Italy

[L’analisi del voto] Il Pd è il partito più votato ma la vittoria è in realtà una “buona tenuta”. I dem: “Ora la svolta di governo”

Il vincitore non-giocatore può permettersi di sfoggiare la sicurezza di chi già sa come andranno le cose. “Non mi sentivo in bilico prima nè inamovibile adesso - diceva ieri Giuseppe Conte a margine di un suo intervento al convegno delle piccole e medie imprese - Io so che il governo va avanti perchè farà le cose giuste, quelle necessarie, che servono”. Senza rimpasti, perchè “la squadra va bene così”. La crisi di governo non è più neppure un’ipotesi.  Così come è certo che la legislatura andrà avanti fino al 2023. L’unica preoccupazione - sacrosanta - è il Recovery plan, con il timore di non sapere spendere quei soldi messi a disposizione da Bruxelles, di non superare insomma l'esame di fronte alla Ue e ai cittadini.

Fibrillazioni nei partiti

Intorno al premier  però le fibrillazioni aumentano.  Perchè il presunto pareggio dell’election day diventa magicamente una vittoria per ciascuno dei giocatori che sono invece scesi in campo. Hanno vinto tutti, un classico del giorno dopo.  E ora devo impostare il “dopo” elezioni. Come muoversi da oggi in poi.     

Il primo a mostrare la faccia ieri mattina è stato Matteo Renzi. L’analisi dei flussi dice che Italia Viva e + Europa hanno conquistato nella sei regioni 374 mila voti, pari al 5,1%. Un buon risultato per l’ex premier. “Mai un partito appena nato aveva fatto così bene, nelle liste in giro per l’Italia abbiano candidato ragazzi del 2000 e del 2001, una nuova generazione che altrimenti non si sarebbe affacciata alla politica”. E se in Toscana Renzi rivendica di essere stato “politicamente importante per stoppare Salvini”, in Puglia è invece andata male: Ivan Scalfarotto si è fermato all’1,6%, troppo poco. Ma nella regione del cacicco Emiliano pesano dinamiche locali difficili da intercettare, impossibili da imitare. Il ruolo e l’agenda di Italia viva nella maggioranza non cambia: lavoro, investimenti, sbloccare i cantieri, progetti seri e realizzabili per il Recovery plan, Mes. La legge elettorale? “Prima facciamo le riforme, superiamo il bicameralismo perfetto, semplifichiamo l’iter legislativo, poi si farà la legge elettorale”.  

L’amarezza di Forza Italia

Il giorno dopo è amaro per Forza Italia. L’Istituto Cattaneo parla di “discesa costante di lungo termine “. Il partito è sceso (dati YouTrend) al 6,5% nella somma dei voti espressi nelle sei regioni, distanziato dai due alleati che hanno raccolto il 24,% (Lega)  e il 12,9% (Fratelli d’Italia).  E il crollo è soprattutto al sud. Berlusconi ha fatto telefonate private a Toti e Acquaroli. Ma nessuna dichiarazione pubblica.  Nelle file di Forza Italia c’è molta preoccupazione: il taglio dei parlamentari mette a rischio anche i seggi dei fedelissimi. E già da ieri si sono rimessi in moto le manovre verso tre possibili leader: Carfagna, Toti e Calenda.  

La lunga traversata per Salvini

Il dibattito, seppur sotto traccia, è anche nella Lega. Salvini rivendica vittorie che però non sono tali (non è il solo, come vedremo). La somma dei voti piazza il partito di Salvini al secondo posto (16,8%) dopo il Pd ma con 28 consiglieri regionali in più. Il “Capitano” sente la Valle d’Aosta in tasca e già sposta il risultato finale dal pareggio al 4 a 3.  In realtà  in Valle la Lega è il primo partito al 24%   (mai successo) però il Presidente delle regione sarà eletto dal Consiglio regionale e nulla è scontato. Il punto è che è fallita la spallata ricercata da dodici mesi, da quando lasciò il governo, e adesso anche per la Lega si apre una lunga traversata.  Con quali obiettivi?   Il dualismo con Zaia è latente ma non esplode. Il Doge non ne vuole sapere di incarichi nazionali. E nessuno contesta veramente la leadership di Salvini. Da qui a fine legislatura, nel 2023, il tema sarà riproposto decine di volte. E nessuno può escludere nulla. Oggi Salvini riunirà i suoi per fare il punto della situazione. Ci sarà il tema delle candidature, per molti “sbagliate” perché sono stati scelti riciclati di altre liste o imbarcati dell’ultima ora. Anche la Lega, da Bologna in giù, ha un problema di classe dirigente.  E ci sarà il tema della comunicazione: il tasso di aggressività, specie nei social, è diminuito ma ancora non basta. “Ascoltiamo di più i territori e meno i social e gli slogan”. O anche ascoltare più Giorgetti e Zaia. Il bel successo della lista Cambiamo di Toti rende attrattivo il governatore ligure anche dalle parti di via Bellerio.

