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Israele ha un nuovo governo di unità nazionale, senza Bibi e con gli arabi (funzionerà?)

Naftali Bennet e Yair Lapid hanno vinto e Bibi Netanyhau ha perso. Col voto di fiducia della Knesset di domenica sera, sia pure di strettissima misura (60 a favore, 1 astenuto e 59 contrari), sono finiti definitivamente i dodici anni di governo del leader del Likud e inizia ora il governo Bennet. Il voto, determinante per la maggioranza, dei quattro parlamentari arabi di Ra’am segna la novità assoluta per Israele di questo dicastero, completata dalla designazione, di nuovo per la prima volta, di un ministro arabo Essawi Frej della sinistra socialista di Meretz e di una ministra ebrea etiope Pnina Tamano Shata. 

Il “fine regno” di Netanyhau è stato caratterizzato da un suo discorso fiero e rabbioso alla Knesset, nel quale ha rivendicato i propri meriti e pronosticato un futuro instabile e incerto per il governo Bennet che – a suo dire – non saprà contrastare i disegni aggressivi dell’Iran e avrà vita breve a causa delle divisioni interne: «Oggi gli iraniani festeggiano perché questo è un governo debole». Il tutto, in un’aula della Knesset infuocata e rumoreggiante tanto che Yair Lapid, nuovo ministro degli Esteri e prossimo premier a rotazione, ha dovuto rinunciare a parlare. 

Come si è detto, la novità più clamorosa di questo esecutivo è la partecipazione a pieno titolo di un partito arabo (con buona pace di chi accusa Israele di apartheid) all’insegna di un fortissimo pragmatismo, di un forte spirito nazionale unitario, che isola le ottantatennali posizioni massimaliste delle organizzazioni arabe israeliane. Mansour Abbas, il leader di Ra’am ha ottenuto un pacchetto consistente di provvedimenti concreti a favore della sua base elettorale, composta essenzialmente dai beduini del Negev: sedici miliardi di dollari per investimenti abitativi e welfare, sospensione dell’abbattimento delle abitazioni e dei quartieri illegali (vi abitano circa centomila beduini in condizioni più che precarie), politiche di contrasto alla criminalità e sostegno al welfare. Ma Abbas non si limita alla politica del fare e ha chiarissimo il valore enorme, anche simbolico, dell’apertura di una collaborazione di governo tra arabi ed ebrei: «Noi andiamo al governo in Israele per costruire un ponte per la pace tra arabi e ebrei».

Ora la questione si sposta sul futuro di un governo israeliano più che eterogeneo, composto da otto partiti, di destra, di centro e di sinistra, tenuto essenzialmente unito dalla volontà di chiudere l’era Netanyhau, non da altro. Nessun problema con gli Stati Uniti di Joe Biden, ben lieto che sia uscito di scena un fervente alleato di Donald Trump e continuità ribadita da Bennet come da Lapid per gli Accordi di Abramo. Scarse prospettive per Abu Mazen, perché nessuno dei partiti della coalizione (tranne il piccolo Meretz) ha intenzione di dargli la forza contrattuale che ha perso (lo stesso Mansour Abbas non intende forzare per trattative) e tutto puntato sull’economia, elemento decisivo nelle motivazioni di voto degli israeliani. Non bisogna dimenticare che l’ultimo governo Netanyhau è caduto per non aver saputo approvare la legge di bilancio e quindi sarà questa la prima scadenza da affrontare, anche se non si prevedono difficoltà enormi, vista l’opzione liberista e sviluppista che caratterizza sia Bennet sia Lapid.

Infine, ma non per ultimo, non è improbabile che si apra ora una crisi di rigetto dentro un Likud sconfitto ed emarginato dopo dodici anni di ininterrotta gestione del potere e che Bennet possa un domani rafforzare la sua maggioranza con transfughi dal battello naufragato di Netanyhau.

Si apre dunque una nuova fase della politica israeliana, dai contorni incerti, ma dalle molte potenzialità.

Il nuovo primo ministro israeliano Naftali Bennett (Ap/LaPresse)

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