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Kamala Harris candidata vice, l’attacco di Trump: mina la Sanità

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
WASHINGTON
Per il momento Kamala Harris ha fatto il pieno di complimenti sul versante democratico e ha incassato i primi insulti dal campo trumpiano. «Adesso, però, cerchiamo di vincere», ha twittato Barack Obama.

L’ex presidente ha fatto sapere di non aver interferito nella scelta di Joe Biden. Ma a Washington ci credono in pochi (Qui lo speciale delle elezioni Usa 2020). Le quotazioni della senatrice californiana, 55 anni, sono salite in modo vertiginoso dopo l’uccisione dell’afroamericano George Floyd da parte della polizia, a Minneapolis il 25 maggio scorso. Da quel momento gli attivisti di Black Lives Matter hanno riempito le piazze e i leader della comunità «black» hanno intasato i telefoni dello staff di Biden. In ogni caso il ticket «storico», con la prima donna afro-asiatico-americana, è chiamato a un cambio di passo, come si legge in controluce nelle parole di Obama.

Il primo giorno dopo la nomina non ha portato grandi novità. Biden e Harris si sono presentati insieme in una scuola del Delaware e poi hanno partecipato a una raccolta fondi online. Il candidato presidente è rimasto sul solito registro, etico-morale: «Se io e Kamala saremo eletti erediteremo numerose crisi, una nazione divisa e un mondo nel caos. Non avremo un minuto da perdere. È esattamente questo il motivo per cui l’ho scelta: è pronta a guidare fin dal primo minuto». Harris ha postato un video condito con un po’ di retorica e qualche slogan: «Ora l’America ha bisogno di azione. Nel mezzo della pandemia, il presidente sta cercando di distruggere il sistema sanitario. Le piccole imprese chiudono e lui premia i suoi ricchi finanziatori. La gente chiede aiuto e lui risponde con i gas lacrimogeni».

Evidentemente i due hanno bisogno di tempo. Il processo di selezione della vice è risultato estenuante e ha consumato energie preziose. Biden ha cercato un punto di sintesi tra la spinta (vincente) degli afroamericani, l’esigenza di tenere il centro per recuperare i trumpiani delusi, le istanze «rivoluzionarie» della ala più radicale. Ne è risultato un ticket moderato, che guarda a sinistra.

I «democratico-socialisti» hanno reagito con tiepida cortesia. Bernie Sanders, naturalmente, si è unito al coro di elogi per le «qualità» di Kamala, ricordando, maliziosamente, che la figlia di un immigrato giamaicano e di un’indiana-tamil, «sta dalla parte dei lavoratori». Interessante anche notare come Alexandria Ocasio-Cortez, la deputata star della sinistra, si sia limitata a rilanciare i commenti di Sanders e di Elizabeth Warren su Kamala Harris. Nel partito è in corso da settimane un intenso negoziato su almeno cinque punti chiave: sanità, fisco, scuola, energia, riforma della polizia. Su nessuno di questi Kamala Harris ha dimostrato di avere un’idea forte e riconoscibile. Nel corso delle primarie ha ondeggiato tra posizioni sandersiane e schemi moderati più tradizionali. Anche per questo la sua candidatura è miseramente naufragata. Quella oggettiva debolezza adesso può diventare un valore aggiunto, perché Harris può rappresentare una garanzia per tutti.

C’è, però, un’altra considerazione: siamo sicuri che la campagna elettorale si giocherà sui contenuti, come vorrebbero Sanders, Warren, Ocasio-Cortez? Forse è ancora presto per dirlo, ma certo la pandemia ha cambiato lo scenario. Il voto di novembre potrebbe diventare semplicemente un referendum sulla adeguatezza di Trump. Il presidente, per altro, ha già spostato lo scontro sul piano personale, accogliendo Kamala con un insulto-soprannome: «phony», fasulla, ipocrita.

I democratici si aspettano una risposta a tono. Una scossa alla campagna. Più visibilità sul territorio, più grinta. La senatrice ha le qualità caratteriali e l’esperienza per mettere in difficoltà Trump, senza farsi intimidire dalle volgarità sessiste o dai colpi bassi di Fox News.

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