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Il tradimento di Futura che sembra avere il coraggio di dire che in politica tutto è possibile

“Il rinnovamento avverrà quando qualcuno avrà finalmente il coraggio di dire che in politica non tutto è possibile”. Che sia benedetto Andrea Camilleri: lungimirante come pochi, inascoltato come troppi. Inciampando in questa sua frase tratta dalla saga infinita delle verità ignorate viene da pensare a “Futura”. Sì, Futura. Sì, quelli che “adesso basta” con il vecchiume, basta con l’autoreferenza, basta con i personalismi, basta con le incoerenze. Sì “Futura”. Quelli dell’inclusione, quelli del contenitore per disillusi non ancora del tutto rintanati nell’assenza di speranza in un “qualcosa d’altro” prima umano e poi politico. Quelli del “semplifichiamo”. Quelli del “con noi si cambia passo, si cambia metodo”.

Eh sì, “Futura”. Ci hanno creduto in tanti. Ci ha creduto pure il sottoscritto che s’è pentito presto ma tardi. Una tardiva presa di distanza, un tardivo ritorno alla finestra dei disillusi, rispetto a sensazioni scomode quasi fin dall’inizio ma declassate al rango delle contraddizioni inevitabili, superabili, in una collettività “nuova”. Certo, all’inizio “Futura” sembrava “nuova” – un’idea e non un treno al servizio dei furbi - nonostante qualche presenza museale non per anagrafe ma per consolidato “mestiere” politico. “Futura” oggi è un nome improprio. Forse è offensivo, magari pure ingiusto di fronte a molte energie mobilitate, ribattezzarla “Passato”.

Ma se il futuro è prospettiva, le vicende nelle quali si è impantanato il partito-movimento non lasciano presagire alcuno scatto di resurrezione. Il presente di Futura è – (o già era) - un delirio di egocentrismo dall’indirizzo pirandelliano. Il signor “Così è anche se non vi pare” s’è stufato di stare al centro di una scena solitaria in un consiglio provinciale vissuto in una di quelle coppie che per dirla con Fo erano scoppiate già in fase di fidanzamento. Figurarsi nel matrimonio. Paolo Ghezzi s’è troppo rapidamente trasformato da punto di riferimento a punto di deferimento. La sua è stata – in consiglio provinciale – un’incessante opera di denuncia dell’inadeguatezza altrui. Nel suo pensare “dall’alto” si è crogiolato - in bilico perenne tra l’ironico e il malmostoso – in un solismo tanto roboante quanto, purtroppo, irrilevante.

Per la cronaca e per la storia erano in due i futuribili eletti per opporsi alla deriva “fugattiana” del Trentino. A Ghezzi quel due deve essere sembrato un numero di troppo, così come devono essergli sembrati di troppo gli altri numeri, gli altri soggetti, di una scarna, volonterosa ma impotente opposizione. D’altronde c’è solista e solista. C’è il solista che trascina anche la più striminzita delle orchestre con le sue doti e il suo carisma. Ma c’è anche quello che suona solo per sé stesso o per qualche non ancora ben identificato cerchio magico di estimatori che scoprono ora il “tradimento” senza il coraggio di chiamarlo con il suo nome. Il solista si stufa perfino dei suoi assoli. È così successo che Ghezzi ha deciso di interrompere anzitempo la partitura che per lui avevano scritto gli elettori, (tanti, tantissimi), mandandolo in Provincia per restarci tutti gli anni di mandato. Per costruire, accettando e condividendo con altri le frustrazioni dell’oppositore, un dopo Fugatti salvifico per i trentini. Ghezzi ha mollato da solista che spiazza tutti – (più dentro Futura che fuori, per la verità) – improvvisando un “Te deum” al suo partito-movimento.

Le variazioni? Un po’ di Eroica, (“lo faccio per garantire il ricambio generazionale”), e un bel po’ di ipocrisia rispetto a Remo Andreolli. E’ l’incubo. È l’ex assessore provinciale alla salute che Futura aveva messo in lista senza problemi. A Futura, (io allora c’ero), era considerato una risorsa da spendere. Ma Andreolli è diventato un reietto nel momento in cui, lasciando, Ghezzi si è accorto che gli avrebbe spianato la strada in consiglio provinciale. È qui – in questo psicodramma di una politica che si picca di interpretare il nuovo con luoghi comuni paleontologici, che è stato buttato sulla scena il povero Paolo Zanella. Così come si butta in palcoscenico chi passa di lì per caso e si trova costretto ad un imbarazzo che fa perfino compassione.

Zanella si era appena accomodato sulla sedia da assessore comunale per quella Futura che ha sempre bacchettato ed esposto al ludibrio chi non rispetta il sacro patto con gli elettori. Evidentemente quelli di Futura sono patti scritti con l’inchiostro simpatico che sparisce quando la realtà diventa antipatica. Zanella ha dovuto vestirsi da salvatore della patria – la patria futuribile – per schiantarsi (politicamente) con alcune divertenti ma inconsistenti arrampicate teoriche sulla supremazia dei voti presi per la Provincia rispetto a quelli presi per il Comune. Ma quelli per il Comune sono stati voti pesanti e pesati dal sindaco Ianeselli con un assessorato di valore e di prospettiva vera per Futura.

I primi, quelli per la Provincia, erano certo di più, ma non contavano nei fatti nulla se non il rammarico di essere rimasto al verde. Anzi, alla verde Coppola, anche lei in lista tra mugugni da retrobottega ed elogi pubblici. “Il coraggio di dire che in politica non tutto è possibile?”. No, per Futura sembra davvero che in politica tutto sia possibile. Come per tutti quelli da cui Futura si dice “diversa”. E quindi per Futura è stato possibile dire ad uno spiazzato sindaco che il posto di Zanella andava dato a Bungaro come se nulla fosse successo. E invece era successo quello che per coerenza e per decenza non deve succedere.

Ma per Futura è stato possibile anche dichiararsi offesa dalle rivendicazioni dei Verdi che in Provincia – di fronte allo sconquasso – chiedono di fare Lucia Coppola capogruppo e sfruttano legittimamente la posizione di forza assegnata loro dalle astrusità futuribili per sancire anche nel nome, (Futura – Europa Verde) un rapporto più chiaro e paradossalmente più onesto di quello spurio che s’era trascinato stancamente tra Ghezzi e Coppola. Tra i Verdi e Futura l’amore non c’è mai stato. Qualche reciproca convenienza sì, perché come il denaro anche il voto “non olet”. Ma non c’è davvero più facciata da difendere ed era palese nel momento in cui alle elezioni comunali i Verdi si sono distinti da Futura senza alcun reciproco patema.

Siamo alla fine anche se gli strateghi e soprattutto le strateghe di Futura rilanciano oggi, nel vuoto, la tesi del “nuovo inizio”. Quello che forse si è capito in questo ginepraio di improvvide improvvisazioni è che Camilleri andrebbe santificato. Se per una volta – una volta sola – si accetterà l’idea che “in politica non tutto è possibile” ci si attrezzerà a non spacciare per manicaretti d’alta cucina i piatti precotti del discount cucinati da cuochi e cuoche dimostratisi piuttosto impreparati. Ma presuntuosi. Nella “chef academy” di Cannavacciuolo laverebbero le stoviglie. A mano.

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