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Kaavan, l’elefante più solo al mondo, è libero (grazie alla «fata madrina» Cher)

La storia di Kaavan ha tutti gli elementi di una favola: un protagonista eccezionalmente dolce e tenero — Kaavan, elefante ormai più che quarantenne e provatissimo da una vita di abusi — sottoposto a angherie e maltrattamenti, i capricci di una bambina «cattiva», una fata madrina (la cantante Cher) che intercede, e un lieto fine totale e indiscusso; con tanto di punizione per chi è stato crudele. Ma quanta tristezza in mezzo: astenersi dalla lettura se si ha la lacrima facile.

Kaavan è noto alle cronache come «l’elefante più solo al mondo», perché lo scalcinato zoo di Islamabad di cui era ospite e i suoi crudeli guardiani lo hanno sempre tenuto in cattività e spesso torturato perché si esibisse di fronte ai visitatori, senza mai dargli una compagnia oltre a quella dell’elefantina Saheli, «compagna di cella» morta nel 2012. Kaavan era ormai psicotico, obeso e pieno di cicatrici e piaghe dove le catene gli legavano le zampe, e passava il tempo con la testa contro il muro, tra un accesso di collera e l’altro: colpa, dicono i veterinari, della solitudine. La sua vicenda è stata presa a cuore, negli anni, da associazioni ambientaliste e anche dalla cantante Cher; che venerdì è volata a Islamabad, in Pakistan, per assistere alla liberazione ordinata dal giudice dell’elefante, che sarà accompagnato domani in un parco naturale in Cambogia dove potrà nuovamente socializzare con altri 80 pachidermi. Il giudice ha anche ordinato che tutti gli animali dello zoo degli orrori siano ricollocati, almeno finché la struttura non dimostri di potersene occupare dignitosamente.

Le sfortune di Kaavan, maestoso elefante indiano, cominciano quando Zain Zia, la figlia piccola dell’allora presidente-generale pakistano Ziaul Haq, a fine anni Settanta si incapriccia: vuole un elefante. Ne ha visti tanti in un film di Bollywood, il cui titolo suona più o meno come «Il mio amico elefante». Chiede al padre, come tutti i bambini, di averne uno. Ma il padre è l’uomo più potente del Pakistan; e qualche giorno dopo, nel prato di casa, spunta Kaavan. Zain viene condotta bendata a vederlo: arriva dallo Sri Lanka, e si dice che sia un regalo del governo per l’appoggio pakistano all’esercito cingalese, nella repressione di una rivolta interna. La famiglia lo affiderà presto a uno zoo, perché è impossibile occuparsene a casa; nel 1985 , com’è come non è, l’elefantino arriva al Marghuzar Zoo, zoo pubblico costruito 7 anni prima e già esempio di malagestione, corruzione e clientela. Lo zoo dove Kaavan passerà i successivi 35 anni della sua vita è un luogo dove gli animali sono maltenuti, i guardiani sono tutti parenti o amici di potenti locali e spesso torturano le bestie per farle «ballare» o saltare di fronte al pubblico, in cambio di qualche moneta.

Nel 1990 arriva, a fianco di Kaavan, un’altra elefantina: Saheli, anche lei dal Bangladesh. Una compagnia inestimabile per una specie socievole e affettivamente capace come sono gli elefanti. Kaavan e Saheli diventano inseparabili. Nel 2012 però lei muore di setticemia, per una serie di ferite alle zampe mal curate, causate dalle catene in cui è tenuta. Il lutto è una fattispecie affettiva di cui gli elefanti sono capaci, e così Kaavan piange Saheli. La solitudine in cui resta, in più, non gli fa bene: e dal 2012 Kaavan è un animale impazzito, capace di grandi scene di collera e di mesi interi di mutismo e astenia. E sempre incatenato. Attorno a lui niente alberi, niente natura, ma solo, da trent’anni, una piscinetta e un quadrato di cemento. Obeso e psicotico, dà spesso testate contro il muro, soffre di congiuntiviti e infezioni in tutto il corpo, è insomma un caso disperato.

Così lo trovano i volontari dell’associazione animalista Four Paws International quando, nel 2016, visitano lo zoo. Iniziano subito le campagne per liberarlo: una petizione raccoglie 400 mila firme, e raggiunge il Parlamento di Islamabad. Ma Kaavan è la star dello zoo, che si guarda bene dal liberarlo. Determinante, anche per i riflettori che riesce a accendere sull’«elefante più solo del mondo», è l’appoggio della cantante Cher: fondatrice di Protect the Wild, una charity animalista, ingaggia un intero team legale per seguirne le sorti, e ne dà conto (lo fa da anni) sul suo account Twitter. Venerdì è volata in Pakistan a prendere il suo pupillo Kaavan: a maggio scorso l’Alta Corte di Islamabad ha ingiunto di liberarlo, e ora Kaavan è atteso in un parco naturale in Cambogia, il Kulen-Promptep Wildlife Sanctuary, e sarà la stessa «fata madrina» Cher ad accompagnarlo.

Ma il viaggio stesso è un piccolo supplemento di magia alla favola di Kaavan. Quando gli esperti animalisti hanno deciso dove ricollocarlo, cioè nel parco naturale in Cambogia dove lo «attendono» altri 80 cospecifici, si sono scontrati con un grande ostacolo: Kaavan era un pachiderma obeso e collerico, per nulla facile da spostare. Come hanno fatto, lo racconta alla Bbc il capo dei veterinari di Four Paws, l’egiziano Amir Khalil, e anche qui strappa una lacrimuccia. «Dovevamo fargli esami molto lunghi, e le attese erano noiose; perciò cantavo, per l’orrore di tutti i miei colleghi. La mia voce non piaceva a nessuno, tranne che a Kaavan. Io ero felice di avere un fan, quindi cantavo per lui; lui era felice di questa attenzione, e in poco tempo si è lasciato addomesticare». Kaavan preferisce la musica pop. Ne tengano conto i suoi futuri compagni di vita: gli restano ancora 20-30 anni da trascorrere in libertà.

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