Italy

Internati militari italiani continueremo a onorarli

risponde Aldo Cazzullo

Car0 Aldo,
le scrivo per ricordare ciò che da oltre 70 anni nelle celebrazioni del 25 aprile non viene mai menzionato, né dai media né dai rappresentanti delle istituzioni, il sacrificio dei soldati italiani internati in Germania dal ‘43 al ‘45. Sono figlio di uno degli oltre 600.000 militari italiani che dopo l’8 settembre furono internati nei lager tedeschi per non aver voluto aderire alla Repubblica Sociale Italiana e aver rifiutato di combattere a fianco dei nazisti. Meno del 20% dei militari italiani aderirono, tutti gli altri preferirono il campo di concentramento, in condizioni simili a quelle degli ebrei: quasi 50.000 giovani non tornarono perché morti durante la prigionia. Mio padre, 25 anni laureato in legge, ufficiale reduce dalla campagna di Russia, fu internato nel settembre del ‘43 prima a Leopoli, poi a Bergen-Belsen (il lager dove morì Anna Frank) e quindi a Wietzendorf (lo stesso di Giovannino Guareschi e di Gianrico Tedeschi). Tornò in Italia nel settembre del ‘45 e pesava 40 kg per un’altezza di 180 cm. Scomparso da molti anni, ha sempre lamentato che degli italiani nei lager nazisti non si è mai voluto parlare: i motivi di questa reticenza non sono ancora stati chiariti dagli storici. È oggi inutile discutere di chi sia il merito della sconfitta dei nazifascisti, di se e quanto abbia contribuito la lotta partigiana alla vittoria, che rimane certamente quella dell’esercito alleato. Non si può però negare il sacrificio di quei 600.000 militari italiani.
Luigi Bolondi Professore dell’Alma Mater Studiorum Università di Bologna

Gentile professor Bolondi,
Questa pagina è aperta a tutti, anche a coloro che non l’hanno mai letta. Se lei l’avesse fatto anche distrattamente — ma non la biasimo certo per questo —, saprebbe che da tre anni e mezzo si insiste qui quasi ossessivamente sugli Internati militari in Germania. Abbiamo pubblicato centinaia di lettere, in alcuni momenti sistematicamente una al giorno, con racconti e testimonianze di prima mano o dei familiari. Sono d’accordo con lei: si è sempre parlato troppo poco dei prigionieri che tra il settembre 1943 e l’aprile 1945 scelsero di restare nei lager tedeschi (almeno 50 mila morirono di fame e di stenti) piuttosto che andare a Salò a combattere per Hitler contro altri italiani. Continuiamo a onorarli, e continueremo a pubblicare le loro storie.

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«L’occasione di recuperare i borghi abbandonati»

Dopo la pandemia tutto cambierà, probabilmente anche gli schemi demografici. La quarantena ci ha insegnato che si sta bene anche a casa, lavorando in smart working, e ritrovando affetti e sorrisi. Ma allora se stiamo bene a casa, perché non vivere in un paesino carino ed accogliente? Esistono esperienze: l’ imprenditore italo svedese Daniele Kihlgren aveva acquisito un borgo in Abruzzo già venti anni fa, poi trasformato in appartamenti ed hotel. Il manifesto di Accadia, cittadina della Daunia, firmato da venti sindaci, con cui si chiede sostegno al Governo (infrastrutture, cablaggio). Vittorio Sgarbi aveva offerto in vendita appartamenti del centro storico di Salemi, quando era lì sindaco, al prezzo simbolico di un euro, a chi si impegnasse a ristrutturare. L’ottimo Luca Spada, presidente di Eolo spa, sta portando Internet dovunque: servizio fondamentale per chi, decentrato, si connette con il mondo. Manca una visione ampia, una regia nazionale. Allora perché non pensare a una grande immobiliare (pubblica, privata, o a capitale misto) che acquisisca borghi sul modello Sgarbi da sindaci interessati, che poi potrebbero ricevere un ritorno sul territorio, in termini di iniezioni di vita sociale e culturale. Lo Stato dovrebbe fare la sua parte, costruendo infrastrutture secondo un programma concordato, e, attraverso il ministeri degli Esteri rendendo disponibile una interlocuzione con l’immensa rete di italiani all’ estero, potenziali acquirenti, in ragione di nostalgie, e desiderio di rientro in patria. Proviamo a pensarci seriamente.
Salvo Iavarone, www.salvoiavarone.it

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