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Jo Temeraria

Questo articolo è pubblicato sul numero 48 di Vanity Fair in edicola fino all’1 dicembre 2020.

Te la immagini come un fiume in piena. Un vulcano in eruzione. Una pentola di popcorn. La verità è che Jo Squillo non delude le aspettative. È esattamente così.Non potendo opporle resistenza, tanto vale adeguarsi. Metto le mani avanti, anche con lei: sarà un’intervista anarchica.

«Ok, mi piace».

Lo è anche lei, anarchica?
«Eh sì, punk e anarchica. Ma soprattutto disobbediente».

A cosa ha disubbidito, nella sua vita?
«Alle aspettative. Ho contestato il ruolo tradizionale nel quale vengono costrette le donne. Sempre stata ribelle, anche nella musica. Le pare che abbia preso lezioni di canto?».

Di solito la mamma insegna a obbedire. A lei chi ha insegnato a disobbedire?
«Ho avuto due genitori straordinari, in anni in cui fare i genitori non era facile. Forse perché anche in loro c’era una vena di genialità. Mio padre era un dirigente d’azienda, ma costruiva pipe, ha imparato a suonare la tromba a 60 anni. Sono stati doppiamente bravi: ho una sorella gemella, alla quale dicevo: “Su, piangi, urla, che almeno la mamma ci dà da mangiare!”. Già da bambine li prendevamo un po’ per il culo».

Sua sorella è una ribelle come lei?
«Anche lei ha oltrepassato molti limiti, nella vita. È sposata con una donna, per esempio».

Oggi è normale, quarant’anni fa, forse, sarebbe stato punk.
«Faccio parte di una generazione che poteva decidere chi voler essere, e che lo è diventata. Grazie anche ai miei genitori».

Quindi, paradossalmente, non li ha mai contestati?
«Come no. Li ho fatti vivere malissimo: quando mi sono scelta questo nome d’arte mio padre ha perso i capelli. Però poi hanno capito, e si sono allineati al mio desiderio di riscrivere una nuova storia per le donne».

O forse lei, col tempo, è diventata più addomesticabile?
«Io? Mai. Ho imparato, questo sì, a usare il buon senso, a organizzarmi la vita. Ho coniugato desiderio e pragmatismo. So innaffiare i sogni, ma anche piantarne i semi».

Vent’anni di musica, 20 di moda in tv. I prossimi 20?
«Sarò la prima donna ad andare su Marte. Con mia sorella e un plotone tutto di donne. Dicono che gli uomini vengano da lì, no? E noi occupiamo il loro pianeta e ce li facciamo tutti».

Le definizioni non ci piacciono. Ma si sente femminista?
«Sempre stata e sempre lo sarò. Senza vergognarmene mai. Non so se lei può capirlo, ma nascere donna è un gap così meraviglioso e sfidante che non puoi proprio non esserlo, femminista. A tutto quel che vogliamo fare, ci dicono: “No!”».

Quale «no» l’ha fatta diventare la persona che è?
«Parte tutto dalla sessualità. Quella femminile viene sempre limitata, è sempre considerata solo in funzione del piacere maschile. È difficile per noi donne non essere oggetto del desiderio, e crearci noi stesse, invece, i nostri, di desideri».

Anche oggi?
«Ancor più che nel passato. Il sistema ha messo le ragazzine nella condizione di essere del tutto assoggettate all’uomo, di darla, e di darla pure gratuitamente».

Vuol dire che almeno, prima, si aveva qualcosa in cambio?
«Mah, probabilmente sì! C’era una contrattazione molto più paritaria, forse. Hanno convinto le teenager a dover sembrare bambole, perfette e tutte belle allo stesso modo. Ci hanno messo in testa che non si possa avere un grammo di cellulite… che poi agli uomini non gliene fregava nemmeno un cazzo. Non sapevano nemmeno che esistesse, la cellulite».

