Il governatore del Veneto Luca Zaia precetta 3 mila medici di base e li obbliga a eseguire tamponi rapidi ai pazienti. Per la prima volta dall’inizio della pandemia l’esame del tampone viene portato fuori dagli ospedali. “Chi si esime verrà sanzionato”, annuncia il presidente della Regione, presentando la sua ultima ordinanza.

Il suo è un messaggio forte e chiaro al fronte degli scontenti, che c’è. Per molti medici di base questo non è altro che un tentativo di scaricare su di loro le carenze organizzative degli ospedali e, quindi, della sanità regionale. “Non è un atto muscolare” mette le mani avanti Zaia. “Abbiamo dovuto fare una mediazione per arrivare all'accordo e qui non esiste l'obiettore di coscienza. I medici, di cui riconosciamo il sacrificio, sono remunerati. E' una rivoluzione: se tutti collaboriamo, complichiamo di meno la vita dei cittadini. Lo stesso accordo sarà al centro dell'incontro con i 500 pediatri della regione”.

Dunque il tema è sempre lo stesso, quello degli ospedali sovraccarichi per l’emergenza sanitaria. La riorganizzazione più volte auspicata dopo il primo lockdown si è concretizzata solo in parte e quindi ora, nel momento del picco dei contagi, con i laboratori oberati di lavoro per i tamponi molecolari, Zaia ha individuato questo escamotage per provare a ridistribuire i carichi di lavoro. Un problema, quello della mancata riorganizzazione logistica delle Usl, che secondo il professor Andrea Crisanti sarebbe anche alla base della scelta (pericolosa) di non effettuare i tamponi agli asintomatici. “Il medico di base diventa ufficiale di sanità Pubblica” continua Zaia “per cui potrà decidere la misura della quarantena (che varrà anche per l'Inps) e di fare il tracciamento delle persone che sono state a contatto con il suo assistito. Se queste sono già in carico ad altri medici, dovrà informare i colleghi. I test, si tratta di tamponi rapidi, potranno essere fatti a domicilio degli assistiti, o in ambulatorio. Se questo risulta poco praticabile, il medico potrà servirsi di spazi concessi dal Comune o dal distretto sanitario”.

Dunque ancora una volta saranno usati i tamponi rapidi, che sempre Crisanti critica perché imprecisi (uno studio dimostrerebbe come 3 su 10 non individuano una positività). Ma il provvedimento ora è legge. Sarà la Regione Veneto a fornire i tamponi ai medici di base, si stima che ne saranno consegnati circa 200 mila a settimana.

“La misura non riguarderà i casi di screening nelle scuole, negli ospedali e nelle case di riposo”, specifica la Regione Veneto. Sono due le tipologie di pazienti che saranno indagate: i contatti stretti negativi che devono fare tampone al decimo giorno di quarantena e gli utenti che, per sintomi, possono destare qualche dubbio. Quanto alle sanzioni, si va dal procedimento disciplinare, alla decurtazione dello stipendio mensile per arrivare fino al ritiro della convenzione.

“Questa cosa non si fa per paura delle sanzioni ma per senso di appartenenza a una categoria, che è quella dei medici” ci tiene a evidenziare Crisarà. “C’è il paese che scende in piazza, deve prevalere il senso di servizio alla comunità, che è un valore assoluto del medico e ancora di più del medico di famiglia”. Per il vicesegretario nazionale della Fimmg le argomentazioni dei contrari sarebbero poco sostenibili: “Dicono che fare il tampone li espone al rischio di contagio ma con i numeri attuali in un ambulatorio qualunque, ogni giorno, si presentano almeno 10 positivi asintomatici”.