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L’accordo Israele-Emirati: cosa significa (e perché non piace a Turchia e Iran)

«L’accordo tra Israele ed Emirati ufficializza una situazione in corso da tempo. Gli Emirati, l’Arabia Saudita, l’Oman, il Qatar hanno tutti costruito legami con Israele, i primi due in particolare rafforzando i rapporti militari e di intelligence», dice al telefono da Washington Vali Nasr, già consigliere dell’amministrazione Obama e docente di Affari internazionali e Studi del Medio Oriente alla Johns Hopkins University.

È simbolico per Israele che per la prima volta un Paese arabo del Golfo normalizzi i rapporti, firmi un accordo di pace, apra ambasciate, stabilisca voli e relazioni formali. «Ma credo che l’accordo sia più significativo ancora per gli Emirati», sostiene Nasr.

Israele ha firmato la pace con l’Egitto nel 1979 e con la Giordania nel 1994. Con gli Accordi di Abramo (così si chiamerà il patto con gli Emirati) «il premier Netanyahu può rivendicare una vittoria mentre si trova accusato di corruzione e può usarli come scusa per la mancata annessione dei territori palestinesi — che lui vorrebbe ma su cui affronta resistenza in patria e all’estero. Ora può dire che è l’accordo a impedirglielo. Inoltre, può sostenere che la sua politica anti-iraniana e di assenza di pace con i palestinesi non ha creato problemi con gli arabi».

La normalizzazione con il Golfo conferma la marginalità della questione palestinese nella politica del Medio Oriente, dove oggi l’Iran è visto da Stati Uniti, Emirati e sauditi come la principale minaccia. «Per i palestinesi è finita: non sono un fattore nei calcoli dei Paesi arabi. Gli Emirati sosterranno che hanno ottenuto lo stop all’annessione, ma la verità è che i palestinesi non sono in cima ai loro pensieri: l’Iran, la Turchia, i rapporti con gli Usa sono questioni strategiche che contano molto di più».

L’inviato di Trump per l’Iran, Brian Hook, ha definito ieri questo sviluppo diplomatico un «incubo per l’Iran».
Negli Emirati c’è ansia per il ritiro americano dal Medio Oriente e preoccupazione per una possibile presidenza democratica di Joe Biden. Secondo Nasr, «gli Stati Uniti inevitabilmente negozieranno di nuovo con l’Iran». È «possibile» che lo stesso Trump, se rieletto, arrivi a un accordo sul nucleare, anche se di certo non in un mese come ha promesso ieri. «Ma non è solo l’Iran, c’è anche la Turchia. Gli Emirati affrontano la Turchia in Libia, la vedono vicina al Qatar, presente in Libano, un attore regionale sempre più importante». Netanyahu è per loro un alleato anche contro Erdogan, «dato il deteriorarsi fino all’ostilità dei rapporti Israele-Turchia negli ultimi 15 anni». Perché muoversi ora? «Emiratini e sauditi sono così vicini a Trump ed erano così in contrasto con Obama alla fine del secondo mandato... Vedono che il partito democratico in generale è ostile a loro e alla guerra in Yemen, l’ala progressista alza la voce. Questo accordo li tutela. Trump, se a novembre viene rieletto, sarà loro grato. Se perde, la nuova Amministrazione democratica, tra cui molti sono pro-Israele, dovrà accettarlo».

Per Trump, intanto, è una vittoria diplomatica, di cui aveva bisogno. La Casa Bianca aggiunge che altri accordi di pace sono in discussione nel Golfo. «Il prossimo potrebbe essere l’Oman che ha già ospitato Netanyahu due volte. L’Arabia Saudita ha un profilo di maggior rilievo nel mondo musulmano: richiede che prima si prepari bene il terreno».

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