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L’Italia dei puri si indigna sui social, ma gli eroi sono Calderoli e Rotondi

Non ho nessuna intenzione di parlare del disegno di legge Zan. Non ho nessuna intenzione di parlare della prevedibilità del finire tutto a cancelletti e vino, dei cambi d’assolutismi in corsa, del diritto di chi si percepisce Napoleone ad andare nei bagni riservati a Napoleone.

Non ho nessuna intenzione di parlare delle reazioni francescabertiniche alla bocciatura d’una legge che – in un paese in cui gli adulti non sono mai riusciti a imparare che quando ci si riferisce a una femmina si dice «le», non «gli» – aveva l’ottimismo dell’irragionevolezza di voler insegnare ai bambini a usare i pronomi percepiti: se vedi uno con la barba, Pierino, chiedigli se è una lei, e nel dubbio usa quella desinenza calabrese, la schwa.

Non ho nessuna intenzione di inerpicarmi per i deliri identitari e le drammatizzazioni a casaccio: mentre scrivo ho appena letto un tweet secondo cui, bocciata la Zan, «si continuerà a morire di omofobia, a insegnare l’omofobia a scuola», e vorrei la medaglia agostina per la continenza di non essere andata sotto il tweet di questo tizio (che s’identifica come esponente di Possibile, ma non diamo a Civati le colpe di chi di Civati ha il poster in cameretta) a chiedergli se a lui a scuola abbiano insegnato che Oscar Wilde si meritava di fare una brutta fine, brutto busone, perché a me hanno insegnato cose diverse, e dire che ho fatto persino le scuole dei preti, e le ho fatte in quel secolo oscuro che era il Novecento. Per la continenza di non avergli detto «ma cosa diamine dici, ma vai a lavare le scale invece di avere delle opinioni, e vada a lavare le scale pure Dorsey che ha fornito a tutti una cassetta della frutta su cui salire a monologare».

Non ho nessuna intenzione di dare colpe a Civati, ma s’identifica come di Possibile anche il tizio che l’altroieri twittava che la Zan «non è una legge qualunque perché dietro ogni parola, dietro ogni virgola, ci sono le ferite, i volti e la dignità di una intera comunità. Non ci sono passaggi non essenziali, non ci sono elementi sacrificabili per degli equilibrismi politici». Arrubbo a uno di Twitter la battuta: neanche fosse il Corano.

Non ho nessuna intenzione di considerare Alessandro Zan egemone di questa drammaticità e di questo perenne attaccarsi alle tende, però era lui che l’altroieri diceva vibrante che questa era una legge che riguardava «le vite delle persone», mentre di solito le leggi si sa che riguardano le vite delle piante e dei minerali.

Non ho nessuna intenzione di dire che la migliore analisi l’ho letta da Ivan Scalfarotto, perché va bene essere vegliarde e aver vissuto abbastanza a lungo da arrivare a considerare Berlusconi uno statista, ma non ho vissuto abbastanza a lungo da arrivare a considerare Scalfarotto il più lucido del cucuzzaro.

Ricopio qui il tweet di Scalfarotto, che non ho nessuna intenzione di approvare, sottoscrivere, commentare: «Dopo essere sopravvissuti di un solo voto a scrutinio palese, accettare oggi la roulette russa di un voto segreto senza paracadute, rifiutando anche un rinvio di qualche giorno, è il più raro esempio di insipienza e dilettantismo cui mi sia capitato di assistere in questi anni».

Non ho nessuna intenzione di dire che, se dovessi scrivere una storia d’Italia, «insipienza e dilettantismo» me lo arrubberei come titolo del capitolo su questo ventennio.

Non ho nessuna intenzione di rievocare le interviste di Alessandro Zan dell’altroieri, in cui riferiva che Enrico Letta gli aveva detto di sbrigarsi con ’sto disegno di legge perché c’era da fare la finanziaria, il Quirinale, le cose dei grandi, e insomma risolviamo ’st’impiccio che volete andare a Eurodisney e poi andate in cameretta, e Zan lo riferiva come fosse stata un’investitura e non un’ora di merenda.