Oggi si parla di una nuova bellezza, più inclusiva.
«Se ne parla, ma lei ha mai visto una copertina con una donna non rifatta e non photoshoppata? Io sono una delle poche che non si è mai fatta nemmeno una maschera».

Però lei è bella, è facile.
«Ma crescere non lo è. Mantenersi non è gratuito, ha un costo emotivo molto alto. Parlo di disciplina, di scelte di vita».

Oggi è di moda dichiararsi femministi?
«È un aggettivo che andrebbe riempito di significati più attuali. Però meglio così: prima quando mi dicevo femminista i miei amici non mi facevano nemmeno entrare in casa».

Ma che amici ha?
«Femminista, vegana… una rompicoglioni! La selezione naturale è importante, vanno scremati anche gli amici».

Un po’ rompicoglioni lo è, no?
«Non sono una accomodante, no. Ma credo che la diversità sia una ricchezza, mi piace ascoltare, sono per il confronto».

Il suo impegno contro la violenza sulle donne è noto. L’ha mai vissuta sulla sua pelle, la violenza?
«Negli anni ’70 mi ha sconvolta il caso di una ragazza violentata in metropolitana, a Milano, con la gente che si voltava dall’altra parte. Dicevano che se l’era cercata, perché indossava la minigonna. Lì ho percepito fortissimo il divario tra chi subisce e chi punta il dito, lì è iniziato il mio impegno: cortei, manifestazioni, centri sociali. E provocazioni: lanciavo assorbenti colorati di sangue, al grido di “tampax gratis”».

Dopo quarant’anni, una questione ancora attuale.
«Ma si rende conto che sono ancora considerati beni di lusso? Dobbiamo ridare energia alle nostre battaglie, come ha saputo fare il movimento LGBT contro l’omotransfobia».

Le hanno contestato la sua canzone Violentami.
«Ancora oggi mi dicono che non posso parlare di violenza sulle donne, per via di quella canzone. Il senso della provocazione, la forza del ribaltamento ancora non vengono capiti».

Nella provocazione c’è sempre anche un po’ di ironia?
«Moltissima. Anche in quello che faccio oggi. Il mio è lo spirito innocente di un bambino, che può dire quello che vuole. Anche Jo in the house, i miei dj-set in diretta Instagram durante il lockdown, è nato da una visione. Dopo aver fatto una torta e sistemato gli armadi, mi sono chiesta quale fosse il senso della quarantena: traghettare attraverso questo fiume di lacrime a una nuova dimensione».

Non ha avuto paura?
«Ho perso entrambi i genitori nel giro di un mese, e mio padre a causa del coronavirus. So cosa significhi il dolore. Ma abbiamo il dovere di oltrepassarlo, di liberarcene. Trovare lo smile inside. Anche con la musica, la lavatrice dell’anima».

Le sue dirette sono diventate cult.
«Mi piace fare le cose con leggerezza, ma partendo da pensieri profondi. Un approccio molto anni ’80. Pensi alle bambole di Wall of Dolls, l’installazione artistica contro il femminicidio cui ho dato vita. Anche un gioco può far ricordare che la violenza sulle donne è un crimine contro l’umanità».

Ai suoi esordi, in Sono cattiva, cantava «belli o brutti, ce l’avete con noi». In Orrore: «Tu non pensi che al tuo uccello». Per essere dalla parte delle donne, bisogna essere contro gli uomini?
Ride, poi una pausa. «Eh, sì… No, contro un certo stereotipo di uomo, quello di cui si nutre ancora oggi l’immaginario dei trapper: in un macchinone, pieni di soldi e con una puttana. Ma si può essere d’accordo con questo modello di maschio che l’industria della musica protegge e promuove?».

La musica è maschilista?
«Sì, e infatti c’è della musica di merda oggi, fa davvero schifo. Un peccato: ci sono musicisti e autori bravissimi, ma raccontano solo di donne pronte a spalancare le gambe».

