 anni, mentre noi siamo appena nati e dobbiamo ancora macinare molto. È il sogno di tutti gli sceneggiatori che la serie sulla quale lavorano entri nell’immaginario collettivo come Montalbano».
V.R: «Dobbiamo darci del tempo, che in questa fase è cruciale».

In maniera provocatoria, scrissi che Andrea Fanti potrebbe essere il nostro Dr. House: un altro paragone ingombrantissimo?
F.A: «Parliamo di un mostro sacro scritto da un altro mostro sacro. Vediamo se Andrea Fanti sarà degno di questo paragone».
V.R: «Anche se il nostro è più simpatico, possiamo dirlo serenamente».

Intanto siete al lavoro su DOC 2: dopo un successo del genere, sentite la pressione?
V.R.: «Prima avevamo la paura di affrontare il tabù del medical, mentre ora abbiamo l’ansia di tenere alta la bandiera. Scriviamo questa nuova stagione con il piacere e il divertimento di sempre, sperando di esorcizzare i brutti pensieri».
F.A.: «Con la Lux Vide e la Rai abbiamo concordato l’impianto narrativo della nuova stagione e ora stiamo iniziando a lavorare sui singoli episodi. Ogni settimana scendo a Roma per fare con Viola delle writers room: ci riuniamo in una stanza della produzione e, con delle grandi lavagne, scriviamo gli archi dello sviluppo dei personaggi di episodio in episodio, una fase alla quale partecipano anche gli story editor della Lux. Dopo aver messo a punto le cose fondamentali, ognuno si rintana nella sua grotta e cucina i propri episodi».

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La 17esima edizione di Grey’s Anatomy è iniziata partendo dal Covid-19, cosa che succederà anche in DOC 2. In che modo la tratterete?
F.A.: «Non avevamo scelta, visto che DOC non solo è ambientato nella contemporaneità, ma pure nella città di Milano: se non lo avessimo affrontato, avremmo mancato di rispetto alla serie ma, sopratutto, ai medici. Detto questo, abbiamo deciso di trattare il Covid, ma in un modo che possa sorprendere lo spettatore».
V.R: «Non volevamo che il Covid fosse l’asse portante dell’intera stagione, che continuerà ad occuparsi di casi diversi, investigativi e diagnostici. Non sarebbe stato giusto snaturare la serie trattando un’unica tematica».
F.A. «Sarebbe un po’ come leggere una serie di gialli in cui il colpevole è sempre lo stesso, in questo caso il Covid. Sarebbe stato deludente».

Questa volta non sarà possibile fare un giro degli ospedali per vedere con i vostri occhi la situazione: come vi siete documentati sul Covid?
F.A.: «Stiamo raccogliendo dati da marzo, senza dimenticare che Pierdante Piccioni è stato operativo durante il Covid e che sia io che Viola, in maniera diversa, siamo stati in qualche modo toccati dall’esperienza della pandemia. Abbiamo cercato di portare anche molto del nostro vissuto all’interno della storia».

Quando è previsto il primo ciak della seconda stagione?
F.A.:«Stiamo lavorando per far sì che sia possibile girare in primavera, con la possibilità di andare in onda nell’autunno del 2021, ma dipenderà molto dalla pandemia».

Domandona finale: visto che DOC arriverà negli Stati Uniti, quale attore vedreste bene nel ruolo di Andrea Fonti?
V.R: «Io non ho dubbi: tornerei indietro e vedrei tantissimo George Clooney».
F.A.: «Esatto, George Fanti».

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