Italy

«Il vino senza alcol è annacquato». Rivolta in Italia contro le regole Ue. Ma Bruxelles smentisce la diluizione

Agroalimentare

di Francesca Basso

La nuova Pac, la Politica agricola comune, che entrerà in vigore da gennaio 2023 (l’attuale è infatti prorogata i sino alla fine del 2022) apre ai vini parzialmente senza alcol anche tra quelli Dop e Igp. È in corso la trattativa tra Consiglio e Parlamento europeo. Il 25 e 26 maggio ci sarà un altro incontro tra i negoziatori, che avrà sul tavolo tutti i dossier riguardanti la nuova politica agricola. Ma il mondo del vino è in subbuglio.

Coldiretti ha lanciato l’allarme: «La proposta prevede di autorizzare nell’ambito delle pratiche enologiche l’eliminazione totale o parziale dell’alcol con la possibilità di aggiungere acqua». Ma in serata è arrivata la precisazione della Commissione Ue: «La proposta non contiene alcun riferimento all’aggiunta di acqua nel vino» per mantenere il volume iniziale di prodotto quando si vuole azzerare la gradazione per mettere in commercio vini senza alcol. E l’eurodeputato Paolo De Castro (Pd), punto di riferimento a Bruxelles delle imprese agroalimentari italiane, ha spiegato che «nessuna norma potrà essere imposta ai viticoltori, perché la scelta finale su un’eventuale modifica del proprio prodotto rimarrà nelle loro mani, con i necessari cambiamenti dei rigidi disciplinari interni di produzione» Dop e Igp. Per De Castro «un vino senza alcol non può essere definito tale, per questo il Parlamento Ue si è sempre espresso contro, anche se comprendiamo le opportunità commerciali e d’export che vini a basso tenore alcolico avrebbero in alcuni mercati».

Di questo parere anche l’Unione italiana vini, che si dice «attenta» al tema dei vini dealcolati. Per il segretario generale Paolo Castelletti «è importante che queste nuove categorie rimangano all’interno della famiglia dei prodotti vitivinicoli, come tra l’altro riconosciuto dall’Organizzazione internazionale della vigna e del vino (Oiv), per evitare che possano divenire business di altre industrie estranee al mondo vino e che dunque siano le imprese italiane a rispondere alle richieste di mercato (specialmente di alcuni Paesi asiatici)». Il sottosegretario alle Politiche agricole alimentari Gian Marco Centinaio (Lega) si è impegnato a difendere in tute le sedi «le nostre eccellenze».

Cos’è successo? Nel Comitato speciale agricoltura di aprile, che riunisce i ministeri degli Stati membri, è stato portato l’accordo raggiunto dal trilogo (Commissione, Parlamento e Consiglio) del 26 marzo scorso che apre alla pratica di eliminazione parziale o totale dell’alcol nel vino da tavola e parziale nelle produzioni Dop e Igp. La proposta ha trovato il sostegno di numerosi Stati membri perché, come spiega De Castro, ha in sé anche «un’opportunità: la possibilità di crescere ad esempio nel mercato dei Paesi Arabi. Non andiamo a togliere nulla a quanto esiste già, creando un’enorme possibilità in quei mercati che non consumano bevande alcoliche. Si pensi alla birra analcolica». Il rischio è di avere un Barolo o un Brunello annacquato e senza alcol? A fare chiarezza è Bernard Farges presidente della Federazione europea dei vini a denominazione di origine, Efow: « È importante ricordare che la denominazione deve e può mantenere il controllo delle sue specifiche». Inoltre c’è sempre la normativa nazionale: Italia e Spagna, ad esempio, non consentono che lo zucchero sia usato per aumentare la gradazione alcolica del vino, pratica invece ammessa in altri Paesi Ue.

La Coldiretti resta critica Per il presidente Ettore Prandini, la dealcolazione «rappresenta un grosso rischio ed un precedente pericolosissimo e che metterebbe fortemente a rischio l’identità del vino italiano ed europeo». Per l’Alleanza Cooperative Agroalimentari i vini dealcolati devono essere chiamati diversamente e «ai produttori va lasciata libertà di scegliere».

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