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L’esame d’avvocato è tra meno di due mesi, ma ancora non si sa dove, come, né se si fa

«Il ministero della Giustizia non ha ancora chiarito come intende gestire l’esame d’avvocato di dicembre e noi non possiamo aspettare ancora per capire se effettivamente saremo chiamati a sostenere le prove scritte oppure no». Le parole sono dei rappresentanti del “Comitato per l’esame d’avvocato”, una community nata in primavera per difendere le istanze dei giovani giuristi che rischiano di non avere una finestra per svolgere l’esame di abilitazione professionale.

L’aumento dei contagi delle ultime settimane, la chiusura di scuole e università, oltre che di molte altre attività, ha moltiplicato i dubbi sulla possibilità di svolgere le prove scritte. Prove che normalmente si fanno una sola volta l’anno, al chiuso, con centinaia di persone – migliaia nelle grandi città -, in otto ore, che possono diventare nove, dieci, undici considerando i tempi d’ingresso e di preparazione.

Non a caso per tutte le altre professioni il ministero dell’Istruzione e il ministero del Lavoro hanno previsto – in deroga – esami di abilitazione solo orali: dai commercialisti ai consulenti del lavoro, dagli architetti agli psicologi, hanno già svolto la loro prima sessione e svolgeranno la seconda in questo modo.

«Così – spiegano dal comitato – si è garantito ai giovani professionisti, con alle spalle lunghi e dispendiosi percorsi di studio e di formazione, la possibilità di accedere al mondo del lavoro. Per l’esame di avvocato, che dipende dal ministero della Giustizia, sembra si faccia finta di nulla e non è stata prevista nessuna modifica all’ordinario. Chiediamo che, per la sessione 2020, anche per i praticanti avvocato, l’esame di abilitazione consista nella sola prova orale. E chiediamo che ci vengano date indicazioni chiare fin da ora. La soluzione deve essere quella di conformarsi alle altre professioni. I praticanti avvocati non chiedono scorciatoie, ma meritano parità di trattamento».

Da Roma non sono arrivate indicazioni particolari. Il bando dell’esame è stato pubblicato il 15 settembre, ma resta sostanzialmente identico a quello degli anni passati: tre prove scritte da svolgersi il 15, 16 e 17 dicembre. L’unico elemento di novità è il rinvio a un decreto ministeriale – in arrivo entro il 27 novembre – che dovrebbe disciplinare le modalità di svolgimento compatibili con la situazione d’emergenza. Ammesso che si decida di sostenere le prove: visto l’andamento dei contagi non è più così scontato.

Da qui la legittima richiesta dei praticanti di conoscere le nuove modalità di svolgimento, ma soprattutto di avere certezza di dover fare l’esame: al momento sono sospesi in un limbo in cui non sanno cosa li attende.

È per questo che il comitato ha lanciato una petizione e inviato un lettera al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, al ministero, ai gruppi parlamentari e al Consiglio nazionale forense per chiarire la loro posizione.

«A meno di due mesi dall’esame è impossibile pensare di rinviarlo. Ma è un’ipotesi non ancora scongiurata. La prova si avvicina, i corsi per la preparazione costano e in molti casi sono già stati pagati, anche i codici da acquistare per studiare sono costosi», spiegano dal comitato.

Linkiesta ha provato a contattare il ministero della Giustizia, ma l’unica risposta ricevuta è stata indicata nella necessità di «aspettare ancora un po’ in attesa di una decisione definitiva», che però a questo punto è già in ritardo.

Quella del comitato d’esame non è una battaglia solitaria. Negli ultimi giorni anche la presidente dell’Unione Praticanti Avvocati Claudia Majolo ha scritto al ministro Bonafede: «Allo stato attuale riteniamo non sussistano le condizioni base per affrontare un esame di questo tipo che, spalmato in tre giorni e con un numero elevatissimo di candidati, rischia seriamente di diventare un focolaio epidemiologico devastante».

Antonio de Notaristefani, presidente dell’Unione Nazionale delle Camere Civili, che rappresenta gli avvocati civilisti, ritiene «assolutamente impensabile sostenere un esame con migliaia di persone, per tante ore nello stesso luogo, di questi tempi. Ma il vero problema è trovare una soluzione alternativa. Perché non fare la prova sarebbe un assurdo, e rinviarla sarebbe altrettanto assurdo perché potrebbe significare posticipare di almeno un anno: sarebbe una grave ingiustizia».

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