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L’anno orribile per il miele: dal 75 al 50% meno del 2020

Primo responsabile, il clima: inizio primavera caldo, poi le gelate di aprile. Intanto però gli apicoltori crescono e sono arrivati a quota duecentosessanta

MANTOVA. Dal 75 al 50% in meno: il 2021 è l’annus horribilis del miele. Molte le cause che hanno condotto al disastro, e non è solo colpa del clima impazzito: anche le attività umane sono in parte responsabili. Il bilancio è dell’Associazione apicoltori per voce del nuovo presidente, Pietro Gambarelli, da poco pensionato, da sempre apicoltore per passione. Di appassionati come lui, secondo le denunce presentate in anagrafe apistica, nel Mantovano ce ne sono almeno 260 e conducono più di 7.800 alveari (in crescita rispetto al 2020: erano poco più di settemila). Prevale ancora l’apicoltura amatoriale o semi professionale, ma in provincia ci sono anche sedici aziende con più di cento alveari.

A rendere terribile quest’annata ci si sono messe più cause insieme, ma il punto di partenza è lo scorso inverno, troppo mite. «L’inverno mite - spiega Gambarelli - fa in modo che le piante non riescano a godere di un riposo invernale corretto, lo stop vegetativo. Negli inverni rigidi, la linfa scende alle radici, mentre negli inverni miti questo non avviene completamente e, alla ripresa in primavera, la pianta ha già consumato parte dei suoi fluid». L’inizio primavera molto caldo ha fatto il resto: tutte le essenze (per esempio la robinia, dalla quale si ricava il miele di acacia) si sono risvegliate, ma poi le gelate persistenti della prima settimana di aprile ne hanno compromesso la germogliazione: le piante non sono riuscite, in molti casi, a emettere i primi germogli, quelli che rendono il fiore più ricco di nettare.

Le bizze del meteo sono proseguite con un maggio di gran lunga più freddo rispetto alla media e in estate, molto siccitosa. «Tutti questi fattori - prosegue il presidente degli apicoltori - hanno fatto sì che la produzione calasse dal 75 al 50% rispetto alla media. Si tratta di dati dell’Osservatorio nazionale mieli, ma sono percentuali che valgono anche per il nostro territorio». Alcune aree possono aver subito meno danni: «Ci sono zone più umide, come per esempio le aree golenali lungo il Po, che hanno risentito meno dell’estate siccitosa, perché calmierata dalla vicinanza dei corsi d’acqua. Ma, comunque, c’è stato un calo”.

Ai fattori climatici si sommano, poi, le conseguenze delle attività dell’uomo: «L’inquinamento e gli agro-farmaci fanno la loro parte. E su queste concause si può intervenire: occorre cambiare marcia, e farlo in fretta. Anche perché l’annata così penalizzante dal punto di vista climatico e le attività antropiche hanno indebolito molte famiglie di api. Dobbiamo ricordarci che l’ape necessita di varietà alimentare: quando manca, l’allevamento delle larve ne risente. L’alimentazione artificiale può diminuire il danno soltanto parzialmente». Le difficoltà non sembrano, però, scoraggiare le nuove leve: l’associazione sta crescendo molto.

E con i numeri aumentano anche le iniziative: «A breve partirà il corso di primo livello per accostarsi all’attività di apicoltori, e in seguito ci piacerebbe mettere a disposizione del Comune di Mantova, che è Comune amico delle api, la nostra esperienza. Per esempio, potremmo essere d’aiuto per fornire consulenze sulle essenze da piantare». Sabrina Pinardi

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