Italy

L'epica alticcia di "Vodka siberiana"

Come se avessero tagliato la lingua di Dostoevskij, interrandola in Sicilia. Non so quale complicità scaturisca tra Siracusa e Pietroburgo, né se i Karamazov siano degenerati a Catania, eppure nella scrittura di Veronica Tomassini cruda, spinata, come un'agave, dolce come la preghiera di compieta, che lascia fiato alla sera, a compiere ogni cosa risuona la domanda infaticabile, impossibile di Dmitrij: «Perché la creatura piange?», perché l'uomo è infelice, claudicante nel dolore, deriso dal male, eletto al pianto? «Tu hai incontrato i sopravvissuti della terra, seduta sul letto della creaturina», scrive Veronica Tomassini, in Vodka siberiana, ultima porzione di un'opera sinfonica, arrischiato requiem, che va da Sangue di cane (edito dieci anni fa da Laurana) a Christiane non deve morire (2014), da L'altro addio (2017) a Mazzarrona (2019). Un'opera che ha la grazia tagliente degli abbandonati, la forma perturbante di chi è denigrato per eccesso d'innocenza.

Come una guerriera scalza cammina, Veronica Tomassini, nel sacrilegio dell'editoria italica: Vodka siberiana se l'è stampato da sola, col candore della svergognata, e quel libro, orfano, è diventato un miracolo, chiesto, desiderato, onorato, ristampato. È lei, Veronica Tomassini, con quelle frasi sul ciglio dell'abisso, a stupire le labbra perché ogni frase può essere l'ultima, sempre, in questa specie di incendio bianco: «C'era una luce timida che penetrava dalle fessure dei battenti. Una luce di settembre che suggeriva viali di porpora, la definitezza pacifica, concedeva riposo agli occhi, ed era come indirizzarti alla quiete. E dunque all'accettazione» , l'autentica eroina della letteratura italiana, altro che Elena Ferrante, Veronica Raimo, Teresa Ciabatti... (le è equivalente, nell'ambito della poesia, Francesca Serragnoli, che ha appena pubblicato un libro prediletto, La quasi notte).

A me pare, più la leggo, una santa, Veronica Tomassini, che usa il verbo come una spada: e la santità abita l'assenza, procede per crudeli tenerezze, nella tana dello spietato. Vodka siberiana è un poema romanzesco, così, di rovine e di rovinati, di perduti alla vita, di icone e di incubi, di «follie consumate per una passione governata male, l'intemperanza», di falò umani («il siberiano voleva darsi fuoco, bruciare davanti a te»).

La scrittura, in questi regni inferi dell'uomo, nell'ustione, è esatta, pare una regola monastica («Lui voltò il suo viso bello ed eroico quadrato, gli zigomi scolpiti, il biancore guastato dal sangue fiammeggiante che ne imporporava il volto a causa dell'ubriachezza»).

Qualcuno, con un film di Emir Kusturica in sottofondo, potrebbe scambiare Veronica Tomassini per una Marguerite Duras, semmai più allucinata, trafitta da profezie. Piuttosto, Veronica Tomassini sa ruotare la rabbia in aristocrazia, sa che si ama solo ciò che muore, certi nella lacerazione.

«Se pure si ama, è amore nascosto, inapparente, non pare amore, ma tutto patire», scrive quell'altra Veronica, la Giuliani, mistica umiliata, vissuta nel tardo Seicento, scrittrice di stravolta grandezza. Insomma: in questo romanzo si entra per adorazione.

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