ROMA. E’ uno di quei messaggi con linguaggio cifrato, consueti nel contorto codice della politica, ma cruciali nei momenti chiave. E questo in particolare assume un significato pesante nella partita per il Quirinale: due autorevoli senatori del Pd come il presidente della Commissione Affari Costituzionali del Senato, Dario Parrini e l’ex capogruppo Luigi Zanda (protagonista di tante stagioni politiche, braccio destro di Cossiga prima e dopo il mandato presidenziale) depositano un disegno di legge per abolire il cosiddetto «semestre bianco»: quello prima dello scadere del mandato, in cui il capo dello Stato non può sciogliere le Camere. E, fatto ancor più rilevante, per abolire anche la possibilità di un rinnovo del mandato settennale di capo dello Stato. A prima vista, si potrebbe pensare che sia un modo per scoraggiare un bis di Mattarella e invece è esattamente il rovescio: questa legge non sarebbe stata presentata se non ci fossero stati vari rinvii da parte di Mattarella a quanto proposto dai suoi predecessori Antonio Segni e Giovanni Leone, ovvero la non rieleggibilità del capo dello Stato.

Un messaggio in codice per rassicurare il presidente
E siccome a più riprese il Presidente ha detto di essere contrario ad una rielezione, facendo capire che l’eccezione del caso Napolitano non può trasformarsi in una regola, ecco il coniglio dal cilindro dei probiviri dem: una legge da far approvare dopo il voto per il nuovo presidente, che renda impossibile il secondo mandato. Da far approvare dopo l’elezione, ma presentata prima. Un modo per «tranquillizzare» nero su bianco Mattarella che anche se lui accettasse - per carità di patria - di farsi rieleggere per mantenere la stabilità delle istituzioni in tempo di pandemia e attuazione del Pnrr, la torsione degli equilibri tra poteri dello Stato prodotta da un allungamento del mandato presidenziale oltremisura, non avrebbe più a ripetersi. «Questa proposta di legge serve - spiega un dirigente dem - perché semmai Mattarella accettasse un bis, vorrebbe star sicuro che sia l’ultima volta che accada perché non si può trasformare l’eccezione in una regola».

Il disperato tentativo di congelare gli equilibri precari
Ha un bel dire dunque il costituzionalista dem Stefano Ceccanti, che questo ddl «non ha nulla a che vedere» con la partita del Colle e che è stato presentato prima dell’elezione perché dopo potrebbe risultare un atto di sfiducia al nuovo presidente. Quello che Parrini, Zanda, Ceccanti non possono dire pubblicamente, è materia di discussione tra i vertici del Pd, che sperano ardentemente che questa mossa sortisca i suoi effetti. Anzi, non si può escludere che vi sia stato un qualche intendimento dei presentatori con qualcuno che frequenti il Colle più alto. Insomma non è azzardato immaginare che tale iniziativa, comunque vadano le cose, non risulti sgradita al presidente, se non altro perché ricalca il pensiero di Mattarella sull’importanza di un limite temporale al potere delle cariche monocratiche.

Gli appelli di segni e leone
Del resto, gli stessi concetti si ritrovano nella relazione introduttiva della legge, che consta di soli due articoli. Viene infatti ricordato che «già in sede di Assemblea costituente si pose il tema dell'opportunità di introdurre limiti alla rielezione del Presidente della Repubblica, specie a fronte di un mandato così lungo». Che nel 1963, con la solennità di un messaggio alle Camere, Segni sottoponeva al Parlamento, «l’opportunità di introdurre la non immediata rieleggibilità del Presidente, per eliminare qualunque sospetto che qualche atto del Capo dello Stato sia compiuto al fine di favorirne la rielezione». Il che avrebbe appunto consentito l’abrogazione del «semestre bianco» che «altera il difficile e delicato equilibrio tra i poteri dello Stato, e può far scattare la sospensione del potere di scioglimento delle Camere in un momento politico tale da determinare gravi effetti».

Quindi gli stessi presentatori del disegno di legge ammettono che «Mattarella ha espresso un indirizzo che noi abbiamo raccolto». Ora bisognerà vedere quante forze politiche si muoveranno con determinazione per chiedere un bis al Presidente e quante invece non lo chiederanno affatto: anche la somma di questi segnali può incidere infatti sulla remota possibilità che il capo dello Stato possa accettare ciò che meno desidera in questo momento, come da lui esplicitato pubblicamente e riservatamente.