Italy

L’avanspettacolo del Senato, un voto di fiducia sceneggiato male e recitato peggio

Quando nel mio schermo irrompe l’avanspettacolo del Senato, sono immersa da ventiquattr’ore in Yasmina Reza. Oggi esce in Italia (lo pubblica Adelphi) “Anne-Marie la Beltà”, il monologo d’un’anziana ex attrice leggendo il quale non ho, lo giuro, pensato neanche una volta a Matteo Renzi o a Giuseppe Conte. Al massimo ho pensato a “La valigia dell’attore” di De Gregori («Eccoci qua: siamo venuti per poco, perché per poco si va»).

Quando arriva il Senato, penso: ora mi tocca scrivere d’altro e non di Yasmina. Due minuti dopo, sto già pensando di nuovo a Yasmina, ma a una Yasmina non nuova, a un’opera vintage. A “L’alba la sera o la notte”, il libro del 2007 (lo pubblicava Bompiani, ma credo non si trovi più) in cui raccontava la campagna elettorale di Nicolas Sarkozy.

Loro, a Roma, strologano di Playmobil, di Cyrano (quello di Guccini), di Caruso (quello di Dalla), di Churchill, di Adam Smith (ma non era la stagione di Keynes?), di Goethe, di Oscar Wilde (che un senatore è convinto scrivesse aforismi, mica commedie delle quali lui cita una battuta), di De Gregori (il De Gregori sbagliato: “Viva l’Italia”), dei Malavoglia, di Orazio (no quello di Clarabella: l’altro); e io vado a cercarmi quel passaggio in cui la Yasmina del 2007 racconta la speciale antropologia degli uomini politici: «Rischiano grosso. È questo a colpirmi. Giocano forte. Sono al tempo stesso il giocatore e la posta. Hanno messo sé stessi sul tappeto verde. Non si giocano l’esistenza, bensì, più grave, l’idea che se ne sono fatti».

A un certo punto i responsabili, già divenuti costruttori (omaggio a Caltagirone?), mutano in volenterosi, e nelle conversazioni con amici che commentano la diretta del Senato come fosse l’Isola dei famosi (in un’edizione d’inizio secolo, parlandone da viva, quando i reality erano il presente) ci si divide in due correnti letterarie. Quelli per cui “volenterosi” sono i carnefici di Hitler, quelli per cui sono la coalizione di Bush in Iraq. C’è un Sarkozy di Yasmina anche per questo, esclamo giuliva mentre i miei interlocutori sbuffano delle mie ossessioni.

«“Cosa la distingue da George Bush?” “Cosa mi distingue? Il fatto che Bush sia stato eletto due volte presidente degli Stati Uniti”. Nessuno dei giornalisti presenti nella sala del Sofitel sembra cogliere l’intelligenza di questa risposta».

È stata una giornata terribile se, come me, pensate che non sapersi tenere la mascherina sul naso sia indice di grave disturbo cognitivo e dovrebbe essere impedimento all’assunzione di qualunque incarico di responsabilità, dallo spazzare le strade in su: in Senato, così come tra gli elettori, tenersi la mascherina sul naso è impresa fuori portata. Ignazio La Russa al posto degli elastici deve avere due spaghetti scotti, parla e quella gli finisce ogni due secondi sotto le ginocchia, è uno spettacolo deprimente.

È stata una giornata abbastanza brutta anche se vi piacciono le parole: se anche si volesse perdonare la dizione (e io non voglio), la sintassi e la retorica sono, per i senatori, persino più ostiche degli elastici delle mascherine.

Abbiamo i salmoni che risalgono la corrente per andare a cercare i genitori biologici; abbiamo l’Italia del valzer e l’Italia del caffè; abbiamo quello che dice che gli viene in mente Medea, e si capisce benissimo che uccidere i figli per far soffrire il marito è la variazione che uno stagista gli ha suggerito all’intenzione di dire che Renzi vuole tagliarsi i coglioni per far dispetto alla moglie, e che il tapino non ha idea di cos’avesse fatto Giasone (né idea che quel che sta dicendo sia: Conte, nessuno si ricorderà di lei come d’altra parte nessuno si ricorda di Giasone).