Il premier Giuseppe Conte (Ansa)

Giorgia Meloni è la più contenta nel centrodestra: ha conquistato una regione (le Marche) strappandola alla sinistra e l’Istituto Cattaneo sottolinea “la rapida a costante ascesa di Fratelli d’Italia”. La grafica è impressionante perchè dal 2013, in sette anni, fotografa una crescita costante (a parte un cedimento nel 2018) ma senza strappi. 

Fico: “Abbiamo perso”

Le maggiori fibrillazioni sono nel Movimento. Non è piaciuto Di Maio che lunedì pomeriggio ha dichiarato tra i primi, quasi fosse il leader, rivendicando la vittoria del referendum senza un minimo cenno alla disfatta sui territori. Gli analisti del Cattaneo parlano di “crollo repentino”. Di Battista ieri ha sfidato chi è andato in piazza a gridare alla vittoria per il taglio del numero dei parlamentari. “Abbiamo perso dovunque - ha detto -  abbiamo perso da soli e in alleanza, abbiamo perso voti e attivisti. Basta parlare di leadership e alleanze. Il nostro problema è l’identità e la comunità”. Bugani, vicino a Casaleggio e consigliere in Campidoglio con la Raggi, fa i conti: “Abbiamo perso due milioni di voti in otto anni”. Anche Fico pronuncia la parola: “Abbiamo perso, senza se e senza ma. Però la responsabilità delle colpe e dei meriti è collettiva. Serve una governance collegiale. Ci vuole un confronto per dirci le cose come stanno e mettere in discussione qualsiasi cosa per andare avanti”. E si torna agli Stati generali che dovranno decidere il futuro del Movimento.  Come? Quando? Crimi temporeggia. Di Maio e i governisti vorrebbero fare presto. Per il ministro degli Esteri “lo schema a tre ha fallito”. E’ tornato un bipolarismo, centrodestra e centrosinistra e i 5 Stelle devono decidere in fretta dove stare.

La golden share del Pd

Nel frattempo, però il governo deve governare e fare delle scelte. Il Movimento senza testa nè anima rischia di non toccare palla.

Anche perchè Nicola Zingaretti - che sembra aver ricacciato indietro chi nel Pd gli aveva detto che il suo tempo era scaduto - è deciso a far valere la superiorità numerica e di consenso del Pd. La famosa golden share. Per il segretario dem il Pd è “l’unico vero vincitore” visto che è il primo partito in cinque delle sei regioni al voto (escluso il Veneto) e che la somma dei voti raccolti lo issa in vetta alla classifica con il 24% dei consensi. Non solo: “Se si sommano le percentuali, le forze dell'attuale maggioranza di governo sono al 48,7%, il centrodestra è al 46,5%. Significa che le forze parlamentari che sostengono il governo Conte rappresentano la maggioranza degli elettori". Questo significa anche che M5s deve abbandonare la linea del piede in due staffe seguita fin qui, alleati col Pd a Roma e avversari in tutto il resto del Paese. “Noi vorremmo fare un salto di qualità, più squadra, più identità, più visione comune di chi vuole governare l'Italia fino a fine mandato e addirittura affrontare insieme l'elezione del presidente della Repubblica”.

