Italy

L’«antipolitica» e i trasformisti

Per le elezioni comunali pare che alla fin dei conti gli unici veri partiti in campo — con Gaetano Manfredi candidato-Sindaco — saranno il Pd e il M5S più alcuni partiti minori di centrosinistra. Gli altri candidati-Sindaco — escluso Antonio Bassolino — sono espressione di un «neo-civismo» chissà perché oggi nobilitato e di gran moda non solo a Napoli. Dove il civismo, «vetero» o «neo», è del tutto sconosciuto. Il cinismo opportunistico porta i napoletani al menefreghismo individualistico, all’astensionismo, al trasformismo e al qualunquismo: non certo ideali alti di convivenza collettiva. Caso atipico Antonio Bassolino: il suo è un «civismo forzato». Lui ama definirsi «uomo di sinistra» e «uomo delle istituzioni». Peraltro, è noto, il suo percorso è tutto politico seppur risalente ad anni passati. Nell’ultimo decennio ha subito, e accettato in silenzio, un singolare isolamento dal Pd del quale era stato tra i fondatori. A partire grosso modo dalla miriade di processi a suo carico per il disastro dei rifiuti in Campania. Ora i napoletani si chiedono se, in vista di una competizione elettorale che li vede in contrasto, Bassolino e il Pd non debbano spiegare fatti e ragioni di una rottura clamorosa. Non basta che Bassolino vanti diciannove assoluzioni (scontate per quanti lo conoscono) senza però chiarire le vere responsabilità politiche di quel disastro. Né basta che il Pd risponda a un politico di razza di stare nel passato e non nel futuro. Bassolino infatti, da Sindaco di Napoli e Presidente della Campania, ha ben amministrato: non da miope conservatore, ma valorizzando contemporaneità e futuro. Dunque se il Pd (benché oggi diverso da ieri), dopo l’assoluzione penale, ha da rimproverare a Bassolino errori politici dannosi per il Pd, deve farlo con tempestiva chiarezza per la trasparenza della dialettica politica. A ben riflettere l’irrisolta rimozione di questa vicenda «storica» riguarda certo Bassolino e il Pd, ma è emblematica del bizzarro quadro elettorale napoletano.

Oltre a dividere e indebolire il centrosinistra, indirettamente fa sì che gli altri schieramenti si rifugino ipocritamente nel neo-civismo. I vari candidati mascherati da «civici» — di sinistra e di destra — approfittano dell’aspro non risolto conflitto tra Pd e Bassolino. Come dieci anni fa ne approfittò Luigi de Magistris — coi noti pessimi risultati — oggi ne approfittano Alessandra Clemente, Sergio D’Angelo e Catello Maresca. La Clemente eredita da de Magistris scarsi e scarni ideali, ma le giova il populismo mediatico e il potere accumulato in settori e categorie privilegiate dal Sindaco uscente a scapito della coesione cittadina. Analogamente D’Angelo, antico sostenitore e per un po’ cogestore del potere di de Magistris, esprime ora altrettanti interessi settoriali. Come se fosse possibile ridurre le terribili disuguaglianze della società frammentandone la struttura! Ovviamente chi più cerca di approfittare delle divisioni del centrosinistra è il candidato del centrodestra: il rispettabile Magistrato Catello Maresca, fino a poco fa Sostituto Procuratore generale a Napoli. Costui, dicendosi rispettoso delle istituzioni, nel pieno esercizio dell’altissima carica nella Magistratura napoletana, ha presto iniziato a tessere la sua rete propagandistica per candidarsi a Sindaco di Napoli. Un conflitto d’interessi, cancellato dal Consiglio Superiore della Magistratura che ha accolto la scusa di Maresca di aver semplicemente «ascoltato il popolo»: un compito estraneo alla sua funzione. Ora Maresca, mentre ribadisce di non essere né di destra né sinistra, rifiuta i simboli dei partiti di destra — che perciò, specie FdI, indugiano nell’investitura — ma ne chiede il totale sostegno. È credibile che sarà il Sindaco di tutti, a parte le non dimostrate doti ed esperienze amministrative?

Dunque Gaetano Manfredi è l’unico candidato-Sindaco ad avere alle spalle due partiti strutturati. Non è un politico bensì uno scienziato prestato alla politica — anzi tiratovi per i capelli — comunque con le carte in regola perché provvisto di esperienze amministrative e di governo: prima da Rettore del grande Ateneo Federico II e poi da Ministro dell’Università. Preoccupa comunque, nel panorama elettorale, l’assenza di più partiti strutturati che lascia spazio all’antipolitica, la madre dai facili costumi della massa di astenuti e trasformisti. Il trionfo di una «politica senza partiti» rende impossibile organizzare, con la necessaria stabilità e continuità, ascolto consenso e reale partecipazione di «tutti» i cittadini. E, problema non secondario, impedisce la formazione di una nuova classe dirigente politica istruita matura e competente. La verità è che i movimenti hanno senso solo se preparano gli adepti ad aderire a un partito strutturato. Ne sa qualcosa il M5S che l’ha imparato, a spese sue e degl’italiani nella lunga travagliata trasformazione cui ora sta lavorando Giuseppe Conte. Un movimento civico che entra direttamente nell’agone elettorale è come un viandante ubriaco: parla da solo, non ricorda da dove viene e non sa dove va. Solo altri ubriachi possono pensare di affidargli il governo di un’area metropolitana vasta e complicata come quella di Napoli.

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