E poi un paio (forse di più, io ne ho sentiti due: mica penserete non mi sia mai distratta da cotanta avvincenza) che s’intrattengono su genitore 1 e genitore 2, e sto ancora cercando di capire che c’entrasse la gravissima questione del diritto a chiamare “mamma” la mamma (una dei due ci ha spiegato la fase della lallazione, sembrava di star guardando i programmi dell’accesso).

Ah, e uno che si sente poetico tipo i più ciucci tra i cronisti di nera (o i miei temi d’italiano del liceo), e quindi in un minuto infila citazioni di Guccini, di Dalla, di Gaber. Qualcuno era comunista, qualcuno era aspirante poeta.

Arriva a un certo punto anche Renzi, deludente come tutti i gruppi troppo attesi nei festival rock, e dice che «i nostri infermieri sono straordinari, i nostri medici sono straordinari», e abbiamo più morti per virus di tutti. Forse dovrebbero essere più ordinari.

Nessuno dice niente d’imprevedibile, di ficcante, di citabile senza mettersi a ridere (uno dice a Conte – sempre il segnaposto – «io non vedo in lei lo spirito dei nostri gloriosi bersaglieri», e a me manca tantissimo Alberto Sordi).

Da tutti, ma proprio da tutti, vorrei un karaoke di De Gregori, ma mica quello che «L’Italia derubata e colpita al cuore»: quello che «siamo venuti per niente perché per niente si va, e ci inchiniamo ripetutamente, e ringraziamo infinitamente».

Ma, se il duello al sole è quello tra Conte e Renzi, non è contrario a ogni regola drammaturgica che il coro greco si prenda così tante ore di scena? Sarà che «scrittori e tiranni hanno la capacità di piegare il mondo ai propri desideri», e questi due non hanno abbastanza epica per nessuna delle due categorie.

O è che non sono stati sceneggiati con abbastanza cura (avrebbero dovuto chiedere una consulenza di Yasmina, che di teatro ne sa). Non riesco a decidere chi, dei partecipanti a questo duelluccio minore, somigli più a quella descrizione che la Reza faceva del Sarkozy che doveva partecipare a un forum, e al quale un consigliere suggeriva di non debordare: «“In pratica vi sta dicendo che devo fare il modesto, il tranquillo, cose che notoriamente fanno parte della mia natura”. Lo dice sorridendo. Questi forum gli fanno orrore, è chiaro come il sole».

A un certo punto Conte si gioca la carta pigliatutto, il trucco retorico al quale non si può ribattere, il ricatto che zittisce ogni obiezione: Borsellino. In aula tutti in piedi, applausi. A casa tutti a pensare a quelli, da Scanzi a Renzi, che prima o poi hanno detto d’essersi iscritti a giurisprudenza come reazione all’uccisione di Borsellino o di Falcone. Non importa che nessuno di loro abbia poi fatto il magistrato: basta evocarli, e hai vinto il dibattito.

Il Sarkozy che dice a Reza «L’ambizione trasforma il desiderio in incandescenza. Ci sono dei momenti in cui preferirei una minore incandescenza. Guarda, io ho tutto per essere contento: ho sognato di avere un partito, ce l’ho; ho sognato di avere i migliori incarichi ministeriali, li ho avuti; ho sognato di poter aspirare al massimo, è quello che sto facendo. Ma non provo nessuna eccitazione. È una fatica immensa. Siamo già alla presidenza. Non sono più prima», quel Sarkozy sul viale d’un tramonto che sembra alba, quel Sarkozy lì è più Conte (il segnaposto, no il cantante) o più Renzi (quello col vantaggio di non avere omonimi più fighi)?

Poi si vota, dopo una giornata come quelle che il Sarkozy di quattordici anni fa sintetizzava con «Le riunioni coi politici si fanno più per farli contenti che per avere consigli».

«Siamo pronti a qualsiasi cosa pur di stare qua», cantava quel De Gregori che inspiegabilmente, in Senato, nessuno cita.

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