Il segretario rassicura il presidente del Consiglio, ma al tempo stesso ribadisce che il sostegno del Pd non è incondizionato. “Non bisogna sedersi e serve grande umiltà per fare un salto di qualità nel fare le cose. I soldi li abbiamo”. Non è un problema di rimpasto, assicura il leader democratico, anche se un ritocco della squadra di governo non viene escluso ma lasciato alla “responsabilità” del premier. Il problema è l’agenda. Zingaretti ce l’ha molto chiara: il patto per le riforme, la modifica dei decreti-sicurezza di Salvini e il Mes. Due dossier fin qui frenati dai 5 Stelle e che ora vanno chiusi.

Vittoria e salvezza

Occorre stare attenti però a non confondere la vittoria con la salvezza. Il segretario dem fa bene a rivendicare di aver vinto. La cosa certa è che si è salvato dal congresso, subito cancellato dall’ordine del giorno del Nazareno. “Basta chiacchiere su Zingaretti, il voto mette a tacere molte cattiverie” ha accusato ieri Goffredo Bettini, consigliere del segretario. E non c’è dubbio che la paura possa tirare brutti scherzi. E far sembrare un isolotto la terra promessa. L' analisi del voto infatti ridimensiona alcuni eccessi di trionfalismo del Nazareno. E la “vittoria” scolorisce nella “buona tenuta del Pd” come scrivono gli esperti del Cattaneo.

Docce fredde sul Nazareno

La prima doccia fredda arriva dalla Puglia, dal trionfatore Michele Emiliano (46,8%). “Sia chiara una cosa: qui in Puglia - ha detto il neoconfermato governatore – ha vinto un blocco sociale. Il Pd ha preso il 17 %, il resto è un’intera comunità che si è riconosciuta in un processo politico che si chiama solo Emiliano”. Cioè, grazie di tutto ma ho vinto io e non il Pd. La doccia fredda numero 2 arriva dalla Campania dove ha stravinto Vicenzo De Luca (69,4%). Ancora un “cacicco” che poco o nulla ha a che fare con il Pd che in Campania si è fermato al 16,9.  La terza doccia “fredda”, più tiepida però, arriva dall’analisi sui voti del referendum. Il Pd ha tenuto sulla linea del Sì, il segretario Zingaretti si è speso sul taglio dei parlamentari e ha convocato una Direzione apposta per avere il via libera (seppure con una votazione anomala). Il punto è che la comunità del Pd non ha seguito le indicazioni di voto del suo segretario e si è spaccata. Un’analisi Swg dice che il 57,3% ha votato Sì mentre ben il 42,7% ha votato No. Una ferita che Zingaretti dovrà provvedere a risanare in fretta. Sperando che il famoso cantiere delle riforme istituzionali parta in fretta. Anche il bilancio finale sulle regioni poi è assai amaro: comunque sono state perse le Marche e la valle d’Aosta è fortemente in bilico. 

Parità e ballottaggi nelle comunali

Il vero motivo di orgoglio del Pd è la Toscana. Il successo di Eugenio Giani, candidato proposto da Matteo Renzi su cui tutti erano già pronti a sparare in caso di sconfitta, è figlio di una performance della lista Pd che ha raggiunto il 35 per cento, due punti sopra le Europee dell’anno scorso. Ma il profilo di Giani non è quello di un ex ragazzo delle Frattocchie, anzi: è un socialista che fa politica da sempre,  governare la sua regione è la realizzazione di un percorso dal basso e per farlo ha abbracciato una coalizione larga scommettendo su l’unità. .

I risultati delle comunali non spostano molto il quadro. Nei quindici capoluoghi di provincia la situazione resta in sostanziale parità, otto finiscono al ballottaggio. Si premia il buon governo dei sindaci uscenti (Venezia al primo turno) e si registra una frenata per Arezzo (il centrodestra è costretto al ballottaggio) e per Reggio Calabria (Falcomatà, uscente, centrosinistra va al ballottaggio con il leghista Antonino Menicucci).

Ora tutte dipende da Conte, il vincitore non-giocatore: saprà valorizzare l’agenda del Pd rispetto a quella dei 5 Stelle? E, oltre le parole, qual è la vera agenda di Conte? Zingaretti deve incalzarlo. Gli alibi e le scuse sono finiti. 

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