Italy

L’epoca in cui si prova a riscrivere la storia al modo dei sosia del Bagaglino

Potrei sbagliarmi, ma credo fosse il 2006 quando il kitsch è diventato chic. Quando fare i film coi sosia non è più stata una scelta da Bagaglino, ma una scelta da Oscar. Quando Helen Mirren ha interpretato la regina Elisabetta.

Negli ultimi anni, il formato “sosia del Bagaglino” è diventato un’ampia parte della serialità televisiva. A volte erano ricostruzioni di cronaca (la serie su OJ, quella su Gianni Versace), a volte un misto tra finzione e realtà (1992 in Italia, Hollywood in America). Sempre, si poteva giocare all’appassionantissimo giochino del «non gli somiglia per niente».

I migliori dibattiti sulla verosimiglianza del casting avvengono quando vengono annunciate nuove stagioni di “The Crown”: ma veramente hanno preso quella lì a fare Diana Spencer? Ma io preferivo quell’altra, ho diritto a dire la mia, avevo tutti i ritagli dei rotocalchi in cui si parlava di lei, so chi le somiglia e chi no.

Maggiore è il fanatismo per la storia vera, maggiori i rischi che nessun interprete sia abbastanza. I fan di Francesco Totti, non esattamente dei letterati di Bloomsbury, hanno mostrato insoddisfazione per la scelta di Pietro Castellitto nel film biografico.

A noi profani, che ne vediamo solo il nasone e la parlata burina, pare perfetto. E poi l’immedesimazione in Totti, con le sue origini borgatare, è la miglior spiegazione al fatto che l’attore e regista racconti nelle interviste inizi difficili dovute al suo essere un outsider, come fosse nato a Porta Metronia e non a casa Mazzantini.

Con scelta furba, il primo video promozionale del film gioca proprio sull’inevitabilità del dibattito sulle somiglianze, con Castellitto che dice a Totti che deve dimagrire perché si somiglino di più, e Totti che non volendo cenare con «un’insalatona» si fa andar bene l’uguaglianza nelle differenze.

Di solito il problema causa negli autori un po’ d’affanno: dicono che è un’incarnazione, mica una somiglianza pedissequa; che è lo spirito del personaggio, mica un sosia del Bagaglino (diamine); altrimenti non saprebbero come giustificare che la principessa Margaret venisse interpretata da una decisamente troppo bella per lei a trent’anni e da una davvero troppo brutta per lei a cinquanta.

Il 12 ottobre Sky manda “The Comey Rule”. È una miniserie su come il direttore dell’Fbi, James Comey, affrontò la questione delle email di Hillary Clinton durante la campagna elettorale del 2016. È impossibile guardarla senza pensare che quello che fa Obama, un Obama ultracinquantenne alla fine del secondo mandato presidenziale, è un attore trentaequalcosenne: proprio non ce n’era uno dell’età giusta? Ah, già: lo spirito del personaggio.

L’altro elemento costante nelle serie tratte dalla cronaca è quello che intrappola lo spettatore di bocca buonissima (cioè io): la goduria nel dire «Uh, sì, questo me lo ricordo».

Succede persino nelle rielaborazioni che tengono la cronaca solo come base. Guardando “1993” ci si risvegliava sul divano, «Uh, sì, le monetine al Raphael». Leggendo “Rodham”, il romanzo in cui Curtis Sittenfeld ha immaginato una vita alternativa (da zitella) e una diversa carriera (da Presidente) per Hillary Clinton, mi ravvivavo a ogni incursione del reale nella finzione. Uh, certo Clarence Thomas, era ovvio, è l’anno in cui Bush lo nomina alla Corte suprema, certo che la Hillary della finzione commenta l’avvenimento della realtà.

Guardando “The Comey Rule” è uguale. Uh, sì, quando Bill Clinton va a salutare il ministro della giustizia di Obama sulla pista dell’aeroporto, me lo ricordo. Uh, sì, le copie delle mail di Hillary venute fuori dalle indagini su Anthony Weiner che mandava le foto del pisello in giro, come avevo fatto a dimenticarmene. È come sfogliare i propri diari di quattr’anni fa, tutt’un «Uh, vero, che sbadata, me ne ricordo benissimo».

Forse quella cosa d’incarnare lo spirito del personaggio non è sbagliata. Jeff Daniels non somiglia per niente a James Comey, ma ha una perfettissima aria esausta dell’essere circondato di cretini: è una serie tratta dalla sua autobiografia, non potrebbe rappresentarlo privo di complesso di superiorità.

Però guardandola ho sofferto molto: nessuno sembra tentare la via della spiegazione più logica, per le email mandate da un account privato. Quella che ho subito pensato io, e non per difendere Hillary (l’ho pensato anche quando le email da una casella non governativa le ha mandate Ivanka); quella che sarebbe la ragione per cui una violazione del genere potrei commetterla io: perché hai due caselle di posta sul telefono, e mica su centinaia di email al giorno puoi non sbagliare casella mai. È stata fatta ogni ipotesi, ma nessuno ha detto: ma ha settant’anni, cosa volete che sappia che casella di posta sta usando, ringraziate se sa pigiare “invia”.

È un po’ come i like. Ogni volta che la polizia dei like (diffusissima su Twitter) contesta a qualcuno il like alla tal pagina, al tale penzierino, o addirittura ravvede nei like lasciati in giro un profilo criminale, io penso: ma i miei like sono quasi tutti lasciati per sbaglio spolliciando il touchscreen.

L’ho pensato anche guardando “The Comey Rule”, quando arrivano i russi cattivi e spiegano che faranno vincere Trump perché uno status in cui dicevano che Hillary aveva l’Aids ha avuto trecentomila like.

Quelli ricostruivano elezioni pilotate e ingerenze d’ogni tipo e spionaggi internazionali, e io riuscivo a pensare solo: saranno trecentomila disgraziati che avevano mangiato la pizza e scorrevano lo schermo del telefono con le dita unte. Chissà perché i sosia del Bagaglino non prendono mai in considerazione l’ipotesi più semplice.

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