Il primo è stato Jeno, che poi sarebbe Eugenio. E mentre la Juve aspetta il Ferencváros con tutte le suggestioni magiare del caso, vale la pena ricordare la gloriosa e triste storia di Jeno Károly, primo allenatore professionista della storia bianconera, ungherese, dunque antenato della grande scuola danubiana che avrebbe cambiato il calcio: tecnica e tattica sposate in un matrimonio bellissimo, come mai si era visto prima e come, dopo, si vedrà di nuovo con la rivoluzione olandese dei ruggenti Settanta.

Jeno Károly era stato un grande giocatore, un “medio/centro” come si diceva allora, capitano addirittura dell’Ungheria. Portava quella fascia al braccio, bianca su campo rosso, anche il 25 maggio del 1910, quando una grande Ungheria ante litteram sommerse gli azzurri di gol: 6-1 a Budapest. Károly fu tra i migliori centrocampisti europei prima della Grande Guerra, e dopo diventò allenatore, guidando tra l’altro la trionfale M.T.K. Budapest. Poi venne in Italia e allenò per qualche tempo il Savona, prima che Edoardo Agnelli e il barone Mazzonis decidessero nel 1923 di affidare a Jeno la Juventus tutta intera: le operazioni sul campo ma anche il mercato. Nacque così il primo allenatore professionista della Juve, un general manager all’inglese. Fu una svolta epocale.



Le rare ma intense cronache dell’epoca raccontano un uomo severo ma giusto, cordiale con tutti ma fermissimo, pieno di stile, magnetico e ancora in grado, a 38 anni e con i segni di una precoce calvizie (però il corpo era rimasto asciutto come quello di un’acciuga), di fare meglio col pallone di non pochi suoi giovani calciatori. Era il trainer della Belle Époque juventina, amore e ginnastica e naturalmente vittorie. Jeno Károly le costruiva con applicazione maniacale, la stessa che pretendeva dalla squadra. Uno stakanovista ossessivo. Al suo arrivo in Piemonte, Jeno Károly si era stabilito a Rivoli, dove oggi vi è il celebre castello/museo. Non di rado i suoi calciatori si allenavano camminando e correndo dal centro di Torino a Rivoli, e ritorno. In tutto, una quarantina di chilometri, non proprio una passeggiata: e Jeno guidava il gruppo al galoppo.

Era quella la Juve di Munerati, Bigatto e Hirzer e si esibiva sul campo di corso Marsiglia, che oggi non esiste più. Dominò il torneo 1925/26 nella sua parte di tabellone, allora usava così. Nell’altra si era imposto il Bologna. Si trattava dunque di giocarsi lo scudetto nella doppia finale: siccome le sfide si chiusero entrambe in parità, fu necessario uno spareggio in programma a Milano il primo agosto 1926. Ma il povero Jeno non fece in tempo ad assistere al trionfo, perché un infarto lo uccise il 27 luglio nella sua casa di Rivoli. Tuttavia lo scudetto, il secondo nella storia della Juve e il primo dell’era Agnelli, fu un’impresa soprattutto sua.