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L'internazionalizzazione della questione altoatesina, tra la risoluzione dell'Onu del 1961 e la condanna della Süd-Tiroler Freiheit per il "manifesto della scopa". Knoll: "Ricorreremo alla Corte di Strasburgo"

BOLZANO. “E' ufficiale! Dopo dieci anni di controversia legale, i rappresentanti di Süd-Tiroler Fraheit sono stati definitivamente condannati per il famigerato 'manifesto della scopa'. Il partito è stato denunciato per aver vilipeso la bandiera italiana. Sven Knoll, Eva Klotz e Werner Thaler sono stati giudicati colpevoli per vilipendio alla bandiera e condannati a una multa di 3000 euro ciascuno. Ora ci rivolgeremo alla Corte europea dei diritti dell'uomo!”.

Nella vigilia del 59º anniversario della risoluzione 1661 dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, con cui il consesso internazionale intervenne per la seconda volta nella questione altoatesina, da Bolzano è giunta la notizia della condanna di tre attivisti del movimento separatista sudtirolese Süd-Tiroler Freheit per vilipendio alla bandiera. Partito dopo la pubblicazione nel 90º anniversario dell'annessione italiana del territorio a sud del Brennero di un manifesto recante l'immagine di una scopa che spazza via il tricolore, il processo potrebbe essere giunto ad un punto finale, almeno nel nostro Paese.

La Cassazione, infatti, ha condannato il consigliere provinciale Sven Knoll, la fondatrice del partito Eva Klotz e il rappresentante legale Werner Thaler al pagamento di 3000 euro ciascuno, confermando la sentenza e chiudendo una vera e propria “telenovela” cominciata nel 2010. “La difesa delle libertà fondamentali è un percorso difficile, ma le difficoltà non ci scoraggeranno”, ha commentato l'avvocato difensore Nicola Canestrini. “Abbiamo rinunciato al diritto di prescrizione per rivolgerci alla Corte europea dei diritti dell'uomo”, ha annunciato da parte sua il segretario Knoll.

Il ricorso ai tribunali o alle istituzioni internazionali, questa volta per una questione che riguarda la libertà d'espressione, non è cosa nuova nell'ormai secolare battaglia che si “combatte” in provincia di Bolzano per l'ingiusta annessione all'Italia e il distacco dal resto del Tirolo. “Internazionalizzazione” è una parola che a partire dagli anni '60 caratterizzerà la questione altoatesina, portando fino alle più importanti aule dei consessi internazionali il grido di aiuto di una comunità sentitasi oppressa dalla maggioranza nazionale.

Era il 28 novembre 1961, infatti, quando l'Assemblea generale delle Nazioni unite decise con la Risoluzione 1661 di ribadire ciò che già era stato deciso l'anno precedente. Era la seconda volta, infatti, che la questione altoatesina veniva discussa nel più importante consesso internazionale. Da una parte l'Austria, che assieme ai sudtirolesi aveva cercato di arrivare alla votazione sul diritto all'autodeterminazione, partendo dalla considerazione della violazione italiana del Patto De Gasperi-Gruber, dall'altra l'Italia, che fino ad allora aveva trattato la questione come un fatto interno.

Il consesso internazionale invitò Austria ed Italia a proseguire con le trattative, affinché il trattato del 1946 venisse realmente messo in pratica. La Repubblica austriaca, fresca di indipendenza e libera finalmente di agire sul piano internazionale, avrebbe dovuto svolgere il ruolo di garante della minoranza tedesca. L'internazionalizzazione, dunque, non fu che l'esito di un processo cominciato qualche anno prima, quando nei vertici dell'Svp così come nei palazzi del potere austriaci e tirolesi si imposero figure decise ad ottenere quanto accordato in sede di trattati di pace.

L'aria cambiò a partire dalla seconda metà degli anni '50. I sudtirolesi trasferitisi con le Opzioni erano grosso modo rientrati e la classe dirigente della “stella alpina”, per lo più moderata e legata all'opposizione antifascista e antinazista, subiva una crescente pressione affinché si desse corso alle promesse fatte dallo Stato italiano: tutele alla minoranza tedesca e riconoscimento dei diritti culturali e linguistici.

Una nuova classe dirigente avrebbe fatto capolino nella politica altoatesina. Formata da giovani che si erano formati nell'Italia fascista o che avevano combattuto nelle guerre naziste (lo stesso Silvius Magnago, figura venerata della politica sudtirolese e delle conquiste autonomistiche, perse una gamba in divisa della Wehrmacht sul fronte russo), questa avrebbe dato impulso a una politica ben più decisa nei confronti di Trento e Roma, rompendo l'alleanza in Consiglio regionale con la Democrazia cristiana trentina e spingendo verso il ricorso, in concorso con la “tutrice” austriaca, ai consessi internazionali per la riapertura della questione altoatesina.

Il giorno in cui il giovane e combattivo nuovo segretario della Südtiroler Volkspartei Silvius Magnago, di fronte ad un'oceanica folla riunita nel prato di Castelfirmiano, lanciava il celebre “Los von Trient” (17novembre del 1957), comparivano i primi volantini del Befraiungsausschuss Südtirol, il Bas, con cui si invitava a trasformare l'Alto Adige nella “nuova Algeria”, appellandosi alla guerra di liberazione (QUI un approfondimento sul suo fondatore Sepp Kerschbaumer).

Il terrorismo avrebbe innalzato il livello della tensione, trovando una sponda anche nelle più alte cariche istituzionali austriache. La reazione italiana, nondimeno, fu durissima: l'Alto Adige venne militarizzato e i terroristi colpiti durissimamente. La “strategia della tensione” che avrebbe sconvolto il Paese tra gli anni '60 e '70, visse un'anteprima tra le montagne altoatesine.

In uno degli anni più tesi della questione altoatesine, il 1961 – quello della Notte dei fuochi, passato alla storia non a caso con il nome di “Bomben Jahr”, 'anno delle bombe' – l'Alto Adige sarebbe definitivamente entrato nel palcoscenico mondiale, rimanendo sotto ai riflettori almeno fino al 1992, anno in cui, ufficialmente, Austria e Italia chiusero la vertenza internazionale consegnandosi reciprocamente la “quietanza liberatoria”.

Di mezzo ci furono la Commissione dei 19, le estenuanti trattative per il Pacchetto, il tribolato percorso autonomistico (che provocò non poche tensioni all'interno della stessa Svp) e le stragi. Pagine fortunatamente superate, che hanno trovato una risoluzione pacifica e riconosciuta internazionalmente come soluzione virtuosa ai conflitti etnici. La “battaglia” nazionale in Alto Adige ora non è altro che uno scontro liminare (e piuttosto stanco e ripetitivo), dove a misurarsi rumorosamente sono le destre e gli opposti nazionalismi. Il vilipendio alla bandiera al centro della sentenza di venerdì 27 novembre, ulteriore vicenda che porta all'attenzione internazionale l'appartenenza nazionale dell'Alto Adige/Südtirol con il ricorso alla Corte di Strasburgo, non è che un esempio.

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