Non ho nessuna intenzione di sottolineare che, quando il vicedirettore del Post, Francesco Costa, twitta una fredda sequenza di fatti – «Il PD sa da mesi che non ci sono i voti sul ddl Zan, che lo scorso luglio (col voto palese!) non è andato sotto per UN voto. I voti mancavano dentro PD, M5S e IV, ma hanno dato la colpa a Renzi e hanno deciso che la legge non andava toccata. Legittimo, ma voleva dire rinunciare. Ora che va in aula, improvvisamente il PD ha deciso che il ddl Zan si può toccare, anzi, che si DEVE toccare, che si DEVE modificare pur di approvarla, e guai a chi non vuole trattare! Cosa è cambiato rispetto alla scorsa estate? Niente. Anzi. Qualcosa è cambiato, in peggio» – gli invasati gli dicono che no, è colpa di Italia Viva, come può lui non dare la colpa a Italia Viva, si è forse Pavlov dimenticato di dargli i croccantini?

Ma glielo dicono con un garbo che non ho mai visto nessuno di questi utilizzare con altri. Altri il cui ultimo saggio non abbia venduto ventimila copie e non siano quindi gente che vuoi tenerti buona, metti che un domani hai un memoir dolente da farti presentare, metti che domani Costa t’impresti un po’ del suo fatturato. (Nota per gente ignara di quanto siano magre le vacche editoriali: ventimila copie sono una cifra per cui novantanove autori italiani su cento darebbero un rene, la verginità della primogenita, e una bici col cambio shimano).

Non ho nessuna intenzione di sminuire il ruolo di cattivo dei fumetti di Italia Viva, ma qualcuno ha notizie di Tommaso Cerno?

Non ho nessuna intenzione di buttare la giornata in una discussione sull’identità di genere: delle mode del momento non si discute, si aspetta che passino. Però vorrei stilare un piccolo elenco dei politici di cui abbiamo bisogno. Che non sono quelli che fomentano la nostra tendenza alla vittimizzazione interpersonale e ci dicono che gli altri, quelli che hanno bocciato la legge che ci eravamo scritti sulla mano prima d’instagrammarci, sono cattivi. Sono quelli che sanno che la politica è sangue e merda (è una citazione, sì; non vi dico di chi, no; andate a studiare, sì).

Avremmo bisogno di gente che non utilizzasse i social, che mandasse via fax dei comunicati scritti con una Olivetti, ma come seconda scelta esiste una classe dirigente che, sebbene in 280 caratteri, sappia dire che non intende darci una caramellina per rabbonirci, per rabbonire noi e il nostro rifiuto di capire come funziona il mondo degli adulti.

Abbiamo quindi bisogno di Calderoli, che secondo le cronache parlamentari dice che bisogna evitare di approvare una legge che sia una porcata, «e io di porcate me ne intendo»: di gente consapevole d’aver fatto più volte parecchio schifo, abbiamo bisogno, mica dei puri (che ti epurano – è una citazione anche questa, oggi vi tocca consumare Google).

E abbiamo bisogno della lucidità di Mara Carfagna, che twitta che «Potevamo avere una buona legge contro la discriminazione di gay e trans, non l’abbiamo per la rigidità ideologica di due minoranze: chi voleva una legge-manifesto e chi non voleva nessuna legge. Il braccio di ferro sui diritti non premia nessuno».

E abbiamo bisognissimo di Gianfranco Rotondi, di cui oltretutto oggi Solferino fa uscire “La variante DC”, e se alla giovane me abbonata al Manifesto, alla me ventenne di quando tutto era ancora intero, se a quella lì avessero detto che un giorno sarebbe stata nostalgica della DC, quella lì avrebbe riso forte pensando che a cinquant’anni si è rincoglionite davvero, ma non così tanto. E invece.

Abbiamo bisogno di Rotondi che, in risposta a Davigo che dice «Chi va con le prostitute non può essere presidente della repubblica», twitta «E perché mai, dottor Davigo? Da Cesare a Mitterrand, la storia non racconta molta castità». Di quanto abbiamo bisogno del libertario Rotondi, ho intenzione di parlare, e di tacere sul prescrittivo Zan.