Italy

Impauriti, inquieti e arrabbiati: il disagio degli studenti Covid

Sono bambini, bambine, adolescenti: accomunati dalla paura e dalla rabbia nei confronti di chi li ha abbandonati al loro destino

di Giancarlo Visitilli

Quanti volti ha la paura? Non lo sappiamo più. Le facce sono coperte dalle mascherine, nella maggior parte dei casi si vive isolati. «Nelle stanze», «resto in bagno più ore», «chiudo tutto, tapparelle, spengo anche la lucina led della tv: deve stare tutto al buio», «nero fuori e musica a pompa dentro». Così stanno affrontando le paure tanti adolescenti, bambine e bambini. «È una paura che mangiamo da colazione a cena, costretti a convivere coi genitori – sostiene Gianna, liceale psicopedagogico Dottula di Bari – Non parlano d’altro che di Covid. Se tu gli parli di yogurt, loro ti rispondono con le parole del Covid». È evidente, quindi, che loro, i più fragili, che i più forti e dal potere di cura dovrebbero avere nelle loro agende, si sentano «dimenticati». Lo dice Giorgia Loschiavo, V liceo Salvemini di Bari: «Le basti pensare ai tentativi di riapertura delle scuole: tutti goffi e imprecisi. A un anno dalla pandemia non si riesce ancora a elaborare un piano di riapertura serio e rigoroso, solo perché noi non votiamo. Ma glielo dica a Emiliano, ancora per poco». Giorgia frequenta il liceo la cui preside, Tina Gesmundo, ha scritto a caratteri cubitali ovunque, ormai da un anno: «La scuola si fa a scuola». E la spiegazione la dà la stessa studentessa. «La Dad è didattica emergenziale, ci ha salvati quando brancolavamo nel buio. Questo stato di emergenza perenne non è più accettabile. Dimenticare la scuola significa dimenticare noi. E se noi siamo il futuro: la classe politica sta trascurando il futuro. Si vada ad ascoltare le dichiarazioni di Emiliano: “Chi ha bisogno o vuole correre il rischio di ammalarsi può andare in presenza”, detto a gennaio. È intollerabile che un politico di sinistra (progressista?!) si esprima in questo modo. Non si può ragionare così: io voglio tornare in una scuola sicura. E della sicurezza della mia scuola deve occuparsene lui». Sono inquieti, incazzati, tormentati, i bambini e gli adolescenti. Fortemente interessati a quello che gli succede. Anche al buio della loro rabbia. «Siamo dimenticati o stigmatizzati come untori – spiega Giorgia - capricciosi, frignoni. Sul web i commenti più comuni che denunciano il nostro disagio sono “Che esagerazione!”. Quanti di noi si stanno perdendo! Sarebbe interessante se leggeste in chat i messaggi di auto-aiuto che ci mandiamo, a ogni ora. Non stiamo bene, cavoli!». Ha gli occhi lucidi la neo-diplomanda che sa di proseguire i suoi studi «a Milano, mi iscrivo a Lettere. La letteratura, la scrittura e la poesia è l’unica medicina contro questi che ci prendono per i fondelli. Lei, che è giornalista e insegnante, non le fa niente il fatto che vi abbiano vaccinati, per riportarci a scuola e ciò non succederà, forse gli ultimi giorni, purché Emiliano appaia in tutta la sua potenza come il nostro Abramo?». Restano un popolo abbastanza «disperso», non solo quello delle bambine, dei bambini e degli adolescenti, che la scuola a distanza ha perso lungo la strada, per molti di loro già tracciata. Non si contano più quelli che non ci guardano più dalla rabbia. Questa sì, ben in mostra.

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