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"Invece della Prima ci sarà una prima volta. Alla Scala ora arriva la realtà aumentata"

La pandemia s'è portata via la Prima della Scala. In compenso, dal Teatro alla Scala, il 7 dicembre andrà in diretta su Rai1 (dalle 17) uno spettacolo di canto, danza e recitazione con la direzione di Riccardo Chailly, la regia di Davide Livermore, scene di Giò Forma e D-Wok. Protagonisti: 24 cantanti da Formula 1 (Abdrazakov, Buratto, Crebassa, Domingo, Florez, Garanca, Kaufmann, Oropesa, Salsi, Yoncheva), Roberto Bolle, i ballerini solisti della Scala, attori. Tradotto in numeri vuol dire: tre ore di musica con 33 brani da 15 titoli scritti da 8 compositori. Un mix di diretta e registrazioni: in teatro, nei laboratori e vari spazi dell'edificio, con tanto di volo su Milano. Ne parliamo con Davide Livermore.

Il 7 dicembre è la gran serata dell'opera, in Italia e nel mondo. Cosa vuol rappresentare il 7 dicembre 2020?

«Una serata di comunità dove si celebra la centralità della cultura. L'opera è la somma di tutte le arti e quindi non può che abbracciare il mondo culturale italiano presentandolo al mondo intero. Vorremmo poi ricordare a tutto l'arco costituzionale, da destra a sinistra, che la cultura non è né di destra né di sinistra: è semplicemente dei cittadini».

Costruirete un percorso con arie, duetti, brani orchestrali, intermezzi di danza, testi recitati. E il filo che cuce tutto questo?

«Narriamo per temi cari all'opera e fondamentali per la società civile. O meglio, proprio per come sono stati raccontati dall'opera quei temi hanno fatto della nostra società un qualcosa di civile»

Esempi di temi?

«La critica al potere. La voce ai deboli. Il ruolo delle donna nella società. La figura dell'eroe. La militanza. La speranza. La rinascita».

Per «Riveder le stelle» come s'intitola lo spettacolo.

«E il verso di chiusura dell'Inferno non è una citazione furbetta nell'anno di Dante Alighieri. Noi le stelle le vedremo realmente, e sono le stelle dell'opera. Rivedremo le stelle della nostra speranza: luci che hanno reso unica e irripetibile la società italiana. Gli stranieri che studiano la lingua italiana lo fanno perché vogliono avvicinarsi alla nostra cultura, storia e bellezza. È il nostro petrolio».

Guai a chiamarla serata di gala o concerto. Cos'è dunque?

«È uno spettacolo non completamente teatrale, ma cinematografico e televisivo. Per narrare utilizziamo tecniche anche cinematografiche e più legate al video, il tutto viene combinato con le tecniche teatrali».

Farete poi uso della realtà aumentata. Un esempio concreto?

«Io sono in teatro e sto vedendo un artista cantare in mezzo a un'architettura che non capisco tanto bene. Poi la guardo in video, e vedo lo stesso cantante in un campo di neve, sporcato da una striscia di sangue, riverso a terra, appena suicidatosi. La realtà aumentata è un ambiente 3D che viene inserito nel palcoscenico della Scala».

Quanto viene prodotto in diretta e quanto è registrato?

«Verrà registrata una parte rilevante»

Non possiamo dunque parlare di diretta televisiva.

«Ma allo stesso tempo dimentichiamoci la parola registrazione. In questi giorni, i cantanti arrivano a Milano, indossano il costume, e cantano. È buona la prima. Dimentichiamoci, lo studio televisivo. Non c'è montaggio né altro».

Si canta, si danza. E si recita: che cosa?

«Lettere di Verdi, pagine di Hugo, Fragile di Sting. Ma anche testi scritti da noi, uno ricorderà il concerto del 1946 diretto da Toscanini in una Scala bombardata e ricostruita. Altri parlano dell'ideale: cosa è un ideale in una società? C'è un testo di Ezio Bosso sul parallelismo fra orchestra e costituzione».

Però si va in onda di lunedì, alle ore 17. Non è un azzardo?

Il pubblico televisivo è straordinario. Non credo che bisogna abbassare il livello per raccontare qualcosa che apparentemente non è televisivo. Va alzato il livello, perché c'è una società molto più colta, appassionata, intelligente e aperta di quanto si voglia raccontare».

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