Un’artista giovane che le piace?
«Miss Keta. Mi rivedo molto in lei. Anche Anna, Elodie… Ce ne sono di molto carine, ma mancano le idee. Pensi che io ho scritto una canzone che si chiama Ode al reggiseno…».

«Non sarò sempre perfetta ma sarò sempre me stessa».
«Lo sono, anche alla mia estetica. Oliviero Toscani mi ha ritratta di profilo e mi ha detto: se ti rifai il naso non ti parlpiù. Mi piace l’unicità delle persone, non l’omologazione».

Una domanda su Siamo donne le tocca. Attento che cadi: ma è caduto, poi, quell’uomo, o è rimasto lì a barcollare?
«Sarebbe così bello ritrovarlo in bilico e bisognoso di aiuto. Ti spiego io, che sono caduta tante volte, come si fa a rialzarsi. Alla fine gli uomini mi piacciono, li amo. Ma quando hanno un cervello, quando capiscono i valori in cui credo».

Gli uomini hanno aiutato la sua carriera?
«Non lo so… No: mi hanno sempre censurata. Eppure gli uomini sono sempre stati molto curiosi nei miei confronti. Soprattutto i calciatori. Mi chiamavano, io gli raccontavo la mia biografia e sparivano. E comunque preferivo gli allenatori. Magari ci uscivo a cena, ma loro pensavano solo a quello. Che noia. Non è cambiato niente, sa? Anche oggi è così: ma sì, te la do, anche volentieri. Ma parliamoci un attimo, prima».

Tutti calciatori, i suoi spasimanti?
«Ma no. Però faccio prima a dirle chi non c’era».

Ci sono uomini a cui debba dire grazie?
«Il mio manager, che è un compagno di vita. L’unico».

E donne?
«Ne ho incontrate molte di straordinarie. Da Siouxsie and the Banshees a Nina Hagen, da Patti Smith fino a Madonna. Abbiamo condiviso il camerino per un concerto alle Rotonde di Garlasco. Le dicevano: ma dove vai, che non sai manco cantare? Se devo dire un grazie, penso a Pinky, Valentina Pitzalis, Gessica Notaro, Lucia Annibali, Laura Roveri (tutte vittime di violenze, che collaborano con Jo Squillo in diversi progetti di sensibilizzazione, ndr). Donne che mi hanno penetrato nell’anima, facendomi capire il senso della vita».

Sono le Girls senza paura di oggi, per citare un suo album?
«Ha ragione. Hanno la forza del sorriso, anche se devastato».

Dall’underground alla couture. Eppure credibile.
«Uso la luce proiettata su di me per dire quello che mi importa. Io li uso, i mass media. Per provare a cambiare il mondo».

Come?
«Le donne che, a seguito di un atto di violenza, non possono più lavorare ricevono una miseria di pensione. I figli delle vittime di femminicidio dovrebbero avere un risarcimento dall’assassino, ma non ricevono nulla, essendo lui in carcere. Noi proviamo a comprare i vestiti, l’apparecchio per i denti».

La politica ha colpe?
«Le istituzioni latitano: non conoscono la realtà, la strada».

Nel 1980 era capolista del Partito Rock. E oggi?
«È stata la prima lista civica indipendente d’Italia: il simbolo era il dito medio alzato. Prima di Grillo. Oggi non c’è coraggio. Allora si diceva: “La creatività al potere”. Oggi al potere c’è il marketing: anche la politica è un prodotto e chi la fa, la fa per avere un mestiere. Io un mestiere ce l’ho già».

Dopo 40 anni è ancora qui. Si chiede mai come sia possibile?
«Perché non mi sono ancora annoiata».

E non perché la gente non si è ancora annoiata di lei?
«Degli altri me ne frego. Se Madonna avesse dato retta a ciò che le dicevano… Ognuno di noi si è inventato qualcosa che non sapeva fare. Io ho sempre cercato di “impararmi” bene».

Foto di Gabriele Battaglino

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