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L'estremo nord e i suoi mutamenti, tra emergenze climatiche, crisi ambientali e vulnerabilità sociale

TRENTO. Cosa significa passare tre mesi di buio durante la notte artica? Come si può sopravvivere in una distesa di ghiacci quando viene vietata la caccia di sussistenza? Come impatta il global warming sulle terre artiche? Hervé Barmasse ne ha parlato con i suoi ospiti mercoledì 5 maggio nella serata del Trento Film Festival “La vita all'estremo nord”.

Il fotografo del National Geographic Stefano Unterthiner e sua moglie, la biologa Stéphanie Françoise, hanno passato un anno alle isole Svalbard con i loro due figli per documentare la biodiversità e l'ambiente naturale di uno dei luoghi più selvaggi della Terra. Ma anche uno dei più minacciati dal cambiamento climatico, come ha raccontato Stéphanie: “Abbiamo ascoltato tante testimonianze che raccontano quanto accade in fretta: per esempio ci sono fiordi che ghiacciavano e si potevano attraversare con la motoslitta e ora non più, o animali che non c'erano prima e adesso sono arrivati fin lì, ma anche ghiacciai che si ritirano e tante valanghe, tanti slittamenti di case.”

A questo proposito, Stefano Unterthiner ha sottolineato l'importanza di agire subito a livello personale e politico per risolvere il problema: “È già troppo tardi. Ogni viaggio che facciamo incontriamo distruzione, perdita, dolore, disuguaglianza. Dobbiamo cambiare rotta in maniera drastica e veloce, dobbiamo decidere cosa vogliamo fare su questa terra e perché, perché abbiamo già sforato tutti i limiti.” Il suo impegno per l'ambiente ha preso recentemente forma nel libro fotografico Un mondo diverso (Ylaios Edizioni), nato appunto dalla sua esperienza di vita nelle Svalbard.

Anche l'impegno di Robert Peroni, alpinista ed esploratore di origini altoatesine, è orientato verso la tutela dell'ambiente naturale. Ma soprattutto verso la difesa della popolazione Inuit: dopo numerose ascese ed esplorazioni, Robert ha deciso infatti di fermarsi a Tasiilaq, nella Groenlandia orientale, per aiutare la popolazione locale messa in crisi dal divieto di caccia alla foca imposto a livello internazionale.

“Questo popolo è andato avanti per secoli solo con la foca”, ha affermato Peroni, e vietarne la caccia lo ha sostanzialmente condannato all'estinzione. Gli Inuit si trovano ora ad affrontare gravissimi problemi di vulnerabilità sociale, alcolismo e depressione, con un tasso di suicidi tra i più alti al mondo.

Nella sua Casa rossa, Peroni accoglie giovani con disagio famigliare e psicologico, offrendo un rifugio e la possibilità di lavorare nel turismo: la sua storia è raccontata nel documentario La casa rossa di Francesco Catarinolo, film in Concorso al Trento Film Festival che ha già vinto il Premio Lizard – Viaggio e avventura e il Premio Solidarietà Cassa di Trento.

Tutti e tre gli ospiti, dunque, hanno sottolineato l'importanza dell'impegno personale e della divulgazione scientifica e documentaristica per spingere sempre più privati e istituzioni ad agire subito per la salvaguardia del Pianeta e delle popolazioni a rischio. Sono emersi anche punti di vista differenti: Stefano e Stéphanie sono entrambi vegetariani da trent'anni, mentre Robert nella sua Casa rossa offre ai suoi visitatori anche la carne che gli portano i cacciatori.

Eppure, tutti hanno riconosciuto l'ipocrisia di vietare la caccia alla foca senza distinzioni tra una caccia di sussistenza o di sfruttamento, e di permettere invece i grandi allevamenti bovini, che hanno un altissimo impatto ambientale. Alla fine, anche Stefano Unterthiner ha convenuto con Robert Peroni quanto sia insensato vietare l'unico mezzo di sostentamento di popolazioni che vivono in condizioni estreme, come appunto gli Inuit o alcune tribù amazzoniche, senza conoscere le loro tradizioni e la loro cultura, e senza immaginare per loro nessun’altra soluzione.

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